Giorgio Gaber: “Polli d’Allevamento” (1978) – di Alessandro Freschi

Cari cari polli di allevamento che odiate ormai per frustrazione e non per scelta. Cari cari polli di allevamento con quell’espressione equivoca e sempre più stravolta che immaginando di passarvi accanto in una strada poco illuminata non si sa se aspettarsi un sorriso o una coltellata dlin dlan’. Il 3 Ottobre 1970 sul Programma Nazionale viene trasmessa la settima ed ultima puntata di “E Noi Qui”. La conduzione del varietà è affidata al comico Gino Bramieri, coadiuvato per quanto concerne la parte prettamente musicale da un terzetto composto da Ombretta Colli, Rosanna Fratello e Giorgio Gaber. Quest’ultimo non è nuovo al ruolo di intrattenitore televisivo. Il suo esordio risale all’estate del 1962 con “Canzoni per mezza sera” ed a questa rubrica hanno fatto seguito un’altra manciata di trasmissioni tra le quali spiccano titoli come “Canzoniere Minimo”, “Questo e Quello” e “Diamoci del Tu”. Un decennio di successi, quello sessanta, contrassegnato da 45 giri di successo (come non ricordare La Ballata del Cerutti, Non arrossire o Com’è Bella la Città), partecipazioni ai più importanti festival della canzone e persino a qualche a caro ‘musicarello’ dell’epoca. Gli italiani lasciano entrare Gaber nelle loro case attraverso le immagini in bianco e nero del televisore apprezzando la sua simpatica espressione da geniale e carismatico cantastorie.
Giorgio però non è soddisfatto. La popolarità conseguita lo ha reso economicamente benestante ma le inevitabili ‘regole di mercato’ stanno tarpando le ali a progetti più audaci. Lui è un animale da palcoscenico, ama il contatto diretto con il pubblico, odorarne gli umori durante la performance. Una naturale inclinazione per il teatro, lontano da condizionamenti e censure, da telecamere e palinsesti preordinati. Così quella sera di inizio ottobre la conclusione di “E Noi Qui” coincide con l’allontanamento di Gaber dal piccolo schermo. È l’amicizia stretta con Sandro Luporini, poeta e filosofo viareggino incontrato casualmente al bar del quartiere dove abita, in qualche modo a favorire il fatidico quanto desiderato ‘cambio di rotta’ nella parabola artistica di Giorgio. La spontanea intesa tra i due ‘dà il la’ a rappresentazioni teatrali nelle quali vengono mischiati alle consuete canzoni d’autore coinvolgenti monologhi che, tra il serio e il faceto, disaminano problematiche sociali di scottante attualità. È la nascita del Teatro-Canzone. Decisamente meno nazional-popolare ma concretamente appagato, Gaber con la complicità del suo geniale compagno di viaggio, allestisce una serie di spettacoli di spessore inaugurati da “Il Signor G” (1970).
Storie Vecchie Nuove del Signor G”, “Dialogo tra un Impegnato e un Non So”, “Far Finta di Essere Sani”, “Anche per Oggi non si Vola”, “Recital” e “Libertà Obbligatoria” seguono il debut-act, registrando nel lustro che segue il sold-out nelle sale. Le maschere di volta in volta indossate raccontano di esistenzialismo, ideologie e coscienza popolare, prestando una certa attenzione ai cambiamenti, o presupposto tali, innescati dal movimento rivoluzionario del ‘68. Come suo stile, Gaber non esita a mettersi in discussione ed evita di cadere in atteggiamenti tendenziosi rimanendo fedele ad una linea di condotta sincera, non lesinando critiche alle evoluzione dei fenomeni socio-culturali. Se tra le pieghe delle scritture di “Libertà Obbligatoria” (1976) si erano iniziati a scorgere i primi disappunti sulle incertezze e le contraddizioni derivate dagli sviluppi post ‘68, con “Polli d’Allevamento” (1978) è palesemente evidente una presa delle distanze dalle metamorfosi in atto nei movimenti giovanili, rei, a suo modo di vedere, di essere incapaci di sostenere una lotta di classe e di scendere in piazza a manifestare il proprio dissenso.
