Giuseppe Rosato: “Piccolo dizionario di Babele” (2009) – di Benito Mascitti

Non sono pochi i narratori che provengono, ad esempio, da una percorso giornalistico; e neanche quelli che non partono da nessuna esperienza del genere. Scrivere è prima di tutto una passione, e praticare il giornalismo può essere senza dubbio una palestra formidabile; ma alla pari di un percorso più intimo, sviluppato in solitudine, con l’ausilio della lettura. Oggi tutto sembra però degradare verso una china scivolosa, dai percorsi sempre meno ortodossi rispetto alla tradizione, ai passaggi più o meno codificati che in qualche modo dettano le regole del gioco. Già, la tradizione. Sempre più considerata un orpello, un ostacolo al progresso, una iattura da evitare ad ogni costo. Tutto è alla portata di tutti e, come ben rappresenta Giuseppe Rosato nel suo “Piccolo dizionario di Babele”, alla voce Materiale:
“(…) tutti scrivono o raccolgono il materiale. Non si riuscirà mai a sapere chi è che lascia cadere tutto questo materiale che poi va raccolto, che in modo così irresistibile invita a farsi raccogliere. Che si tratti di una malattia epidemica, che appunto si raccoglie? Fatto sta che il contagio si allarga senza freni, e pare anche senza rimedio”. Sembrerebbe il pensiero di uno scrittore di successo un po’ snob, ma in realtà la “predica” ci viene da uno che si è sempre messo in gioco con passione e straordinario impegno, senza tanti fronzoli; anche subendo il saccente scetticismo di quelli che hanno sempre considerato lo scrivere e il parlare in dialetto una sorta di profanazione della letteratura. Ennio Flaiano, suo sodale, diceva che “l’italiano è una lingua parlata dai doppiatori” e al giorno d’oggi, in questo catino grondante d’improvvisati ciak e di parole fuori controllo, il pensiero di Rosato sembra completare quello di FlaianoOggi la parola è tutto, ma non si tratta del “Verbo”, la Parola grande che si fece carne e che si era candidata a rifare il mondo. Oggi la parola, ovvero le parole, si fanno carne, ma da macello, strumento perverso assunto per guadagnarsi il governo della terra, in una confusione tale da far pensare che preluda a una novella Babele.” Questa descrizione dello status quo ci incuriosisce e chiediamo lumi alla voce che più di tutte rappresenta il diluvio universale di parole scatenatosi ancora su Babele. Giornalismo: ”I giornalisti sono davvero i “cuochi della realtà”(…) accendendo il televisore per il telegiornale può accadere di pensarsi clienti di un ristorante. Il maître propone il menù, quindi lascia il campo ai cucinieri. Chi da un capo e chi da un altro del pianeta, essi ci ammanniscono le notizie come piatti ben farciti, ricchi di ogni condimento che concorra a renderceli accetti o almeno digeribili. Che ciò sia vero, o assai prossimo al vero, lo confermano alcuni plausibili dati collaterali. Uno, per esempio: che finito di nutrirci di molti di quei piatti, pardon di quelle notizie, ci venga da esclamare: “siamo proprio alla frutta!”. Come alla fine di un pranzo, appunto. Altro dato probante: che la moglie dica al marito, cogliendolo tutto preso da ciò che il video gli imbandisce: “Ma non ti sazi mai!”. E lui: “Ancora un momento, cara. Intanto puoi preparare il caffè”…”. Allora forse dovremmo cercare alla voce Bulimianon c’è. Andiamo quindi – fatalmente – alla voce Malinconia, che di sicuro non può mancare: ”la malinconia come sentimento oppositivo alla presunta felicità del tempo che viviamo e di quello venturo, la malinconia che rimette in dubbio ogni facile fiducia nel futuro. La malinconia che obietta al credo del vitalismo, sposato dai politici e da molti scienziati, letterati, artisti. Da tutti coloro che hanno scelto come norma di vita il darsi da fare. Al contrario, il malinconico propende per la convinzione che non ci sia più granchè da fare. Un grande malinconico come Ennio Flaiano può essere ora riscoperto e celebrato, la sua sostanziale solitudine – la “solitudine del satiro” – può adesso riconoscersi come la coscienza segreta di un tempo dominato dagli attivisti, dagli ottimisti, dai credenti in un futuro garantito dall’intelligenza tecnologica e al quale sorriderà il progresso che i politici promettono, con i suoi grandiosi benefici”. Insomma, forse corriamo verso una meta che non esiste, forse dovremmo tentare di vivere con più Semplicità… voce che non ci aspettiamo di incontrare nel dizionario di Rosato. L’autore probabilmente ci rimanda a Flaiano non a caso… ”Il mio gatto fa quello che io vorrei fare, con meno letteratura”.
 

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