Giorgio Scerbanenco: “Le spie non devono amare” (1971) – di Alex De La Iglesia

Da anni ormai, mi capita sempre più di rado di leggere un libro in tempi celeri. In passato avrei divorato volumi, ma allora non ascoltavo musica né strimpellavo la batteria, non correvo come un forsennato e non avevo tempo da dedicare ai social network. Chi avrebbe mai pensato che ci sarebbero voluti il Covid-19 e le zone rosse per farmi portare a termine la titanica impresa di leggere un libro di 200 pagine circa in una sola giornata. È cosi che il 26 dicembre 2020 faccio mio “Le spie non devono amare” di Giorgio Scerbanenco (19111969), spy-story pubblicata nel 1971 a due anni dalla morte dell’autore. Conoscevo già questo scrittore, ucraino di nascita e milanese di adozione, poiché padre della letteratura che ha ispirato certi cinema e musica ormai parte del mio DNA. Scerbanenco è stato un autore decisamente prolifico, che ha affrontato i più svariati generi a cavallo tra gli anni Trenta e Sessanta del secolo scorso: capace di spaziare tra il rosa e la fantascienza, il western e il bellico, per poi restare impresso nell’immaginario collettivo come romanziere noir. Sue infatti sono la quadrilogia del detective Duca Lamberti e la raccolta “Milano Calibro 9”, alla base dei film di Fernando Di Leo (“I ragazzi del massacro” del 1969, “Milano Calibro 9” e “La Mala ordina” del 1972), Yves Boisset (“Il caso Venere Privata” del 1970), Duccio Tessari (“La morte risale a ieri sera” del 1970) e Romolo Guerrieri (“Liberi, armati e pericolosi” del 1976). L’influenza sulla musica in anni recenti è figlia invece dell’attenzione, a partire dagli anni duemila, al recupero di colonne sonore e tematiche proprie dei lungometraggi italiani degli anni Sessanta e Settanta da parte di band come Afterhours (autori dell’album “I milanesi ammazzano il sabato” nel 2008) e Calibro 35 (con il disco “Traditori di tutti” del 2013).
Ma tornando al racconto che mi ha stregato durante il trascorso Santo Stefano, si tratta di un romanzo spionistico al femminile laddove la voce narrante appartiene alla moglie di un agente segreto. La protagonista Ornella Dallas è una traduttrice italiana proveniente da una famiglia benestante, la quale s’innamora a Berlino di un giovane e affascinante uomo d’affari irlandese. Ben presto lui le confesserà il suo secondo lavoro come spia presso i più temuti servizi segreti europei in piena “Guerra Fredda. Nonostante lo shock, Ornella accetterà l’inquietante verità e sposerà l’agente segreto accompagnandolo e supportandolo in tutte le sue missioni. Benché si tratti di un tema abusato negli anni Sessanta, a causa della scia lasciata da James Bond, e caratterizzato dal perenne dualismo tra la paura e la passione equamente spartite nella vita di un agente dei servizi, il libro funziona. La scrittura di Scerbanenco è leggera, coinvolgente e a tratti distratta, ma rapida e carica di suspense come sottolinea Gianni Canova nella prefazione. Ci si immedesima da subito nel vortice delle emozioni contrastanti vissute dalla protagonista, e per un lettore di sesso maschile non può che suscitare curiosità e a tratti stupore la scoperta del mondo femminile che qui viene narrato. Mentre leggo mi prende la voglia irresistibile di accompagnare il tutto con la musica più adeguata.
La scelta ricade sull’album dei
DoorsMorrison Hotel” (1970), contenente un brano che parla appunto di una spia. Proprio The Spy, un classico e sensuale blues, è la traccia nella quale Jim Morrison canta delle più profonde e segrete paure, le stesse paure che Ornella sperimenta vivendo giorno per giorno il suo pericoloso amore. Malgrado la mia passione per l’eredità e l’influenza che Giorgio Scerbanenco ha avuto sul mondo musicale e cinematografico, solo con “Le spie non devono amare” mi sono avvicinato alla sua produzione letteraria. Lo stile asciutto e diretto è impregnato del clima che si respirava nell’Italia uscita dalla guerra e poi calata nel boom economico, con tutte le aspettative, le ambivalenze e i timori che l’hanno attraversata. Senza dubbio, tra le missioni segrete che ho in programma c’è quella di recuperare le sue opere che mi sono più care, a cominciare da “Traditori di tutti” (1966).

I’m a spy in the house of love / I know the dream, that you’re dreamin’ of
I know the word that you long to hear / I know your deepest, secret fear
I’m a spy in the house of love / I know the dream, that you’re dreamin’ of
I know the word that you long to hear / I know your deepest, secret fear
I know everything / Everything you do / Everywhere you go
Everyone you know
I’m a spy in the house of love / I know the dream, that you’re dreamin’ of
I know the word that you long to hear / I know your deepest, secret fear
I know your deepest, secret fear / I know your deepest, secret fear
I’m a spy / I can see / What you do / And I know.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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