Giorgio Lo Cascio: “Cento anni ancora” (1977) – di Gianluca Chiovelli

A pagina 292 de “Il dizionario dei cantautori” (2003) si legge: “Giorgio Lo Cascio nato nel 1953 e scomparso a soli 48 anni, assieme ad Antonello Venditti, Francesco De Gregori ed Ernesto Bassignano, è stato uno dei promotori della “scuola romana”, il movimento nato intorno al Folk Studio di Trastevere. Autore di alcuni album, peraltro introvabili, documenta quel periodo nella biografia “De Gregori” (Muzzio 1990) e inizia la carriera proprio al suo fianco, nei primi anni Settanta. In quegli anni, insieme a Bassignano, Edoardo De Angelis e lo stesso De Gregori, allestisce al Folkstudio lo spettacolo “I giovani del folk”. Quattordici righe e mezza: a tanto si riduce Giorgio Lo Cascio in un dizionario di seicento pagine dedicato esclusivamente ai cantautori italiani. È incredibile come su certe figure del nostro recentissimo passato si eserciti, ancor oggi, un oblio tenace (tanto da sbagliare la data di nascita); altrettanto incredibile la mancanza di curiosità degli estensori della voce “Giorgio Lo Cascio” (in un dizionario riservato esclusivamente al cantautorato italiano, ricordiamolo); non tanto incredibile, al contrario, è la trascuratezza nell’uso della punteggiatura e della sintassi da parte degli estensori della voce “Giorgio Lo Cascio”: a rileggerli, quei tre periodi, che costituiscono ciò che resta della memoria di Giorgio Lo Cascio, suonano instabili, goffi, caracollanti
Giorgio Lo Cascio è talmente dimenticato che, per ritrovarne le tracce, occorre leggere le biografie altrui. Chissà quale filtro magico sovraintende alla fama, alla popolarità. Perché si diventa famosi? Un misto di talento, sfacciataggine, conoscenze massoniche, pubblicità, coincidenze fra i propri istinti artistici e la moda del momento: coincidenze a volte fortuite oppure perseguite con personale cinismo, oppure studiate a tavolino, con la volontà spietata, dura e gonfia del disprezzo degli arrivisti. La fama spetta un quarto all’audacia, due quarti alla sorte, e l’altro quarto ai delitti, filosofeggia Ugo Foscolo. Tutte qualità a cui Lo Cascio era estraneo, infatti: meno un uomo che una vasta categoria dello spirito. In un mondo della canzone che pubblica financo le ventilationes di Vasco Rossi o di Luciano Ligabue o di Laura Pausini (in pompa magna: cofanetti superlusso, rimasterizzazioni, poster, libretti alti tre dita, presentazioni ubique su tutti i fogliacci del settore, epinici con lanci di coriandoli, celebrazioni chez Fabio Fazio) non si trova il tempo, la voglia e quattro soldi per traslare in CD i pochi album di Giorgio Lo Cascio
Dell’autore romano ci restano, in pieno 2019, solo i vinili, inseguiti a qualche decina di euro su ebay“La Mia Donna” (1973), “Il Poeta Urbano” (1976), “Cento Anni Ancora” (1977)… e poi cos’altro? Un’intervista degli anni Settanta, una citazione, un profilo stitico; poco altro. (C’è però un premio canoro a lui intitolato: Premio Giorgio Lo Cascio alla Canzone d’Autore; un evento, suppongo, portato avanti da qualche irriducibile, uno di quelli con qualche cicatrice nella memoria). Alcuni suoi dischi non si trovano affatto: né in vinile né in digitale sulle piattaforme illegali di download né su youtube. Da nessuna parte. “Il Vaso Di Pandora”, ad esempio, opera del 1989: non c’è, semplicemente,; non esiste; non è possibile ascoltarla, manco di straforo. Lo dico chiaro, a scanso di equivoci: Giorgio Lo Cascio non è un genio incompreso. No. E non voglio farne un feticcio, per carità. Si può vivere bene