Giorgio Gaslini: il “Musicista totale” – di Francesco Chiari

Addentrandoci in un’analisi anche solo compendiaria, c’è un termine che percorre tutta la multiforme, anzi meglio dire proteiforme, attività musicale di Giorgio Gaslini, ossia l’aggettivo “totale”; lo stesso Gaslini aveva scritto ben precise dichiarazioni di poetica, in tempi fra l’altro davvero pionieristici, come il “Manifesto di Musica Totale” del 1964, il libro “Musica Totale” uscito per Feltrinelli nel 1975 (quello che servì agli adolescenti dell’epoca, me compreso, per conoscerlo meglio) e, infine, il testo “Il tempo del musicista totale”, uscito per Baldini e Castoldi nel 2002 e nel quale sono inclusi i due testi di cui sopra. Non è forse qui il caso di ripercorrere dettagliatamente la poetica espressa in quei testi – che pure conservano ancor di più oggi la loro carica dirompente – ma è interessante rimarcare che la concezione gasliniana aveva una connotazione non soltanto musicale ma anche e soprattutto ideologica, con radici profonde nella nostra stessa cultura: nel dramma di “Terenzio Il Punitore di Se Stesso”, il verso numero 77 della prima scena dice “homo sum, humani nihil a me alienum puto”, ossia “Sono un essere umano, non ritengo estraneo a me nulla di umano” (Gaslini era uomo di ottime letture e sicuramente avrebbe approvato il riferimento, anche se qualora gliel’avessi fatto notare sarebbe esploso nella sua scintillante risata e avrebbe detto… “Ah, grande il nostro Frankie!”, il che mi permette di introdurre l’argomento della nostra trentennale amicizia, a me molto cara, di cui troverete numerosi esempi in questo articolo, e mi scuso in anticipo se ogni tanto lo chiamerò “Giorgio”). La sua esperienza di musicista “totale” inizia già da ragazzo, comincia a studiare pianoforte prendendo il posto del recalcitrante fratello Mario e, allo stesso tempo, inizia ad ascoltare alla radio materiale non strettamente jazzistico, ad esempio le musiche di Cortopassi – celebre per Rusticanella – o le canzoni di Alberto Rabagliati. A questo proposito c’è un curioso aneddoto raccontatomi da Gaslini, ossia quello di una cena del 1962 alla quale Rabagliati era presente: Giorgio gli disse di conoscere tutto il suo repertorio e, di fronte all’incredulità del cantante, iniziò a suonare una dopo l’altra le sue canzoni… col che Rabagliati rimase tanto piacevolmente stupito da iniziare a cantare; uno dei presenti alla cena era il produttore Enzo Micocci, il futuro demiurgo della RCA (e soggetto della Milano e Vincenzo di Alberto Fortis) che predispose immediatamente l’incisione di un disco, del quale scrisse anche le note di copertina, e di cui Gaslini andava fierissimo come della sua migliore produzione. Alle esperienze musicali sopra citate si sovrappongono nell’immediato dopoguerra quelle della musica da ballo e del nascente bebop italico, che vedeva Gaslini da una parte inserirsi nei gruppi di Jazz moderno che nascevano nei locali dell’epoca, e dall’altra suonare come pianista in una celebre orchestra da ballo quale L’Orchestra del Momento di Aldo Rossi, sassofonista e clarinettista di lunga data. Quando Giorgio mi parlava di quell’ingaggio – di cui resta purtroppo una sola incisione, una facciata di 78 giri, Harlem Notturno – non mancava mai di inserire riferimenti sociali e politici, come quando mi raccontava le proteste dei cittadini perché la sala da ballo era situata su un lastrone di cemento che copriva una casa bombardata (“Ci accusavano di ballare sui cadaveri!”) o le sue camminate verso casa fatte sempre muovendosi in mezzo alla via, giacché nelle case bombardate entravano gli sciacalli che portavano via tutto il possibile e se non trovavano niente lanciavano gli scarti sul marciapiede… che sembra sintetizzare nel titolo la musica eurocolta e il Jazz, binomio che caratterizza tutta la produzione