Giorgio Gaber: “Qualcuno era comunista” (1992) – di Valeria La Rocca

Io Giorgio Gaber lo conoscevo solo di vista. Per nome. Al massimo qualche citazione dei miei amici comunisti. Erano gli anni dell’Università, quelli in cui dovevi già sapere da che parte del corteo stare. Nessun tentennamento era ammesso, nessun compromesso storico. Erano gli anni in cui dovevi scegliere se assecondare la tradizione di famiglia delle vacanze del nonno paterno in Unione Sovietica o i racconti di agi da ultima famiglia di latifondisti della nonna materna. Si perché per essere comunista dovevi conoscere le cose giuste, quelle da comunisti, tipo “Il teatro canzone” (1992) di Gaber che da comunista parlava male dei comunisti, perché l’autoironia, si sa, è comunista. Dovevi aver visto almeno una volta Franca Rame in TV che per via del comunismo si era fatta sbranare dai fascisti e la TV che dovevi guardare era necessariamente RAI 3 e dovevi riuscire a non addormentarti davanti a “Tribuna Elettorale”. A quei tempi, quando non sapevo che dovevo essere comunista, per essere comunista ed essere ammessa alla corte dei comunisti dovevi cantare La Locomotiva a memoria e dovevi aver letto “Il Capitale” e “I diari della motocicletta. Dovevi parlare alla comunista e vestire alla comunista. Se per sbaglio una sera mettiamo ti andava di mettere i tacchi e la minigonna le altre, quelle veramente comuniste, ti lasciavano aspettare in piazza perché la caviglia attozzata dal sandalo di cuoio non ce la può fare contro quella evanescente sopra il tacco a spillo e, si sa, anche il più materialista dei cuori marxisti pompa testosterone di fronte a una minigonna.
Eravamo comunisti tutti quelli che non erano fascisti. Chiodo contro eschimo, ciuffo rockabilly contro dreads, corse per acchiappare l’autobus al volo dopo scuola contro vespone bianco, vestitini a fiori comprati al mercatino rionale contro jeans Armani. Non eri comunista se saltavi il giro delle canne e se alla seconda birra ti fermavi. Erano gli anni in cui l’unica concessione spiritualista era frequentare la parrocchia comunista in cui per pregare si cantavano gli Inti-Illimani e si idolatrava il prete comunista pendendo dalle sue labbra perché le sue parole sì che erano Vangelo. Erano anche gli anni in cui eri comunista finché non t’innamoravi di un fascista. Eri comunista finché non ti accorgevi che il comunista finalmente al governo si trovava in imbarazzo non avendo più un motivo per fare opposizione. Eri comunista finché all’appuntamento con l’intellettuale illuminato, con la promessa della collaborazione, non ti infilava la lingua in bocca senza il tuo permesso come avrebbe fatto un qualunque fascista. Oggi sono gli anni del comunismo da tastiera che non chiamiamo più comunismo, pensiero di sinistra, progressismo, alternativa democratica, opposizione. Non ci chiamiamo più.
Non c’è un nome per il comunismo, una sigla di partito, un motto, è tutto un tentativo di definire l’indefinito. Non ci chiamiamo neanche più al telefono, ci mandiamo i messaggi o al massimo dibattiamo appassionatamente sulla bacheca virtuale di qualche amico dal passato comunista, su scelte di governo e incompetenze. Sfoggiamo citazioni da Wikipedia e pronunciamo sentenze a processi da Inquisizione su legittime manifestazioni di ignoranza del popolo che è sempre stato ignorante per noi che facevamo le lotte popolari col pugno alzato e le occupazioni di scuole e università i cui costi venivano sostenuti da papà. Perché non c’era miglior comunista del figlio di papà che combatteva una guerra proletaria di cui non aveva idea. Poi, mentre Gaber si chiedeva dove sta la destra e dove sta la sinistra e si faceva lo shampoo nel dubbio, i comunisti parlavano di comunismo e i fascisti non parlavano di fascismo, perché si sa che sono più furbi.
E intanto gli imprenditori editoriali offrivano ideali ritagliati su misura attorno al popolo degli operai che si addormentavano davanti alle tribune elettorali e che non ne volevano sapere più di salario e scioperi e comizi e si lasciavano convincere che apparire è come essere. Sono tornati i tacchi e le minigonne, le promesse di un milione di posti di lavoro e intanto quelli che avevano ereditato lo studio di papà parolavano attorno alle parole che parlavano di parole che non rappresentavano più neanche “Il Capitale” e di materialismo non avevano più niente perché anche la carta è tramontata. Come gli ideali e il “desiderio di cambiare le cose. Di cambiare la vita”. Parlando di parole abbiamo perso il senso dell’azione e abbiamo dimenticato che quel pugno alzato era un’ala spiegata contro il vento in attesa di alzare anche l’altra e cercare di volare. Abbiamo perso il rischio di cadere. Restiamo sul balcone a coltivare fiori attenti a non sporgerci troppo per paura che ritorni la voglia di essere “gabbiani ipotetici”.

