Giulia Millanta: “Conversation with a Ghost” (2018) – di Maurizio Garatti

Stories both reflective and gripping. “Conversation With a Ghost” teeters on Giulia Millanta’s astral plane as her most bold work yet.“ Cosi titola l’autorevole The Austin Chronicle riguardo al nuovo Album di Giulia Millanta“Conversation with a Ghost” (Ugly Cat Music 2018) e, dopo aver attentamente ascoltato il sesto lavoro della bravissima cantante fiorentina che ormai da anni ha scelto di vivere e fare musica in quel di Austin, non possiamo che unirci al corposo nugolo di voci che la stanno facendo emergere dal sottobosco indie. Michael Greenblatt su The Aquarian Weekly, periodico indipendente decisamente molto noto nel New Jersey e giù di lì (un altro mondo rispetto alla capitale del Texas), arriva a definirla “profondamente evocativa con un pizzico di Piaf, una spolverata di Lady Day, un pizzico di Norah Jones e un cucchiaino di Madeleine Peyroux”, centrando in pieno la versatilità della bravissima songwriter italiana, ormai giunta alla piena maturità artistica. Quello che ci ha sempre colpito di lei, è sicuramente l’innata curiosità e la voglia di sperimentare, di mettersi in gioco in prima persona, prendendo di petto tutto ciò che la vita le offre. La passione che la spinge sin da bambina ad imparare a memoria vecchie canzoni inglesi e americane, ci ha consegnato una donna capace di scrivere splendidi racconti musicali, nei quali si percepisce la coesione tra le sue radici Italiane ed Europee e un presente fatto di suoni americani che stanno a metà tra l’innovazione e la sperimentazione. Una vita da vivere pienamente: ecco il diktat che Giulia si è data dopo che, a tredici anni, fu vittima di un incidente mentre cavalcava. La relativa frattura cranica e il conseguente coma (circa un mese e mezzo) sicuramente incisero profondamente sul suo essere, e la Laurea in Medicina conseguita con lode nel 2007, evidentemente non fu sufficiente a placare la sua irrequietezza. Il suo girovagare la porta infine in Texas, dove nel 2012 pubblica per la Ugly Cat Music/Audioglobe il suo terzo lavoro, “Dust and Desire”, con la produzione di David Pulkingham, chitarrista che ha frequentato i lavori di Robert Plant e di Patty Austin. Da lì in poi la sua carriera svolta… e Giulia diviene una costante di notevole importanza, condividendo il palco con Bruce Channel (autore del famoso “Hey! Baby” nel film “Dirty Dancing”), Spooner Oldham (tastierista presente in molti dischi di Aretha Franklin), Jaston Williams (scrittore e performer di Greater Tuna), Hamell on Trial (eroe punk-folk di New York)… per citarne solo alcuni. Il tutto nell’indifferenza più totale di una Itala legata ai fenomeni da baraccone che fuoriescono da talent show di sgraziata e avvilente fattura. Di se stessa Giulia dice: “Ho sempre voluto essere un musicista. Ho iniziato la carriera in medicina perché ero interessata e curiosa, e volevo anche aiutare le persone. Ma un anno dopo, ho capito che non era per me. Vengo da una famiglia in cui tutti hanno una laurea, quindi non era concepibile, soprattutto per mio padre, avere una figlia che non avesse una laurea . Ma alla fine non ce la facevo più…Così ho lasciato e mi sono trasferita a Barcellona e ho iniziato a lavorare come musicista. Ero al quarto anno…e la famiglia non l’ha presa bene. Ma senza dirlo a nessuno, sono tornata alla facoltà di medicina e mi sono laureata e, una volta che sono stata proclamata medico ho detto: non voglio essere un dottore. Sono una musicista…” Scelta coraggiosa e azzeccata, visti i risultati… ed eccoci al 2018 e a questo disco di pregevole fattura che conferma appieno tutto ciò che si dice di lei. Prodotto dalla stessa Giulia insieme al chitarrista Gabriel Rhodes (Willie Nelson, Billy Joe Shaver), “Conversation with a Ghost” è stato registrato dal vivo con alcuni dei migliori musicisti di Austin, che negli ultimi due anni sono diventati i membri della sua Band: Glenn Fukunaga al basso, Dony Wynn alla batteria… assieme a talenti come Marc Ribot alla chitarra elettrica, Joel Guzman alla fisarmonica e John Mills ai fiati. Sono le pulsanti note di Blinded By The Sun a introdurci in un variegato mondo con al centro gli U.S.A. ma nel quale si stemperano le influenze di una Artista a tutto tondo: sospesa tra la chitarra e un sax tenue e polveroso, la canzone è il viatico perfetto per iniziare il viaggio. Hour Glass è decadente e molto americana, interpretata in modo perfetto, con un inciso di chitarra da brivido… ma è con la suadente Violence che il disco prende quota: reminiscenze spagnole che mutuano un tango argentino sulle note di un accordion di struggente bellezza, con un cantato incisivo tra inglese e italiano. Coney Island è notturna, smooth e sofisticata come un brano di Lounge Jazz spogliato da inutili orpelli e, la Title Track, è un gioco sospeso tra il basso e la chitarra, sulle cui note si dipana la voce. Brani circoscritti in cornici che non riescono a delimitare la voglia di divagare e di andare oltre, come nella conclusiva Space, inno di rara ed efficace intensità che sembra aprire la porta a un prosieguo piuttosto che a una fine non annunciata.

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