Giovanni Paparcuri e il Bunkerino dell’Orgoglio – di Cinzia Pagliara

Ci sono luoghi che sono diventati storia, luoghi che tutti conosciamo bene, come se fossero parte della nostra vita, come se noi avessimo salito quelle scale, percorso quella strada, suonato quel campanello. Ci sono luoghi che hanno visto l’orrore che solo “dopo” abbiamo visto anche noi: le fiamme, il fumo a coprire il cielo, il sangue, i teli bianchi a nascondere ciò che restava di donne e uomini, la confusione di gente che vagava senza sapere, senza capire, che si guardava intorno e scopriva come deve essere l’inferno. Giovanni Paparcuri in quell’inferno c’è stato, ed è tornato indietro. Quando racconta i suoi ricordi si fermano un attimo prima delle immagini che noi conosciamo. Lui non le ha viste, quelle immagini: lui c’era dentro. Lui ha saputo solo “dopo” che il “prima” era finito per sempre. Recentemente ho incontrato Giovanni Paparcuri, un incontro che mi ha segnato profondamente. L’ho incontrato pochi giorni prima che ritornasse alla ribalta giornalistica per il ritrovamento del “pizzino”  (anche lui, come me, li chiama così, anche se sono pizzini totalmente opposti a quelli nascosti nei rifugi mafiosi) scritto da Giovanni Falcone e che riguarda Belusconi. Giovanni Paparcuri era uno degli uomini della scorta del giudice Rocco Chinnici, l’unico sopravvissuto alla prima strage con tritolo nascosto in una macchina, avvenuta a Palermo il 29 luglio 1983. Aveva un lavoro nelle ferrovie. Ma voleva guidare un’auto con la sirena, e per questo cambiò totalmente la sua vita. Di quella mattina ricorda tutto: i suoi colleghi e amici Mario Trapassi e Salvatore Bartolotta, il portiere delo stabile di via Pipitone Federico, Stefano Li Sacchi, uscito come sempre per salutare il giudice Rocco Chinnici; ricorda di essere andato a prendere la rice trasmittente – lasciata su un’altra auto – per portarla su quella blindata. Ricorda il gesto con la mano del suo collega, lo stesso di ogni giorno “ma quella volta è stato l’ultimo saluto” e mentre lo dice la voce gli si incrina. Non importa quante volte ha raccontato questo momento: ogni volta è la prima volta. Lo osservo mentre descrive le foto che mi mostra e le sue mani si stringono in un movimento nervoso e triste. “Quelle chiazze sono il mio sangue. Mi sono risvegliato in ospedale”. Segue un elenco dettagliato, puntuale, quasi asettico dei traumi e delle ferite riportate. Come se appartenessero solo al “prima”. Il “dopo” è l’uomo che ho davanti, che non dimentica mai di mettere le parole “giudice”  o “dottore” davanti ai cognomi, che ha così tanti ricordi da poterne fare un museo. Un museo dell’orgoglio… e della nostra vergogna. Mi racconta, come se fosse la trama di un romanzo,che Antonino Madonia, su mandato dei cugini Salvo, osservò su un camion poco distante la scena, fingendosi operaio, e pigiò il pulsante del detonatore. “Avvicinati,toccami la testa”. Lo faccio,con rispetto e una tenerezza che non so nascondere. Sento una manciata di bozzi sotto la cute: ”Sono schegge conficcate e non estraibili, sarebbe pericoloso” mi dice, e io ritiro la mano come se fosse colpa mia e forse per la prima volta comprendo realmente cosa è accaduto in quegli anni. Nelle foto compare spesso il volto del giudice Antonino Caponnetto, “il nonno” gli sento dire, con un affetto che non mi stupisce e mi commuove. Io ricordo le parole di Antonino Caponnetto alla morte del giudice Borsellino: “E’ tutto finito… (poi una lunghissima,infinita pausa) …perché… non mi faccia dire altro”. In un’altra occasione ricordo il suo gesto di vittoria, mentre sale in macchina: quasi una sfida. Una “incisione” nel tempo :la V di vittoria, perché l’inferno potesse avere un senso. Ricordo che la sua espressione mi era subito sembrata diversa da quella di chiunque altro (ad eccezione di quella di Paolo Borsellino mentre parlava di “qualche Giuda” al funerale dell’amico Giovanni), diverso il suo dolore, diverso il suo sgomento. Ora capisco che era diverso semplicemente perché era “vero”. Giovanni Paparcuri potrebbe parlare all’infinito. Dopo l’attentato al giudice Rocco Chinnici, dopo le delusioni per il trattamento subito successivamente alle dimissioni dall’ospedale (“conviene morire, altrimenti non esisti più comunque. Disturbi”), ricominciò una seconda vita negli uffici blindati di Falcone e Borsellino. Quegli uffici sono oggi il Museo del Bunkerino a Palermo: ogni oggetto non è solo un ricordo, è un’accusa, un atto di coraggio, un sorriso improvviso di quelle vite sempre in bilico e sempre cocciutamente in azione. Ascoltarlo è come perdersi: ”sai?, di quelli che oggi si vedono durante le commemorazioni io non ho mai visto nessuno negli anni di lavoro… dove erano?” Dove erano mentre “LORO” indagavano e aspettavano quasi con pazienza la loro morte?”. Il suo tono diventa freddo, arrabbiato. “L’antimafia non si fa con i palloncini, non si fa riempiendosi la bocca di parole. L’antimafia è sempre”. L’antimafia è ogni giorno, in ogni gesto, in ogni parola. L’antimafia è in ogni scelta. Ai ragazzi delle scuole in cui va a far visita dice che è vero che ci sono tante persone buone, ma tante, tante sono quelle cattive. Usa questo termine:”cattive”. Sono cattive e dobbiamo stare attenti. Giovanni Paparcuri  guarda ogni giorno l’alba dalla sua finestra a Palermo e la fotografa. Sono albe bellissime, come bellissima è questa città che Giovanni non smette di amare, continuando a “lottare” a modo suo… perché il lavoro di tanti e la morte di tanti abbiano un senso “altro” rispetto alle manifestazioni ufficiali e alla retorica programmata. Per questo ricorda e racconta, perché si continui a parlare, sempre più numerosi. D’altra parte il giudice Giovanni Falcone lo diceva spesso: la mafia non è solo quella che uccide, la mafia è soprattutto chi non ascolta e ti lascia solo.

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