Giuse Alemanno: “Come belve feroci” (2018) – di Francesco Picca

La prima volta che ho incrociato Giuse Alemanno, a casa di un’amica comune, abbiamo parlato di vino e di donne. Mi ha consigliato un Primitivo di 15 volumi, amabile, da tutto pasto, confezionato in un vetro da 375 cl. perfetto per i tête-a-tête da un calice e via. Dopo qualche giorno ho approcciato la sua scrittura, penetrante come i suoi occhi beffardi e brusca come il suo vissuto. Giuse Alemanno affonda le proprie radici antropiche nel retroterra agricolo del Salento e le sue parole si presentano inevitabilmente nodose, come un vitigno, come il fusto di un ulivo monumentale. E’ in libreria da pochi giorni la sua ultima fatica, “Come belve feroci”, un romanzo a cura di Las Vegas edizioni. L’eventuale acquisto prevede di ospitare sul vostro comodino trecentoquarantacinque pagine di violento realismo che fissa i personaggi e le vicende su uno sfondo purpureo acceso da pennellate criminali. Il linguaggio è quello di sempre, senza mediazioni, liberato per l’occasione da quella residua patina di riguardo per il comune senso del pudore, ammesso che abbia ancora senso parlare di pudore in questa  nostra comunità sozza e malandata. Questa constatazione Alemanno l’ha fatta propria ormai da diverso tempo e quindi scrive senza preoccuparsi di preparare il lettore, di blindarne lo spettro percettivo e di salvaguardarlo da colpi e contraccolpi. Alemanno archivia come una cosa scontata l’aver a che fare con un lettore pronto, forgiato, già passato per le armi dalla vita, sopravvissuto a quell’occhio di riguardo non certo benevolo che l’esistenza riserva a chi ha sgranato il rosario dei propri giorni con accettabile onestà. L’onestà di chi non ricerca nella lettura i perché, la luce e le soluzioni. L’onestà di chi, semmai, ricerca e trova nelle parole altrui la conferma di ciò che già ha più volte sottoscritto con l’inchiostro della propria esperienza. La scrittura di Alemanno, che quest’anno festeggia il ventennale, non ha mai denotato grossi scossoni stilistici. La sua evoluzione, nel tempo, ha seguito un percorso costante e di grande coerenza. La ricchezza narrativa è già presente nelle raccolte di racconti brevi “Racconti lupi” (Filo editore 1998) e “Solitari” (Filo editore 1999). La maturazione di un linguaggio materico ed aspro si ha con il romanzo “Terra nera” (Stampa alternativa 2005), non a caso sottotitolato come “romanzo perfido e paradossale di cafoni e d’anarchia”, ambientato tra le comunità agricole salentine e impastato di miseria e di istinto di sopravvivenza. Nel 2009 è la volta di “Le vicende notevoli di Don Fefè” (I Libri di Icaro), un signorotto pugliese impegnato a districarsi tra crisi economica e lotte di classe, le cui vicissitudini prenderanno ancora vita nel 2014 con “Benvenuti a Ciperniola” (Edizioni Città Futura). Nel mezzo due pubblicazioni centrate sul tema spinoso della fabbrica, luogo di lavoro di Alemanno per un paio di decenni: “Invisibili: vivere e morire all’Ilva di Taranto” (Kurumuny 2011) scritto a due mani con il giornalista Fulvio Colucci e “Io e l’Ilva: monologo metalmeccanico” (Lupo editore 2013). Nell’ultima opera, “Come belve feroci”, Alemanno compie una sintesi del proprio vissuto umano e letterario e, benché non fosse necessario, ricorre a grasse manciate di esaltatori di sapidità. La scrittura asciutta e cadenzata rende la lettura veloce e vorace. Ecco, la voracità: è in assoluto il primo pensiero che ti coglie quando conosci Giuse Alemanno e quando abbracci il suo modo di essere e di scrivere. Vorace è l’esistenza di quasi tutti i suoi numerosi personaggi, inseguiti da una vita il più delle volte malefica che li costringe a maldestri tentativi di elusione. Già nelle primissime pagine di “Come belve feroci” gli ingredienti appaiono chiaramente allineati sul tavolaccio: il sangue, la violenza gratuita, la premeditazione… e poi gli ambiti familiari, costantemente segnati dalle asperità di una vita misera, da dinamiche dure e contorte, dalla promiscuità esistenziale tra gli uomini e le bestie e, non ultima, da una sottocultura opprimente che è al tempo stesso zavorra e ancora di salvezza. Il tutto ammantato dalla vendetta che l’autore considera come la schiavitù ancestrale dell’uomo. Un’altra prerogativa di Alemanno, chiara ed evidente anche in questo romanzo, è la non ricerca dell’originalità; peraltro, la semplice narrazione del microcosmo sociale che lui osserva senza filtri e senza sconti, con una efficacia descrittiva non comune e con quel pizzico di dissacrante ironia che lo contraddistingue, è essa stessa un calderone di umanità illimitata. Come quando, nelle pagine iniziali, liturgia sacra e paganesimo si incrociano nel programma mattutino di Costantino Ròchira che, al termine della messa, guardando la sua lupara dice: “Bene, andiamo a ricordare a Paolo Sarmenta che è domenica anche per gli infami e per i cornuti”. Inizia così una saga impietosa che toccherà tutte le corde del sentire e dell’ordire malavitoso, che raffredderà pazientemente il piatto della vendetta e attraverserà tutto il “Bel Paese”, spostando la scena dal Salento alla Val Camonica. Fate spazio sul vostro comodino.

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