Giovanni Verga: “La Lupa” (1880) – di Marina Marino

Ne “La Lupa”, troviamo il Verga  della raccolta “Vita Dei Campi” del 1880, lo scrittore di novelle che inventa uno dei suoi personaggi  più vivi e veri, come se nel processo creativo la donna emergesse dalla pagina e intimorisse il suo stesso creatore. Gnà Pina, vedova con una figlia, lavora nei campi come un uomo, instancabile come un uomo, ma è donna, portatrice di un desiderio, quasi di una bramosia sessuale primitiva, da femmina che rigetta le regole sociali dell’epoca e purtroppo non solo di quella. Alta, pallida, seno vigoroso e puntuto come gli occhi neri e demoniaci, attributi più adatti ad una strega mitologica che a una donna. Vuole sesso, lo esige, sembra che getti una malia, un incantesimo sugli uomini del paese, in primis il parroco (ho pensato a una Bocca di Rosa  più sola e autentica). Le donne si segnano al suo passaggio, viene  denominata, anzi, marchiata come “la Lupa”, stigma che porterà fino all’inevitabile, tragica fine che aleggia dalle prime pagine. In una società meridionale di fine 800, essenzialmente rurale, una donna che esplicita i suoi bisogni e desideri sessuali può solo essere messa ai margini, isolata, additata, diventare reietta. Gnà Pina commette un errore fatalesi innamora, sentendosi colare il sudore sotto il corpetto di fustagno. Lo guarda fisso sotto il sole nei campi, quale impudenza, Nanni, giovane contadino che le chiede “Che volete, Gnà Pina?” e lei risponde “Voglio te, che sei bello come il sole e dolce come il miele”. La lupa parla con accenti da ragazzina innamorata, Nanni, concreto e ligio agli stilemi correnti, risponde “Voi? Datemi Maricchia, vostra figlia, che è zitella”. La Lupa esprime l’urlo che forse la squarcia con un solo gesto, le dita nei capelli, quasi a volerseli strappare, non urla, non piange, quanto può essere forte il silenzio? Le stanno stretti i panni della madre, vuole Nanni,  Maricchia, la sua carne, in olocausto per la carne. La Lupa costringe la figlia al matrimonio, condotto come un affare a partita doppia: alla ragazza non manca la dote, eredità paterna, corredo. Gnà Pina aggiunge la casa, riservandosi un cantuccio presso il focolare. L’unico personaggio verghiano non attaccato alla “robba”: La Lupa è libera ma schiava di voglie, sentimenti, solitudine. Una donna simile incanta e spaventa, sembra sbeffeggiare ogni regola umana e sociale, il prezzo che paga, il vulnus che ne riceve, nessuno lo sa, nessuno se lo chiede. I due giovani si sposano, hanno figli ma, tra la sesta e la nona gli incontri tra Nanni e Gnà Pina, nell’aia, continuano. Maricchia, furente come una lupacchiotta, si rivolge al brigadiere, a cui Nanni si presenta come una vittima di arcani sortilegi invincibili, promette, ma non resiste: se la Lupa non viene all’aia, lui l’aspetta sul ciglio della strada. Eros e ThanatosNanni non si assume una singola, sparuta responsabilità, appare spaventato da sé stesso, dalla forza di un desiderio primordiale che lo ingoia, lo denuda, lo strappa da sé, la fine sembra scritta. Giovanni Verga non descrive, la lascia intuire: Nanni, vittima (?) e carnefice, si avvicina alla suocera che gli offre il collo, la parte più indifesa e tenera di ognuno, pronta al bacio o alla scure, lei affronta la scure a occhi aperti, non un respiro, non un passo indietro. Dopo l’odore muschiato del sesso nei campi falciati dal sole, il puzzo dell’ostracismo e della solitudine. La storia non poteva non terminare con il sentore dolciastro e ferroso del sangue. Cosa di nuovo, in fondo? Molti uomini proclamano di desiderare una donna libera, forte, con cui antagonizzare e poi fare sesso ma, spesso, troppo spesso, quando la trovano, ne hanno paura. Le donne producono anche questo, per questa paura, per questa debolezza e pavidità, vanno punite, anche col sangue, in ogni modo. “La Lupa” arrise a Verga un buon successo, tale da spingerlo a trasformarla in un testo teatrale, poi ripreso molti anni dopo da una straordinaria Anna Magnani diretta da Franco Zeffirelli, una pellicola di Alberto Lattuada girata tra i Sassi di Matera, in seguito un film di Gabriele Lavia con Monica  Guerritore e Raoul Bova. Nessuno ha saputo rendere, però, la fiera disperazione di una donna, un’outsider ante-litteram che, non potendo avere e vivere l’uomo che vuole, preferisce morire per mano sua, forse amando quella mano anche in quel momento. Una storia d’amore? Chi può dirlo? Esistono donne così, uomini imbelli e violenti, vigliacchi senza gloria o storia, anche oggi: rispettiamoci, non chiamatelo amore, quello che nel “Cantico dei Cantici” viene definito “più forte della morte”. Anche oggi, le donne pagano da vive lo stesso sesso e  la medesima libertà per cui gli uomini vengono presi a pacche compiaciute sulle spalle. No, non chiamiamolo amore, non lo è. Almeno, lo spero.

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