ignorandolo del tutto così come si vive bene ignorando Omero, Piero della Francesca e le leggi astrofisiche di Keplero. Parlando di lui amo solo riaffermare il senso delle proporzioni. Non puoi dare 14 righe e mezza a Lo Cascio (senza uno straccio di discografia) e 90 a Cesare Cremonini o tre pagine a Gigi D’Alessio. Oppure dieci pagine d’inserto a qualche coglione inglese di cui si perderà il nome e il senso fra qualche anno. È una cosa che non va, che mi infastidisce: un’ingiustizia. E amo riaffermare il senso della critica, quell’esercizio intellettuale, forse vano, che spoglia gli eventi della loro patina passeggera per riconsiderarli alla luce di un apprezzamento oggettivo, puro, non inquinato dall’interesse, dal clamore, dal cicaleccio, dalla moda sfacciata. Fiori Bianchi E Fiori Scuri, da “Cento Anni Ancora”, è una canzone bellissima, una delle più belle degli anni Settanta. Essa si compone di una serie di metafore che rimandano alla realtà degli scontri di piazza nei Settanta: i fiori bianchi, a esempio, sono gli sbuffi dei lacrimogeni, i fiori scuri le ecchimosi delle botte dei celerini, le carezze le manganellate, i fuochi fatui le incandescenze delle molotov… e così via.
È aspro il profumo / dei vostri fiori bianchi / quando sbocciano per strada 
non è un regalo gradito / tanto è aspro il profumo / dei vostri fiori bianchi.  
Nero è il colore / che lascia la vostra carezza / Rosso è il colore dei nostri fuochi fatui 
attenzione se la fiamma muore presto / non è così per il calore che la produce
tanto è rosso il colore / dei nostri fuochi fatui.

La canzone che preferisco è, però, l’enueg di È Solo Un Gioco. L’enueg, nella poesia provenzale, era una dolorosa elencazione, una sorta di catalogo di dispiaceri e sconfitte:
Vorrei fosse un poema / ma è solo una canzone / Vorrei fosse realtà 
ma è solo un’astrazione / Vorrei fosse un pugnale / ma è solamente un ago
Vorrei che fosse un mare / ma in fondo è solo un lago / Vorrei fosse un discorso
ma è una parola sola / Vorrei che fosse un grido / ma è solo un sospiro
Vorrei che fosse un esercito / ma è solamente un gregge / Vorrei fosse una bomba
ma sono solo schegge / Vorrei vedere il sole / ma è notte da trent’anni 
Vorrei ascoltare il vento / ma sento solo spari …
Non sono di quelli che consigliano Bob Dylan agli scolari o di quelli che ritengono Guccini e De Andrè dei poeti. Per dirla tutta: ho dei dubbi, come poeti di vaglia, persino su alcuni Premi Nobel. Allora mettiamola così: se alcuni versi (il terzo e l’ottavo distico, per esempio) di È solo un gioco portassero la firma di Neruda o Hikmet li citeremmo estasiati su feisbuk. Qualche anno fa scrissi alcune note su Giorgio Lo Cascio. Egli, più che un artista, mi sembrava la porta verso un altro mondo
La discografia del cantautore romano è sommessa e riservata. Come il suo autore, essa è quasi misconosciuta (e inedita in CD): ho faticato a racimolare un album intero e parti degli altri tre (“La mia donna”, 1973; “Il poeta urbano”, 1976; “Il vaso di Pandora”, 1989). Merita però di essere divulgata, non tanto per i suoi meriti artistici (che pure vi sono), ma perché, tramite la sua figura, secondaria e sfortunatissima, possiamo rievocare un particolare momento della storia italiana e romana: un periodo, mi arrischio a dire, felice. Dei primi anni Settanta mi ricordo “come per suonno”, come in un sogno, poiché ero quasi un infante. Vivevo in un suburbio popolare; ci erano familiari figure come il varichinaro, il biciclettaro, il vinaro e l’oliaro, la merciaia. Spesso dai balconi venivano calati dei canestrelli con dentro qualche centinaio di lire: accorreva il garzone del fornaio (il cascherino di pasoliniana memoria, reso celebre da una pubblicità di Ninetto Davoli), pigliava i soldi, deponeva un cartoccio e un po’ di spiccioli di resto, il canestrello veniva issato: “Grazie regazzì!”