Giulio Manfredonia: “Si può fare” (2008) – di Dario Lopez

Incipit frenetico ad opera di Giulio Manfredonia che in meno di un minuto ci presenta il protagonista, Nello (Claudio Bisio), sindacalista aperto alle nuove esigenze dei mercati (siamo nel 1983) e quindi per lo stesso sindacato troppo moderno… uomo però troppo di sinistra per concepire che la sua donna tenti di fare profitto nel mondo della moda, troppo antico per la compagna Sara (Anita Caprioli) e quindi scaricato. Cornuto e mazziato in meno di un minuto, non male, ma si sa, il sindacato non lascia nessuno indietro (ah, che bellissima e menzognera utopia), così Nello viene riciclato come Presidente della cooperativa sociale 180 che si occupa di malati di mente transfughi dai manicomi in seguito all’approvazione della Legge Basaglia. Esaurita la velocissima introduzione, il film di Manfredonia si prende il suo ritmo, torna a una narrazione classica che bilancia al meglio i tempi, sia quelli comici che quelli del racconto, per andare a comporre una di quelle storie belle, edificanti e allo stesso tempo cariche di stimoli, capaci di far riflettere sui contenuti ma allo stesso tempo divertire lo spettatore. È una storia delicata che non manca di assestare qualche colpo duro, i protagonisti, tutti apprezzabili nell’interpretazione di questo gruppo di pazienti con disagi mentali, rendono al meglio i momenti di tenerezza come quelli di maggior tensione, andando a sottolineare quella che è una crescita, del protagonista Nello ma, soprattutto, comunitaria e collettiva, durante la quale tutti provano, tutti fanno, tutti decidono e, lungo il percorso, quasi tutti sbagliano, come poi capita realmente nella vita di ognuno di noi. Dopo aver valutato la situazione, dopo aver fatto conoscenza con il gruppo e aver preso anche qualche bella batosta, Nello decide di portare i ragazzi della cooperativa 180 nel mondo, distogliendoli dalla loro attività assistenziale retribuita dal comune e lanciandoli nel mercato del lavoro, perché anche se non sembra tutto si può fare, perché no, anche diventare dei bravi posatori di parquet. Grazie alla propensione artistica di un paio di loro, il più agitato Luca (Giovanni Calcagno) e il remissivo Gigio (Andrea Bosca), l’attività comincia a farsi un nome e ad avere successo: in qualche misura il reinserimento di queste persone nel mondo sembra avere delle serie possibilità di riuscita. Con l’aiuto del dottor Furlan (Giuseppe Battiston) Nello decide così di diminuire il dosaggio dei farmaci che impedisce a molti di loro di vivere una vita piena e più o meno normale. Purtroppo non per tutti questi neo lavoratori sarà facile reggere le pressioni del mondo al di fuori di un ambiente ristretto e controllato come quello della comunità. È il dilemma umano l’aspetto più interessante di “Si può fare”, non tanto quello sulla sorte degli ex internati, quanto quello difficile da sciogliere… su fin dove ci si possa spingere per aiutare gli altri… perché si può essere armati delle migliori intenzioni ma non avere la preparazione adeguata per agire al meglio nell’interesse altrui, soprattutto nell’interesse dei più indifesi. È un po’ il dilemma con il quale si confrontano quotidianamente tutti gli educatori, i medici, i terapeuti e, più banalmente, anche qualsiasi genitore che giorno dopo giorno si trova a dover prendere decisioni che inevitabilmente andranno a influire sul futuro dei propri figli. Poi con tutte quelle scelte in qualche modo bisognerà convivere, non con tutte sarà facile farlo come proverà sulla propria pelle il protagonista Nello. Tema complesso, difficile da condensare nel tempo di un film, il risultato però sorprende per onestà e freschezza, in larga misura ottenuto grazie all’alchimia di un bel gruppo d’attori ben calato nel ruolo non semplice di “matti”. Alla fine anche parlare con leggerezza di temi importanti si può fare.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *