Giorgio Canali & Rossofuoco: “Precipito” – di Benedetta Servilii

Sono inciampato in Francesca durante un concerto di Giorgio Canali e Rossofuoco. Arrivavo già carico di vino rosso, nel sangue e tra le mani. Eravamo in tre,  gli inseparabili, ognuno con la sua bottiglia. Ci presento: Il “Grillo”, da sempre la voce della mia coscienza, all’anagrafe Cristina; Syd, per la sua inquietante somiglianza fisica e schizoide all’originaria mente dei Pink Floyd, all’anagrafe Fulvio, da sempre la voce della mia incoscienza; poi ci sono io, Filippo, per tutti Vinz… diminutivo di Vincent, perché anni fa ho tentato di rimorchiare una bionda ballando come John Travolta in “Pulp Fiction”. Aspettavamo quel concerto da mesi, perché l’atmosfera ribelle dei testi del buon Canali e la vagonata di elettricità della sua musica sembravano rispecchiare i nostri animi perennemente in lotta con… ehm, con tutto. Ecco, la “rotta di collisione con il mondo” è sempre stata la nostra strada maestra. Quel concerto l’ho perso perché ho seguito lei, Francesca, tra la folla. Uno sguardo ed ero completamente perso, ho compreso in un secondo la difficoltà di Ulisse di resistere al canto delle sirene. L’ho seguita, prima al bar, ho ordinato un bicchiere di vino rosso per entrambi, lei ha accettato sorridendo. Abbiamo bevuto senza dirci niente, scrutandoci imbarazzati,  sulle note di Questa è una canzone d’amore… che tanto canzone d’amore non è. Era tutto ironicamente perfetto. Quelle situazioni da aggiungere alla già corposa lista delle mie storie improbabili. Mentre sorseggiavo il mio vino, incapace di pronunciare due parole sensate alla sconosciuta che mi aveva stregato, non sapevo ancora che stavolta sarebbe stata diversa dalle altre. Se non ci fossero stati i miei amici, la loro idea di una zingarata (altra nostra ispirazione esistenziale) e il sentimento ribelle che avevo imparato a tirar fuori grazie a Giorgio Canali, probabilmente sarei impazzito. Invece no… sono ancora qui, anche se scomodamente appeso a testa in giù sopra un fiume in piena. Vi state chiedendo come ci sono finito? Torniamo al bar. Francesca ruppe il silenzio carico di eccitazione: “Finiamo di bere questo vino, poi ti porto in un posto bellissimo”. Ogni cellula del mio corpo era attratta da lei, le bastò un lieve cenno del capo per convincermi a seguirla. Arrivammo a piedi e in silenzio su una piccola collina, lontana dall’energia del palco che, comunque, continuavo inevitabilmente a percepire nell’aria. Ci sdraiammo sull’erba, spiati da una volta celeste di cui distinguevo nettamente ogni costellazione. Lei mi baciò con la tenerezza di un’adolescente, poi tornò a guardare il cielo. Io feci altrettanto, sentivo distintamente ogni battito del cuore e mi toglieva quasi il respiro. Pensai di aver avuto la prova dell’esistenza del paradiso, poi chiusi gli occhi tenendo stretta la sua mano. Quando mi svegliai era giorno, ero sdraiato su un prato di cui la sera prima non avevo potuto vedere i colori… ed ero solo. Mi guardavo intorno disperato e iniziai a gridare il suo nome. Nessuna risposta, nessun rumore, nessuna voce. Non mi sarei stupito di vedere un “San Michele Arcangelo con la spada fiammeggiante… un arcangelo stronzo, misogino e, per di più, aggressivo” che mi preannunciava la fine del mondo. Ma non sapevo ancora che il fondo l’avrei toccato nei giorni successivi. “Dov’eri finito? Maledizione, ti ho chiamato tutta la notte!”, urlò la voce della mia coscienza tirandomi lo schiaffo che mi svegliò definitivamente. Una mente razionale non poteva credere al mio racconto e attribuì i miei deliri a tutto il vino che avevo mandato giù. Avevo bisogno di Syd. Iniziai a preoccuparmi quando anche lui mi elencò tutto quello che avevo bevuto in sua presenza, insinuando: “…e non ho idea di cosa tu abbia preso dopo!” Dovevo risolverla da solo. Iniziai da subito il mio peregrinare per la città, nei bar, nei negozi, nei ristoranti, persino entrando nei portoni socchiusi. Nessuna traccia di lei. Dormivo poco e dopo tre giorni di ricerche e notti in bianco, qualcuno mi venne in aiuto. Ero al bancone del bar sotto casa e cercavo risposte da una doppio malto: sarà stato un sogno? Sarà davvero stato il vino? Sarà andata via perché non le sono piaciuto? Una voce familiare interruppe i miei interrogativi: “Sarà che le ragazze con cui esco hanno sempre i mostri sotto il letto”. Lo guardavo sperando che mi dicesse altro, invece continuava a canticchiare il suo ritornello guardando altrove e bevendo a grandi sorsi la sua “bionda”. Incontravo Giorgio Canali ogni giorno, quando cercavo disperatamente di non pensare e speravo che mi desse delle risposte. Lui continuava a fischiettare e canticchiare le sue canzoni senza dirmi altro e senza mai guardarmi: “Tanto vale andare in vacanza a Guantanamo o disperdersi nel blu ridipinto di blu metallizzato”. Al 19esimo giorno della mia folle, nonché inutile, ricerca capii. Al 20esimo giorno la voce di Syd mi svegliò dal torpore: “Alzati, oggi si vola”. Del percorso che ci portò su questo ponte ricordo ben poco. Ricordo il “Grillo” alla guida e Syd che, come sempre, aveva il monopolio sulla radio. Io continuavo a chiedere dove mi stessero portando, loro mi sedavano con pane e frittata e coca-cola. Vidi il ponte, vidi il fiume… le urla liberatorie dei lanci mi diedero la chiara visione di dove fossi. Oggi si vola, sì. Volevo farlo e, anche se avevo una paura fottuta, il mio istinto mi implorava di superarla. Ho vaghissimi ricordi di quei momenti, la salita, l’imbragatura, il conto alla rovescia e gli occhi rassicuranti dei miei amici… braccia aperte, due respiri profondi e mi lanciai in quel vuoto che avevo sentito dentro per giorni e, mentre l’adrenalina mi inondava il cervello, arrivò l’unico pensiero giusto, al momento giusto: “Giù, come Icaro, giù come una meteora, giù come forse sei tu quando viene la sera, giù sempre più veloce giù, cado, mi avvicino al suolo, mi sento sempre meno solo e sempre più libero di cadere giù, precipitare… lo so che sto per farmi male ma guarda come sono magnifico, ora mentre precipito…”. Così, eccomi qui, appeso a testa in giù a recuperare la lucidità persa in questi giorni, a dirmi che forse hanno ragione, Francesca non è mai esistita e, anche se fosse esistita… fanculo Francesca! Non è stato facile dimenticare quello stato ipnotico in cui mi ha trascinato, ho conosciuto allo stesso tempo paradiso e inferno e di entrambi ho visto la parte migliore. Sono impazzito nel cercare risposte, eppure la risposta giusta era lì e veniva, a gran voce, da quel palco: “…sarà che non l’ho mai cercata la felicità”. Ora posso inseguirla davvero.

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