Giovanni Arpino: “Il buio e il miele” (1969) – di Gabriele Peritore

Il buio improvviso. L’oscurità totale come dimensione in cui muoversi. Può essere una condanna. Può essere una fortuna? I ciechi non vedono le cose come sono ma come le immaginano, se si ha la forza di immaginare. Se si ha ancora la voglia. Se non ci si è abbandonati all’inaridimento assoluto. Il capitano Fausto G., il protagonista del romanzo di Giovanni Arpino “Il buio e il miele” (1969), vaga nell’oscurità, nella solitudine, nel circolo minuscolo del proprio ego come l’uomo moderno in preda all’aridità relazionale e affettiva, alla cecità oltre la propria sfera di competenza. Cecità, aridità, chiusura. Solipsismo. Nell’Italia della ricostruzione postbellica figure patetiche e ridicole provano a costruire un’identità nazionale consolidando la mediocrità come espressione esemplare della Pace. Proprio un incidente in tempo di pace, toglie la vista, a Fausto G. e al tenente Vincenzo C.. L’esplosione di una bomba durante un’esercitazione militare toglie loro la possibilità di vedere e una mano a Fausto, soprattutto toglie loro la pace, appunto. Fausto non può più vedere dagli occhi e anche se si muove alla perfezione negli ambienti che conosce a memoria ha bisogno di occhi per intraprendere il viaggio che ha progettato di fare. A prestargli la vista è un giovane studente che sta svolgendo il servizio militare. Il giovane ha un nome, certo, ma il capitano lo ribattezza Ciccio, gli toglie la personalità, i pensieri. Ha un solo compito: essere i suoi occhi, ma Ciccio ha occhi e pensieri ed è lui a narrare in prima persona il viaggio del capitano Fausto da Torino a Napoli, per andare a trovare il suo amico di sventura Vincenzo. La vicinanza gli permette di conoscere e delineare il carattere del capitano. Apparentemente pieno di vita ma dedito all’alcol e al fumo nevrotico. Pieno di soldi, irriverente, scontroso, vizioso. Uno a cui la Vita ha fatto un brutto dispetto. Sembra che abbia ancora voglia di godersela la vita, di scialacquare i propri risparmi con donne dai facili costumi, di affrontare a viso aperto i comportamenti mediocri di chi lo circonda, di non soffrire chi soffre della sua stessa menomazione, di provocare chi non la pensa come lui, soprattutto il cugino sacerdote che incontra a Roma. Memorabile dialogo in cui si palesa il totale senso di sconfitta e l’inutile tentativo del tunicato di fargli comprendere la sua fortuna. Invidiabile la posizione di chi ha una malformazione, o del pazzo, dell’infermo, di chi soffre in vita, perché la sofferenza eleva, redime, purifica, avvicina al Signore. Il capitano ascolta ma non sente. Non sente dentro perché cerca soltanto l’assoluzione. Durante il viaggio Ciccio scopre nella sua valigia una pistola. Quando arrivano a Napoli nota anche una strana complicità tra Fausto e Vincenzo. Vincenzo ha un carattere totalmente diverso, è timido, silenzioso, ama passare il tempo suonando il pianoforte. Forse una affinità dovuta ad una antica amicizia o forse a legarli è un segreto che può destare sospetti. Oltre Vincenzo a Napoli c’è la bellissima Sara, innamorata del capitano sin da bambina. Adesso che è una donna ha tutta l’intenzione di entrare nel suo cuore per stargli accanto per tutta la vita. Non le interessa che sia cieco, anche se lei lo ha conosciuto quando ancora ci vedeva, non le interessano i suoi difetti di uomo scontroso perennemente insoddisfatto. Fausto, chiuso come è nel suo carattere, non dà nessun peso all’innamoramento di Sara. Organizza una festa che sembra un’ultima cena. Si concede tutti i piaceri che può. Adesso che la vista lo ha abbandonato, gli altri sensi si acuiscono per compensare. L’olfatto trova il modo di delineare contorni materiali come fosse occhi ed è facile a Napoli con i suoi bei profumi, tra il mare, la cucina e, soprattutto, le donne: inebriante, seducente, profumo di donna. Sensualità sfiorata e persa lo proietta nuovamente ai tempi di quando ancora ci vedeva. La vita prima era troppo bella, adesso è grumo di buio bruciante. Alla fine della festa, quando tutti si allontanano, si sentono due colpi di pistola. Ciccio e Sara accorrono immediatamente e trovano Vincenzo ferito e Fausto in piedi inebetito. Il loro accordo era quello di morire insieme come avrebbe dovuto essere in quel maledetto incidente. Il capitano, però, non riesce ad andare fino in fondo. La paura ha il sopravvento. Il buio, la solitudine, l’aridità e adesso anche il nero della paura. Si sente come l’undici di picche, una carta che non esiste, che non può giocare al gioco della vita. Sara fa di tutto per proteggerlo, per accudirlo, per lenire la sofferenza del suo fisico e dei suoi pensieri. Ecco il miele che si fa strada nel buio. L’oro disseminare bagliori nell’oscurità. Questo il viaggio del capitano Fausto tra il nero e la luce, anche se non sarà mai la luce sua ma quella di una donna che lo ama, così come lo racconta Ciccio. La penna di Giovanni Arpino mette tutte le sue caratteristiche tecniche narrative in uno stile diretto, scorrevole, amaro e ironico, per questa storia che ispira il regista Dino Risi. Nel 1974 gira “Profumo di donna”, cogliendo in pieno lo spirito del libro, impreziosito dalla splendida interpretazione di Vittorio Gassman. Una pellicola che seduce anche le produzioni hollywoodiane che, nel 1992 propongono “Scent of a Woman”, un remake attualizzato e con notevoli varianti, per la regia di Martin Brest e con un superlativo Al Pacino

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