Giovanni Bietti: “Lo spartito del mondo” (2018) – di Gabriele Peritore

Un musicista degno di tale nome, in questo periodo storico, probabilmente, per rendere merito alla sua arte, dovrebbe comporre un’opera che riuscisse a fondere le culture artistiche di due nazioni attualmente in contrasto politico o che si sono spinte finanche al conflitto bellico, come la Corea del Nord e gli Stati Uniti d’America ad esempio; o la Russia e la Cecenia. Perché la Musica, per la sua naturale essenza, è un ponte emozionale che tende ad unire le componenti opposte, a fondere le tradizioni culturali più diverse, a mescolare i flussi di note provenienti da culture lontane, per raggiungere un’ideale dimensione spazio temporale in cui regna la pace, riavvicinando anche corpo e anima. Fondere, mescolare, unire, caratteristiche che appartengono alla musica come appartengono a Giovanni Bietti, compositore, fine divulgatore e musicologo, che riversa tutto, con tocco consapevole e preciso, profondo e leggero, nel suo ultimo lavoro… “Lo spartito del mondo”. Un materiale immenso, adattato in maniera scorrevole e godibile, in un saggio che ci racconta di come la cultura e i generi musicali si siano spostati di nazione in nazione, di secolo in secolo, si siano fusi e mescolati tra di loro attraverso il genio dei grandi artisti. Piacevole la sensazione di conoscere come siano nate Danze come l’Allemanda e la Sarabanda, la Gagliarda e il Saltarello, o la più popolare Tarantella… fino all’esemplare avvento della Suite che le univa tutte e di come siano arrivate negli spartiti degli estrosi compositori e nelle sale da concerto delle corti di mezza Europa. Giovanni Bietti, forte dell’esperienza come docente universitario e di conferenze-concerti tenute nei più grandi teatri italiani ed esteri, con grande maestria ci conduce attraverso la caratteristica tecnica e l’importanza storica di un determinato genere o stile… e lo fa rendendo omaggio ai musicisti che, con il loro talento compositivo, hanno lasciato un segno indelebile nel tempo. Si parte da Orlando di Lasso che, nel 1573, dà alle stampe un libro più unico che raro, contenente ventotto composizioni vocali scritte in quattro lingue diverse e musicate negli altrettanti stili d’appartenenza: sei Mottetti sacri in latino, sei eleganti Madrigali in italiano, sei veloci Chanson in francese, sei ritmici Lied tedeschi e quattro dialoghi a cucire il tutto. Alquanto misterioso il personaggio di Orlando di Lasso che, sin dalla più giovane età, viaggia per tutto il continente, frequenta le migliori scuole artistiche al seguito di Ferrante Gonzaga e, a soli vent’anni è Maestro di Cappella nella Basilica di San Giovanni in Roma. Dotato di una spiccata intelligenza e di un umorismo fuori dal comune la sua pubblicazione che, con molta ironia, ambisce allo scambio culturale tra i popoli, rientra in un periodo storico in cui invece i dettami promulgati dai vari governanti andavano verso la chiusura estrema. Basti pensare all’espressione “Cuius regio, eius religio”, contenuta nel trattato della Pace di Augusta del 1555. Forse proprio per andare contro questa ottenebrante e seriosa chiusura, in maniera molto divertita, rimescola le tradizioni musicali dei paesi coinvolti. Un’altra forma di acquisizione culturale la troviamo ad opera del furbo e fenomenale Jean Baptist Lully (ovvero l’italiano Giovanni Battista Lulli) che, alla corte del Re Sole, scrive tutto quello che si può scrivere e musica commedie, tra cui Il “Borghese Gentiluomo” di Moliere,  in cui inserisce per la prima volta, in maniera comica, a volte grottesca, strumenti, giannizzeri e partiture che incorporano stili musicali appartenenti alla tradizione dei nemici ottomani. Con grande sorpresa nel Settecento tra i più grandi diffusori delle Suites troviamo Georg Friedrich Händel e, soprattutto, l’austero e ieratico Johan Sebastian Bach a destreggiarsi con estrema leggerezza tra le varie Danze. La nostra Memoria si fa stuzzicare piacevolmente dal genio indiscusso di Mozart… ma sono molteplici i musicisti i cui contributi risultano fondamentali. Giovanni Bietti è agilissimo nel tratteggiare le loro personali evoluzioni stilistiche senza appesantire la lettura. Un caso a parte rappresenta l’avventura della Nona Sinfonia (Sinfonia n. 9 in re minore per soli, coro e orchestra Op. 125) di Ludwig Van Beethoven. L’opera che contiene “L’ode alla gioia”, infatti, è un inno illuminista, composto agli inizi dell’Ottocento in un periodo di forte oscurantismo politico e celebra la fratellanza tra i popoli (cit. “Tutti gli uomini saranno fratelli”). Nel corso del tempo questa Opera verrà smontata e rimontata, strumentalizzata, a piacimento dei governanti che via via si succedono, fino ad acquisire il significato opposto. Oggi, fortunatamente, è l’inno dell’Europa Unita. L’Ottocento è un secolo controverso, forse quello di cui attualmente subiamo ancora l’influenza, e che vede nascere i concetti di nazionalismo e nazione. Con le conseguenti delimitazioni delle radici culturali. Limiti geografici si frappongono a limiti intellettuali. Serve il coraggio di artisti come Modest Petrovič Musorgskij e, qualche decennio dopo, Claude Debussy, Maurice Ravel e Béla Bartók: artisti dalla visione più ampia che aprono alle sonorità più sconosciute, anche d’oltreoceano come il Blues o il Ragtime… e che svolgono anche profondi studi etnomusicali, per abbattere tali limiti e aprire l’immensa dimensione artistica del Novecento. Il ventesimo secolo è sicuramente un periodo d’apertura estrema, soprattutto dopo la seconda guerra mondiale, e permette lo sbocciare di concetti come Contaminazione tra generi, la Fusion e la World Music. Non c’è angolo del pianeta che non sia stato esplorato a livello di sonorità ed espressioni. Tanto che la globalità delle emozioni adesso tende alla globalizzazione espressiva. Sono frutto di questo periodo termini come globalizzazione e integrazione… e l’Autore di questo excursus (denso di contenuti difficili da sintetizzare in una recensione, ma di assoluta  godibile fruizione) chiude proprio così la propria ricerca: chiedendo agli artisti contemporanei di trovare ancora quel dialogo costruttivo, quell’armonia, in musica, necessaria all’evoluzione del dialogo interculturale.

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