Giuseppe Costanza: il peso del sopravvivere – di Cinzia Pagliara

Quante storie ci sono dentro una storia? E quante vite dentro una vita? A questo ho pensato incontrando Peppino Costanza, l’autista del giudice Falcone sopravvissuto alla strage di Capaci, mentre ascoltavo  il suo racconto. ”Non sono il solo sopravvissuto“ precisa subito. Sulla terza auto blindata del corteo si trovavano infatti  gli agenti Angelo Corbo, Paolo Capuzza e Gaspare Cervello, rimasti scioccati e feriti, ma sopravvissuti e testimoni immediati di tutto quell’orrore. Comprendo dai suoi occhi che parlare di altri sopravvissuti è per lui un bisogno, un modo di distribuire l’ingiusto ma sempre presente senso di colpa, di azzittire in parte la domanda che non lo ha più lasciato: perché non io?” Devono averglielo chiesto migliaia di volte come mai non era lui alla guida, e lui ormai gioca d’anticipo, e racconta. ”Quando io e gli altri uomini della scorta arrivammo all’aeroporto di Punta Raisi, la dottoressa Morvillo volle occupare il posto passeggero accanto al guidatore, perché soffriva di mal d’auto e il giudice Falcone mi chiese di guidare lui ( avrei dovuto preparargli un’auto da portare a Roma, dove si muoveva SENZA scorta ), così io mi sedetti sul sedile posteriore.”  E’ un uomo mite, Giuseppe Costanza, ogni tanto il suo racconto rallenta e si ferma, mentre gli occhi si riempiono di lacrime che nemmeno tenta  di nascondere: “scusatemi, scusatemi”. Quante volte  nella sua mente li ha visti scendere da quell’aereo, quante volte il giudice Falcone gli ha chiesto di guidare, quante volte si è detto che avrebbe dovuto dire no… “Pensi che sarebbe cambiato qualcosa? – mi chiede e va avanti senza aspettare la mia risposta – Mi piacerebbe dirti che sì, se avessi guidato io si sarebbe salvato il giudice Falcone, e non sai cosa darei perché questo fosse avvenuto: io morto e lui a continuare le sua battaglie. Sarebbe stato tutto diverso, tante cose sarebbero cambiate, tanti nomi sarebbero stati fatti. Invece no, sai cosa sarebbe cambiato? Solo che sarei morto “anche” io, forse saremmo morti tutti, nessun sopravvissuto, perché se avessi guidato io la disposizione delle auto sarebbe stata diversa, sarebbero state allineate, e poi booom tutti via, come birilli. Forse sarebbe stato meglio: danno fastidio i sopravvissuti, creano disagio. Vivo con questa sensazione da allora.”  Quante storie ci sono dentro una storia? E quante vite dentro una vita? Mi racconta dell’attentato dell’Addaura e dei “misteri” ad esso collegati (ma quante volte è stato moralmente ucciso Giovanni Falcone?), mi racconta delle mattine in cui prendevano il caffè a casa del giudice, che era in vestaglia, perché quando aveva saputo che Giuseppe, prima di diventare autista faceva il barbiere, gli aveva chiesto la cortesia di essere il “suo barbiere”. Mi piace questa immagine: posso vedere il sorriso timido del giudice, sento il borbottio della caffettiera, anche il profumo del caffè riesco a sentire, attraverso gli occhi di Giuseppe: “sono i ricordi più belli,sai? Sono solo miei” e di nuovo si ferma, forse si siede per un attimo ancora in quella cucina più preziosa di un palazzo reale. Mi racconta dei “veleni” che si respiravano, di come il giudice sapesse perfettamente con chi poteva parlare e con chi no… mi racconta di Paolo Borsellino, e di nuovo si commuove “scusatemi, scusatemiIo non ricordavo, non ricordo nulla. Non ho visto il cratere sull’autostrada, non ho visto l’inferno, io mi sono svegliato molto dopo, e il giudice Borsellino è stato l’unico a venirmi a visitare in ospedale. Così, quando a luglio, da poco dimesso dall’ospedale, sentii la notizia dell’attentato di via D’Amelio, volli subito andare sul posto. Pensavo “anche lui, anche i ragazzi”. Io volevo vedere, io volevo capire cosa era accaduto anche a Capaci. Arrivai in Via D’Amelio ed era l’inferno, e nella mente mi dicevo “allora è così, allora è stato così”… “  Si ferma. Le immagini sono sempre le stesse, sempre lo stesso il vuoto dentro di lui. I sopravvissuti sono fastidiosi, creano disagio e, soprattutto, sanno. Sanno come si viveva, come si parlava di morte, della loro morte, come si attendeva, senza mai esitare. Perché il dottore Falcone non lo avrebbero abbandonato mai. Giuseppe Costanza invece è stato abbandonato: dallo Stato, dalle Istituzioni, perfino dalla Fondazione Falcone (non si possono piangere i sopravvissuti) e ha cominciato a lottare, fino all’incontro con Riccardo Tessarini, che dopo avere conosciuto la sua storia ha deciso di raccontarla in un libro documento senza alcuno scopo di lucro, scritto solo per il senso di cittadinanza attiva che ha dato alla sua vita (“STATO di abbandono” di Riccardo Tessarini e Giuseppe Costanza, ed Minerva. Da leggere per capire). Insieme girano l’Italia, parlano nelle scuole, raccontano. Quante storie ci sono dentro una storia? E quante vite dentro una vita? “Il giudice Falcone estrasse la chiave dal cruscotto mentre guidava, per darmela: era distratto da pensieri e impegni… “ma che fa, dottore, così ci ammazziamo!!” gli dissi… lui la inserì nuovamente, ci guardammo attraverso lo specchietto, poi si voltò verso la moglie, disse “ scusate…” Ecco: l’ultima immagine che ho è il loro profilo, mentre si guardano”. Poi, come raccontano i sopravvissuti della terza blindata, “abbiamo visto l’asfalto salire in cielo”.

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