Giordana, Laura e le altre – di Cinzia Pagliara

Ballavo per un disperato bisogno fisico di muovermi, voltarmi, correre… Ballavo perché il mio corpo doveva scaricare nell’aria circostante violente energie compresse che non sapevo dove mettere, come trattare. Era una forza misteriosa, silenziosa, completamente padrona di me, della quale non sapevo cosa fare… (Giordana Di Stefano)
Aveva cambiato da due giorni la sua immagine di copertina nei social Giordana Di Stefano, 20 anni, mamma e ballerina, quando fu uccisa dal suo ex compagno e padre della sua bambina. Aveva scelto una immagine in cui ballava, le braccia alzate nel movimento elegante e lento che sembra preannunciare il volo, e aveva aggiunto queste parole che descrivono cosa era per lei la danza. Vedendola sul palco era proprio così: una forza che emergeva, prendeva corpo e diventava vita. ”I am Giordana” aveva scritto, affermando il suo essere, non pensando (o forse invece sì, date le minacce ricevute) che non era vero, che non ce l’aveva fatta, nonostante il suo coraggio. Perché Giordana era stata brava, aveva denunciato e chiesto aiuto, aveva il sostegno della sua famiglia, e la forza che le dava l’amore totale per la figlia. Giordana stava facendo un percorso forte e impegnativo per ritrovarsi. “Uno degli errori più grandi è tenere vicino chi sgretola la tua autostima piano,con gesti apparentemente inconsapevoli “,aveva scritto, e lei invece voleva tornare,e la danza era la sua strada.
(Laura Russo: “Non rinunciare mai ai tuoi sogni”)
Aveva solo undici anni, e una vita di sogni che non nascondeva e che raccontava a parole e con disegni, con poesie piene di rime da adolescente. Sul suo profilo una infinità di cuori e sorrisi, perché questo era Laura Russo. Niente rabbia, niente paura: sorrisi. Aveva sorriso, con i suoi occhi che si fidavano, anche al padre solo poche ore prima che, all’alba di un giorno di fine agosto, fosse proprio lui a toglierle la vita, nel modo più crudele possibile, lasciandola in un mare di sangue sul suo letto. Come dice la madre, Laura aveva solo la colpa di essere sua figlia. Laura è stata il mezzo con cui punire la madre. Due morti violente in due paesi limitrofi del comune di Catania che hanno portato in modo quasi naturale all’incontro di due madri accumunate dallo stesso dolore, dalla stessa rabbia, dalla stessa voglia di giustizia.
Vera Squadrito, madre di Giordana Di Stefano, e Giovanna Zizzo, madre di Laura Russo; si sono incontrate e non si sono lasciate mai più, iniziando una campagna di educazione contro la violenza di genere e organizzando una petizione per chiedere la giusta pena, loro che – come affermano – sono state già condannate all’ergastolo dell’assenza e del dolore
Sono instancabili. Parlano una accanto all’altra, così diverse eppure perfettamente complementari. Vera ha occhi che bruciano, come quelli di Giordana mentre danza nel suo vestito blu, e parla con fermezza, anche se non basta a nascondere quanta fatica le costi. Ha trasformato le parole di sua figlia in “io sono Giordana” perché ora Lei è Giordana, i suoi occhi, la sua bocca, il suo cuore. Deve continuare il percorso iniziato da sua figlia, deve liberarla, deve dirlo ad altre ragazze, ad altre donne. Lo deve alla sua nipotina e a se stessa. Giovanna ha il sorriso come acqua corrente di Laura e lo stesso sguardo dolce. Parla piano,come se avesse timore di disturbare, con il suo dolore così ingombrante. Parla di mostri nascosti, parla di un amore in cui aveva creduto, parla davanti ai tre figli rimasti, davanti a Marika, sopravvissuta quasi miracolosamente, colpita anche lei mentre dormiva accanto alla sorella. Parla di silenzio sociale, perché la morte di Laura deve rimanere tra le mura di casa: troppo  brutta, troppo brutta questa storia. ”Laura vive in me” sono le parole con cui porta avanti la sua lotta insieme a Vera. Giorno dopo giorno. Perché la violenza ha bisogno di essere combattuta senza tregua. Nelle scuole, soprattutto, perché i giovani capiscano che amare non è annullare altre vite, non è possesso, non è paura. Lo ripetono mentre i ragazzi ascoltano le storie di Giordana e di Laura in silenzio, in un insolito, profondo silenzio. Storie di Donne.
Non ci tengono a dire che sono forti. Non vogliono esserlo, hanno il loro prezioso dolore da custodire, perfino da mantenere vivo, per non dimenticare mai, neanche un po’. Chiedono che in ogni comune venga dipinta di rosso una panchina, in ricordo di tutte le donne vittima di violenza. Perché la panchina è un punto di incontro, di sosta, di riflessione; e chissà, magari di un inizio nuovo. 
E ricordano sempre (così belle, così fragili, così forti) che la violenza inizia molto, molto prima della fine.
“Bisogna fare attenzione alle parole che si dicono, e parole sono armi senza scampo,affilate e pericolose. Ti si appigliano addosso e non te ne liberi più. Ci sono schiaffi che si perdonano e parole che non lasciano scampo.” (Giordana Di Stefano).

© RIPRODUZIONE RISERVATA

danzatrice-pagliara

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