di Gaslini e che sarà lo stimolo per l’iscrizione al Conservatorio ‘Verdi’ di Milano. Il musicista ha infatti più volte raccontato la duplice epifania che lo spinse a studiare, ossia l’ascolto alla radio delle sonate di Scarlatti eseguite da Carlo Zecchi (grande pianista purtroppo limitato nella carriera da problemi di salute) e l’acquisto del primo disco di Jazz, inciso da Earl Hines, altro pianista a tutta tastiera. Dal “Verdi” Gaslini esce con ben sei diplomipianoforte, composizione, direzione d’orchestra, direzione di coro, musica corale e strumentazione per banda (quest’ultimo diploma, mi raccontava ridendo, lo portò ad un pelo dal diventare il direttore della banda dei pompieri di Milano) e nel contempo amplia la sua preparazione con esperienze quali la collaborazione col Coro del Duomo di Milano. Nel 1953 Gaslini è assunto da La Voce del Padrone, dove rimarrà fino al 1962 con funzioni – diremmo oggi – di direttore artistico, sempre presente in cabina di regia a fianco dei tecnici per ottenere la registrazione migliore: sono anni di grande fermento artistico nel nostro Paese e di proposte diversificate, per cui Gaslini si rivela davvero l’uomo giusto, quello che la sera registra Maria Callas – e deve contenere il temperamento greco della diva – e la mattina Renato Carosone… due punte di diamante dell’etichetta ma ovviamente con esigenze diverse. Penso, anche grazie ad alcune sue dichiarazioni, che questo periodo sia stato davvero importante per lui, dal momento che ha potuto essere davvero musicista “totale”, non senza alcuni divertenti incidenti di percorso: quando registrava il gruppo di Carosone, ogni volta doveva gestire un piccolo rituale del batterista-cantante Gegè di Giacomo, che come tutti gli altri arrivava in sala dopo nottate defatiganti al night e, siccome in sala avevano alcuni tappeti usati per attutire i suoni quando si registravano gli ottoni, Gegè ci si sdraiava sopra, si concedeva un salutare pisolino… poi si metteva alla batteria spumeggiante come sempre. Qualcosa di simile Gaslini dovette gestirlo col gruppo I Gufi, che arrivavano anche loro stanchi morti dalle serate: Giorgio si faceva cantare i brani, trascriveva le melodie, mandava i quattro a prendersi un caffè, armonizzava i pezzi e poi glieli faceva imparare a memoria (come facevano Ellington e Mingus…) prima di registrare; le registrazioni coi Gufi, stranamente trascurate nella produzione di Gaslini, sono quelle che lo vedono sciorinare la sua versatilità come accompagnatore, al pianoforte, all’organo elettrico, alla celesta e perfino alla clavietta e, se si ascolta, ad esempio, l’introduzione di Nanette si percepisce nettamente che il pianista se la sta spassando un mondo. A quel periodo risale anche una composizione, Il Ponte, ispirata a un episodio dell’ultima guerra e concepita in sala insieme a Roberto Brivio, ma destinata a rimanere su disco e non entrare mai nel repertorio dei Gufi – quando conobbi Brivio, nel 1991, era ancora infuriato verso i suoi compagni per questo – oltre a non essere mai ripresa da Gaslini (quando gli chiesi se potevo averne una copia perché pensavo di utilizzarla coi miei allievi per uno spettacolo ai tempi della Guerra del Golfo, Gaslini mi disse che non esisteva lo spartito e mi autorizzò a trascrivere dal disco la canzone, cosa che non feci perché lo spettacolo andò a monte, ma la sua fiducia mi lusingò molto). Nel 1957 esce il disco che cambia non solo la carriera di Gaslini ma la storia del Jazz italiano, ossia “Tempo e Relazione Op. 12” per ottetto, incrocio fra Jazz e dodecafonia davvero raro per l’epoca; anche qui, però, la musica non resta fine a se stessa ma diventa, anche se inconsciamente, commento sociale, come scoprii quando Giorgio mi rivelò che il secondo movimento, con quella atmosfera siderale, intendeva esprimere il senso di