Mhé / No / Non è vero / Io / Non ho niente da rimproverarmi / Voglio dire, non mi sembra di aver fatto cose gravi / La mia vita? / Una vita normale / Non ho mai rubato, neanche in casa da piccolo / Non ho ammazzato nessuno, figuriamoci / Qualche atto impuro, ma è normale dai / Lavoro, ho una famiglia, pago le tasse / Non mi sembra di avere delle colpe / Non vado neanche a caccia per dire / Mh? / Ah, voi parlavate di prima / Ah, ma prima, prima mi sono comportato come tutti / Come mi vestivo? / Questa poi, mi vestivo, mi vestivo come ora / Beh, non proprio come ora / Un po’ più, sì, jeans, maglione, l’eschimo Perché? / Non va bene? / Era comodo / Cosa cantavo? Questa poi / Volete sapere cosa cantavo? / Ma sì, certo / Anche canzoni popolari, sì / “Ciao, bella, Ciao” / Sì, “Ciao, Bella, Ciao” l’ho cantata, d’accordo E anche l’Internazionale / Però in coro, eh / Sì, quello sì lo ammetto, sì / Ci sono andato, sì / Li ho visti anch’io gli Intillimani / Però non ho pianto, ecco / Come? / Se in camera ho delle foto? / Che discorsi, certo / Dei miei genitori, mia moglie, mia… / Manifesti? / Non mi pare / Forse uno, piccolo / Che Guevara / Ma che cos’è un processo questo qui? / No, nononono / Io quello no / Il pugno non l’ho mai fatto / Mai Bah, insomma / Una volta ma un pugnettino, rapido / Come? / Se ero comunista? / Ah. vi piacciono le domande dirette, eh? / Volete sapere se ero comunista / No no, finalmente / Perché adesso non ne parla più nessuno / Tutti fanno finta di niente / E invece è giusto chiarirle queste cose / Una volta per tutte / Se ero comunista / Mah, in che senso? / No, voglio dire Qualcuno era comunista / Perché era nato in Emilia / Qualcuno era comunista perché / Il nonno, lo zio, papà / La mamma no / Qualcuno era comunista Perché vedeva la Russia come una promessa / La Cina come una poesia / Il Comunismo, come il paradiso terrestre / Qualcuno era comunista / Perché si sentiva solo / Qualcuno era comunista / Perché aveva avuto un’educazione troppo cattolica / Qualcuno era comunista perché / Il cinema lo esigeva / Il teatro lo esigeva / La pittura lo esigeva / La letteratura anche / Oh, lo esigevano tutti. / Qualcuno era comunista perché / “La Storia è dalla nostra parte” / Qualcuno era comunista / Perché gliel’avevano detto / Qualcuno era comunista / Perché non gli avevano detto tutto / Qualcuno era comunista / Perché prima era fascista / Qualcuno era comunista / Perché aveva capito che la Russia andava piano ma lontano / Qualcuno era comunista / Perché Berlinguer era una brava persona / Qualcuno era comunista Perché Andreotti non era una brava persona / Qualcuno era comunista / Perché, era ricco, ma amava il popolo / Qualcuno era comunista / Perché beveva il vino e si commuoveva alle feste popolari.
Qualcuno era comunista Perché era così ateo / 
