Giuseppe Fava e l’albero di Don Chisciotte – di Cinzia Pagliara

“E questo è Giuseppe Fava, giornalista e scrittore catanese ucciso dalla mafia”Ogni voIta, durante le lezioni, mi fermo a guardare la foto sulla L.I.M.*. Quegli occhi scuri, profondi, il profilo come gli eroi greci sui libri di storia. I miei alunni sono troppo giovani e non sanno nulla di lui. Mi chiedo sempre: saprebbero mai qualcosa se io non gliene parlassi. E ogni volta sono certa che no, molti non saprebbero… e allora vale la pena raccontare. “Io l’ho conosciuto…”. Abitavamo nello stesso palazzo, io ero una bambina e lui un uomo serio, silenzioso (ma certo, cosa avrebbe dovuto dire a una bambina?). Ne avevo una soggezione che quasi somigliava alla paura. Nove piani di ascensore in cui lo guardavo trattenendo il fiato. Perché i miei mi avevano detto che era un giornalista, anzi uno scrittore, e io – già innamorata delle parole – lo ammiravo in devoto silenzio infantile. Poi ci siamo trasferiti e sono cresciuta con la mia voglia di verità e la mia fame di parole. Leggevo e leggevo e scrivevo e scrivevo e mi perdevo tra tempo non vero e realtà. Parole ovunque: attaccate alla porta, nascoste tra i libri. Scrivere era un bisogno fisico oltre che mentale. Una dipendenza. Pippo Fava era in prima linea con i suoi ragazzi (come li ammiravo, innamorandomi di ognuno di loro e della loro aria così diversa dagli altri) e io leggevo tutto, soprattutto i suoi romanzi… e il teatro. Forte, sfrontato, sicuro. Finito il liceo decisi che avrei scritto anche io. E scelsi di farlo con Lui. Non ero certo una giornalista d’assalto… e neanche tanto coraggiosa. Ero Don Chisciotte, dall’animo trasparente e pronta a lottare ma adatta a farlo con i mulini a vento… tra poesie, sogni e lacrime. Gli portai (lo ricordo benissimo, così come ricordo la redazione e l’emozione e il fascino letterario della situazione) un testo che parlava di un albero solitario, un esule. O forse rinnegato dagli altri. Esposto ai rischi e al vento, alla pioggia e al sole che brucia. Lo lesse e mi fece  un sorriso accennato, come quelli di quando ero bambina. Occhi scuri, profondi fino a togliere il fiato. “Questo non serve, qui. Qui non siamo a scuola. Qui non si fa poesia”. Diretto, quasi scortese – così pensai – e mi venivano su delle stupidissime lacrime. “Però continua a scrivere. Continua.” Capii subito che aveva ragione. Non servivo, in quella redazione. Non servivano le mie parole sognanti. Non si stava a scuola, si stava in trincea… e io non avrei saputo combattere. Quando lo uccisero mi fece male la maldicenza della gente. I pettegolezzi di una città provinciale che mai ha provato a sfidarsi veramente, a sollevarsi dalla ricerca dell’amico dell’amico dell’amico… a riscattarsi dalle troppe offese subite. Così fu ucciso più volte. Capita, quando sei fuori dal coro. E io…? Io mi sono promessa di farlo “rivivere” ogni anno nelle vite di nuovi ragazzi: occhi scuri, profilo da eroe greco dei libri di storia. “E questo è Giuseppe Fava, giornalista e scrittore catanese ucciso dalla mafia”.

* lavagna interattiva multimediale, detta anche L.I.M

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2 pensieri riguardo “Giuseppe Fava e l’albero di Don Chisciotte – di Cinzia Pagliara

  • marzo 16, 2015 in 9:29 pm
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    Sono passati già trent’anni dalla sua scomparsa, ma il suo modo di scrivere e di fare giornalismo è tutt’ora un esempio, e allo stesso tempo, un monito per tutti.
    Ci manca Pippo, come ci mancano tutte quelle persone che hanno avuto il coraggio di essere prima di tutto uomini, senza mai scendere a compromessi, sopratutto quando si parla di dignità e onestà.

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