angoscia, di disagio, di oppressione, che gravava sulle notti milanesi al tempo della Guerra Fredda. Due anni dopo John Lewis – pianista di quel Modern Jazz Quartet che Gaslini tanto ammirava da riprenderne la formazione più avanti negli anni – lo invita alla scuola estiva di Lenox, nel Massachussets, nonostante Giorgio fosse a corto di denaro, al punto da accettare un impiego come giardiniere per pagare l’iscrizione, ma il musicista non vi andrà mai, perdendo così l’occasione di incontrare per la prima volta Ornette Coleman e Don Cherry, perché tramite il cantante Nicola Arigliano conosce l’attore Marcello Mastroianni, cui regala una copia di “Tempo e Relazione” che l’attore farà ascoltare a Michelangelo Antonioni, il quale a sua volta ingaggerà Gaslini come attore e musicista per il film “La Notte” (1961), inizio di una folgorante carriera come compositore di colonne sonore fra le più diverse, anche se per molti resterà solo l’autore di “Profondo Rosso” (una volta Giorgio, forse in preda a un momento di cattivo umore, mi disse “Sono perseguitato da quel film!…”). Dagli anni Sessanta inizia la produzione che più amiamo, col suo quartetto che poi diventerà quintetto per tornare quartetto e, insieme con orchestre Jazz, orchestre sinfoniche, compagnie di balletto e così via: è impossibile riassumere anche per cenni un’attività conclusasi solo con la morte, ma basti dire che Gaslini in qualunque contesto era sempre in grado di imprimere la sua forte personalità senza però inibire il lavoro dei musicisti e, a questo proposito, ho un ricordo personale da condividere. Quando lavoravo a Malta per il governo italiano, Giorgio Gaslini si esibì nel 1997 al Teatru Manoel di Valletta, col quartetto con cui aveva registrato il CD “Lampi”, ossia Daniele Di Gregorio al vibrafono e marimba, Roberto Bonati al basso e Giampiero Prina alla batteria (come si diceva prima, l’organico strumentale del Modern Jazz Quartet); poiché Gaslini mancava da Malta da quindici anni – aveva tenuto nell’isola un concerto solistico nel 1982 – tutti i musicisti maltesi di Jazz e no erano in teatro, e tutti mi fecero notare la stessa cosa: quando Gaslini lasciava liberi sul palco i musicisti, la musica era sempre bella ma pareva mancare di tensione, e quando il pianista riprendeva posto allo strumento, l’esecuzione cambiava subito marcia… senza che lui dovesse suonare una sola nota. Giorgio Gaslini era un uomo completamente immerso nella musica, davvero in maniera “totale”, e non si precludeva nessun genere come in questo altro episodio che vi rivelo: quando Giorgio veniva a Milano – abitava in provincia di Parma – aveva un appartamento a Porta Genova negli anni 90, e una volta invitò a pranzo me e il suo contrabbassista Roberto Bonati, mio compagno di università; dopo il pranzo, facemmo un giro per il quartiere e a me venne da dire che il luogo mi ricordava le canzoni milanesi di Giovanni D’Anzi. Prontamente Giorgio, con voce arguta e verace, attaccò El Biscella, col che gli andai subito dietro e passammo per il quartiere cantando insieme, fra lo sconcerto di Bonati, parmense e del tutto ignaro di quel repertorio. Lo so, è una piccola cosa, ma nel mio ricordo risplende fulgida come il miglior ritratto di un artista che ha raccontato decenni di musica e politica in tanti concerti e tante composizioni, alcune delle quali poco note o addirittura inedite, come Via dell’Orso Angolo Via Ciovasso (in zona Brera a Milano) risalente agli anni Cinquanta, di cui non so se esiste ancora o se è stata rifusa in altri brani. Quando, in una delle nostre ultime e sempre chilometriche telefonate, chiesi a Giorgio Gaslini che tipo di brano era, lui mi rispose con la massima semplicità… “Era musica totale”. Frase che può valere, davvero, per tutta la sua produzione.

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