Un movimento, quello del ‘77, accusato di conformismo, incazzato più per disillusione che per scelta, prossimo a condotte ‘modaiole nel bel mezzo di un letargico declino degli ideali. Una polemica presa di posizione che non tarda ad essere contestata da coloro che per anni hanno seguito ed abbracciato il ‘pensiero Gaber’ e immancabilmente da quelle correnti politiche alle quale il Teatro-Canzone ha da sempre provocato molto più di un semplice grattacapo a livello mediatico. Ma Giorgio è a dir poco lungimirante e con il trascorrere degli anni, rileggendo certi testi, è pressoché impossibile non condividere le sue visioni. La Carosello Records rilascia alle stampe il 27 ottobre 1978 il doppio album “Polli d’Allevamento”, che custodisce la registrazione integrale dell’omonimo spettacolo presentato nel corso del tour al Duse di Bologna poche settimane prima. Lo storico teatro di prosa felsineo già in passato era stato prescelto per rubricare la testimonianza di uno show gaberiano (“Libertà obbligatoria” nel 1976). Per la prima volta dai tempi de “Il Signor G”, a curare gli arrangiamenti e l’orchestrazione non è il fedele Giorgio Casellato (presente comunque in fase di organizzazione) ma bensì il duo di sperimentatori formato da Franco Battiato e Giusto Pio, sodalizio nato con l’esperienza “Juke Box” (1978) e destinato a scrivere pagine significative dell’avant-guarde tricolore.
Un’ora e tre quarti di canzoni e soliloqui che di volta in volta stimolano momenti di profonda riflessione rimbalzando tra intime confessioni e un’osservazione sociale dolorosamente graffiante. Disillusioni giovanili (‘Sono un vostro figlio, una vostra creazione, un vostro prodotto. Avete visto come sono ridotto’ – Guardatemi Bene), sensazioni di vulnerabilità (‘La violenza urbana è una cosa seria è quel senso di ostile che avverto e che gira nell’aria. È giusto che la gente si difenda da sola. Io mi compro una pistola.’La Pistola), remissivi bilanci con l’inesorabile scorrere del tempo (‘Qualsiasi cambiamento che sembrava così enorme e sconvolgente riguardato alla distanza non è altro che esteriore ed apparente va a finire che in sostanza è davvero tutto uguale. Oppure sono io che non capisco più un cazzo!’Timide Variazioni) si intervallano ad intime penombre di camere da letto (Prima dell’Amore e Dopo l’Amore), ansiogene passeggiate notturne nelle nebbie della metropoli (La Paura) e tormentate solitudini (Il Suicidio). Quanto mai profetica appare la parabola sull’ascesa al potere de Gli Oggetti come atavico si rivela il complicato ruolo del genitore in bilico tra origini (‘I Padri Miei punivano, perdonavano come vecchi maestri di scuola suggestionati dal cuore e dalla moralità.’) e pericolose inclinazioni al compiacimento nei confronti dei figli (‘I padri, come potrei essere io, non sono austeri e riservati. Si vestono più o meno come voi sono padri colorati. – I Padri Tuoi).
L’ingiustificato ed insopportabile rilassamento ideologico dei tempi esplode nelle trame de La Festa (‘Son proprio deficienti gli uomini, ormai son proprio devastati ,non riesci più a strapparli alla loro idiozia, ci sono incollati…’) straripando nelle sgradite bacchettate di Quando è moda, è moda ( E visti alla distanza non siete poi tanto diversi dai piccolo borghesi che offrono champagne e fanno i generosi che sanno divertirsi e fanno la fortuna e la vergogna dei litorali più sperduti e delle grandi spiagge della Sardegna’), invettiva sulle nuove leve che inscenano lotte al sistema per poi rivelarsi discepoli del consumismo più sfrenato. In definitiva non resta che ricercare ne l’Esperienza (‘Aggrapparsi alle cose, una nuova emozione, una fede feroce sentire che cresce e diventa esplosione’) e nelle certezze del passato (‘Bisogna ridare all’Italia la folle allegria del benessere sano di ieri senza disordini né guerriglieri.’Salviamo ‘sto Paese) la chiave per tornare ad essere felici e spensierati come nel sessa… come nel sessa… come nel sessa… come nel sessantadue’ . In un tempo senza ideali ne’ utopia, dove l’unica salvezza è un’onorevole follia…”.

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