Giuseppe Bonaviri: “Il vicolo blu” (2003) – di Gabriele Peritore

C’è una Sicilia magica caratterizzata da un animismo profondo che pervade ogni elemento della natura. Come se lo scricchiolio delle foglie nel sottobosco fosse dotato di vita propria, o l’ombra che si allunga o si accorcia in base alla posizione di un lume, fosse viva. Così anche l’effusione lattiginosa dell’alba ha una sua segreta essenza, per non parlare del rotolare incendiario del tramonto. Il belare impazzito di un caprone, lo sprofondare di un seme nel grembo della terra, il suo perdersi nell’oscurità, il ritorno alla luce, il suo germogliare e la sua raccolta… tutto può essere propiziato da un antico rituale contadino, o da incantesimi di bambini. D’altronde anni di dominazione araba avranno pur lasciato un segno. Su un altura, nella campagna, poco fuori la cittadina di Mineo, c’è una grande pietra piatta dove si radunavano poeti contadini da ogni angolo dell’Isola e declamavano a braccio le loro composizioni estemporanee. Lo scrittore Giuseppe Bonaviri, nato proprio in quel paese, affascinato da questa tradizione, intende, fin dal suo primo lavoro, “Il sarto della stradalunga”(1954), riportarla in vita e ripercorrerne il filone magico. Tutta la sua straordinaria produzione è ambientata in Sicilia e soprattutto nei suoi luoghi natii. Basta dare un’occhiata ai suoi lavori di narrativa, citando tra gli altri “La divina foresta”(1969), “Notti sull’altura” (1971), “L’isola amorosa” (1973), o alle sue raccolte di poesia, come “Il dire celeste” (1976) fino a “I cavalli lunari”(2004), per rendersi conto della sua volontà ferma di esplorare, e illuminare di nuovo chiarore, l’intreccio culturale che permea ogni espressione vibrante della sua terra. Con il romanzo “Il vicolo blu” pubblicato nel 2003, fa un tuffo nel passato di quasi cinquanta anni per ripercorrere la stradalunga del sarto che, non era nient’altri che suo padre. Proprio l’anno dopo aver perso quasi tutti,  tranne una, tra fratelli e sorelle… a lui Giuseppe, che era il più grande di cinque figli, non rimane che la memoria per sfuggire al nulla che inghiotte senza ritegno. L’unico balsamo che può lenire le artigliate di una morte obliante. Una memoria di rarefatti ricordi e invenzioni, trasposizioni di esperienze realmente vissute o di come avrebbero potuto essere se vissute davvero. Trasferendo ogni elemento in un periodo di tempo in cui stavano tutti insieme. Il padre, la madre e i cinque fratelli. Prima che si disperdessero per andare a cercare lavoro. Prima che Giuseppe partisse per Frosinone per svolgere il suo mestiere di medico… molto prima: il tempo dell’infanzia. Infatti i protagonisti sono loro bambini, che scoprono il mondo con i loro occhi sognanti, curiosi ed inesperti. Vivono il trasferimento dal paese verso l’altura di Camuti come un vero e proprio viaggio iniziatico. Verso il buio e la luce insieme… ed è un gioco visionario di chiaroscuri lo stile che sceglie Bonaviri per descrivere questa dimensione incantata. C’è un forte legame tra immagini, parole e emozioni che vuole trasmettere. Così ogni volta che i protagonisti bambini si apprestano a vivere un accadimento, o a scoprire qualcosa di sconosciuto, anche la scrittura cambia, si adegua alla situazione, sempre con ricchezza di lessico e terminologia. Per dipanare la nebbia della vita e quella della memoria, serve un linguaggio nebuloso, come un filo di nuvole che ricuce tutto e che conduce oltre ogni nebbia, in un tempo senza tempo, un tempo eterno, il tempo del cosmo. Fatto di cicli stagionali, mensili, quotidiani. I bambini possono assistere alla crudeltà della natura senza esserne scioccati, perché questa crudeltà rientra nel ciclo cosmico… ed è magia. Possono assistere all’uccisione di un capretto ma anche alla composizione di una laude per violino da parte dei contadini in onore della vittima. Possono assistere all’incagliarsi delle ali di un passerotto tra le spine dei fichi d’India ma anche all’apertura delle foglie della stessa pianta per curare le ferite. Possono scoprire le prime pulsioni della sessualità… tutto è materia, densa materia. Lo stesso vale per il modo di narrare i vari quadri da parte di Bonaviri: da ogni parola ne deve estrapolare la materia, il colore, il suono, il gusto, l’olfatto, il tatto… e si serve di tutte le parole che conosce per cogliere l’anima di ogni cosa, riportare in vita le deità liberatrici e descrivere, il gemmare dei mandorli, o lo schioccare della pioggia, il battere del fabbro o il movimento delle ombre. La sofferenza dei papaveri recisi durante l’aratura o il soffio del vento. Si serve dell’italiano, ma l’italiano non basta; si serve del dialetto ma non basta neanche quello. Inventa parole, le scova dalla terminologia medica, botanica, contadina, astronomica. Solo così si può comprendere il perché il vicolo dove vivono i bambini è un vicolo blu: con la descrizione dell’aria; che prima è un leggero blu instabile, poi caligine bluastra, poi ancora un’aria pendula tinta di blu e quindi un aura cenerognola. Poi il suono: una voce maschile che dice che c’è solo il nulla e una dolce voce femminile che dice che tornerà la luce. Il ciclo cosmico si chiude. Così come si chiude il ciclo letterario di Giuseppe Bonaviri. Prima della sua morte, avvenuta nel 2009, ci saranno tante altre uscite… vale la pena ricordare “L’incredibile storia di un cranio” (2006) o “Autobiografia in do minore”(2007), ma con la pubblicazione del romanzo “Il vicolo blu”, nel 2003, quando stava per compiere quasi ottant’anni, Giuseppe Bonaviri si ricongiunge alla sua prima pubblicazione “Il sarto della stradalunga” del 1954… per lo Scrittore equivale alla chiusura ideale del cerchio letterario… e quindi cosmico.

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