. Non era difficile sentire, sempre ‘dar fornaio’ serissime ordinazioni: ‘mezz’etto de mortatella’, una bustina di Idrolitina o Frizzina. Studiare, studiavamo quasi tutti; il nostro maggior vanto era mostrare l’astuccio all’inizio dell’anno scolastico; era ambita la matita bifronte, rossa e blu; l’odore del gesso e del legno delle matite profumava l’aria; il pallone era l’unico gioco di massa, oltre alla schicchera (giocata con biglie di vetro). Un capofamiglia bastava a cinque, sei persone. C’era il filobus, il biglietto (vidimato dal bigliettaio in carne e ossa) costava Lire 50, una ciambella Lire 100. Adesso un biglietto costa Euro 1,50, una ciambella 0,90: il che non depone a favore dell’attuale amministrazione tramviaria comunale (o forse depone a favore dei fornai). Ogni volta che ascolto gli arpeggi di Giorgio Lo Cascio mi vengono in mente queste cose. Non so neanche perché ve ne parlo. Mi sovviene un mondo forse chiuso in se stesso, ma ancora basato su una certa idea comunitaria del vivere; in cui i rapporti erano costruiti su modelli immediatamente riconoscibili, secolari, spontanei. La politica, la musica, erano espressione di tutto questo. Il 1976 fu anno di svolta, totale e irreversibile. Cominciava a svanire il vecchio ordine. Svanivano le genti, i popoli, le associazioni, i legami profondi. Nella borgata fece irruzione l’eroina. In pochi anni se ne andarono a centinaia. Il cascherino pure: lo trovarono in un cesso nel 1980 o giù di lì. Si era alle porte del nuovo mondo mirabile. Quando me ne andai dalla mia prima casa di tutto ciò avevo vissuto sino a poco tempo prima non era rimasto nulla. Lo Cascio, invece, se ne andò a neanche cinquant’anni: il mondo delle sue canzoni andava sbiadendo, il tessuto che le formava (sensazionipassioni, disinganniillusionisperanze) era ormai incomunicabile alle nuove generazioniLa nostalgia lo ricorda per noi, pochi e felici, come un sogno perduto“. 
La sparizione di un mondo, quello dei Settanta, avvenuta in una manciata d’anni, mi fa venire in mente un film, “Agostino d’Ippona” (1972), capolavoro per la RAI TV di Roberto Rossellini. In esso uno dei protagonisti passa davanti a un tempio pagano ormai diroccato della città africana (Ippona, Hippo, era sita nel territorio dell’attuale Algeria). Siamo nei primi decenni del V secolo; il Cristianesimo ha soppiantato l’antica fede, Roma è già stata saccheggiata dai Visigoti di Alarico, l’Impero smembrato fra Oriente e Occidente. Il vecchio pagano, additando i mozziconi delle colonne, dice: Solo qualche anno fa quel luogo ferveva di devozione e adesso? Il nostro mondo crolla… quattro anni fa quando venni l’ultima volta questo tempio era ancora in piedi… oggi non è che una rovina…” In pochi anni. Quattro anni. Fino a poco tempo fa i testi di Giorgio Lo Cascio possedevano un senso, una indiscussa razionalità. Ora il mondo da lui evocato – di giustizia, di passione e lotta è ridotto in macerie: lo osserviamo increduli o vanamente nostalgici, oppure lo rimiriamo come i turisti da banane, ormai abituati alla mediocrità, possono gustare un panorama esotico colla macchina a tracolla, in ciabatte, istupiditi, torpidamente stranieri.

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