Che aveva bisogno di un altro Dio / Qualcuno era comunista / Perché era talmente affascinato dagli / Operai, che voleva essere uno di loro / Qualcuno era comunista / Perché non ne poteva più di fare l’operaio / Qualcuno era comunista / Perché voleva l’aumento di stipendio  Qualcuno era comunista / Perché la borghesia / Il proletariato e la nota di classe (imprecazione) Qualcuno era comunista / Perché la rivoluzione, oggi no / Domani forse / Ma dopodomani, sicuramente / Qualcuno era comunista.) / Qualcuno era comunista / Per fare rabbia a suo padre / Qualcuno era comunista / Perché guardava sempre Rai Tre / Qualcuno era comunista / Per moda / Qualcuno per principio, / Qualcuno per frustrazione / Qualcuno era comunista / Perché voleva statalizzare tutto / Qualcuno era comunista / Perché non conosceva gli impiegati statali, parastatali e affini / Qualcuno era comunista / Perché aveva scambiato il “Materialismo Dialettico” / Per il “Vangelo secondo Lenin” / Qualcuno era comunista / Perché era convinto di avere dietro di se la classe operaia Qualcuno era comunista / Perché era più comunista degli altri / Qualcuno era comunista / Perché c’era il grande Partito Comunista / Qualcuno era comunista / Nonostante ci fosse il grande Partito Comunista Qualcuno era comunista / Perché non c’era niente di meglio / Qualcuno era comunista / Perché abbiamo il peggiore partito Socialista d’Europa / Qualcuno era comunista / Perché lo Stato, peggio che da noi, solo l’Uganda / Qualcuno era comunista / Perché non ne poteva più di 40 anni di governi viscidi e ruffiani / Qualcuno era comunista / Perché Piazza Fontana, Brescia / La Stazione di Bologna, l’Italicus, Ustica / Eccetera Eccetera eccetera / Qualcuno era comunista / Perché chi era contro era comunista Qualcuno era comunista / Perché non sopportava più quella cosa / Sporca che ci ostiniamo a chiamare “DEMOCRAZIA” / Qualcuno credeva di essere comunista / E forse era qualcos’altro / Qualcuno era comunista / Perché sognava una libertà diversa da quella Americana / Qualcuno era comunista / Perché pensava di essere vivo e / Felice solo se lo erano anche gli altri / Qualcuno era comunista / Perché aveva bisogno di una spinta verso qualcosa di nuovo / Perché era disposto a cambiare ogni giorno Perché sentiva la necessità di una morale diversa / E forse era solo una forza / Un Volo, un sogno / Era solo uno slancio / Un desiderio di cambiare le cose / Di cambiare la vita / Qualcuno era comunista / Perché / Con accanto questo slancio ognuno era come più di se stesso / Era come, due persone in una
Da una parte / La personale fatica quotidiana / E dall’altra il senso di appartenenza / A una razza che voleva spiccare il volo / Per cambiare VERAMENTE la vita / No, niente rimpianti / Forse anche allora molti / Avevano aperto le ali / Senza essere capaci di volare / Come dei gabbiani ipotetici / E ora? Anche ora / Ci si sente come in due / Da una parte l’uomo inserito / Che attraversa ossequiosamente lo Squallore della propria sopravvivenza quotidiana / E dall’altra il gabbiano / Senza più neanche l’intenzione del volo / Perché ormai il sogno s’è rattrappito / Due miserie / In un corpo solo.

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Un pensiero riguardo “Giorgio Gaber: “Qualcuno era comunista” (1992) – di Valeria La Rocca

  • Giugno 15, 2020 in 10:42 am
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    Nel brano di gaber c’è poesia e nostalgia nell’articolo invece trovo solo un infinità di luoghi comuni.
    non mi è piaciuto per nulla.

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