Gillo Pontecorvo: “Ogro” (1979) – di Gianluca Chiovelli

Smisi di credere nella Befana a sette anni. Per un motivo preciso: i miei genitori me lo dissero chiaro e tondo: la Befana non esiste, siamo noi. Non ricordo come accolsi tale notizia. L’understatement è il mio unico pregio; presumo quindi che, anche in quella particolare circostanza, mantenni il sangue freddo rimanendo sostanzialmente impassibile. Purtroppo di Befane nella vita ne esistono parecchie. Crediamo alla Befana, a Babbo Natale, ai dischi volanti, alla filantropia di Bill Gates, alla regolarità dei risultati di calcio, alle banche che prestano il “loro” denaro, alla veridicità della frase:  “Ahi, signora Longari, lei mi è caduta sull’uccello!”, che Mike Bongiorno mai pronunciò in pubblico. Ci portiamo appresso convinzioni tutta la vita, sicuri ch’esse siano inoppugnabili, e le conserviamo sino alla morte con cieca ostinazione, come talismani contro un mondo sempre più incomprensibile. Siamo di sinistra o di destra o moderati o populisti o razzisti in base a credenze che abbiamo assimilato sin da piccoli, o sui banchi di scuola, o perché si militava in un determinato ambito politico o partitico oppure perché, più semplicemente, i nostri familiari erano o non erano di quell’idea lì. Col tempo smettiamo di farci domande, di accedere alla parte più problematica della storia, di porre in discussione alcunché. E allora accadono due cose: o tali convinzioni si induriscono, divenendo dogmi; oppure vengono abbandonate, e allora si diviene il loro più feroce denigratore. La prima possibilità ha più probabilità di avverarsi della seconda, ma sono entrambe sbagliate. Certo, un tempo era tutto più facile. C’erano guide spirituali, e testi indiscussi, alcuni sentimenti basici a guidarci nel labirinto della Storia. Perché la Storia è sicuramente un labirinto pauroso, ricco di trabocchetti e diverticoli, antri che rimandano echi menzogneri, piazzole fiorite, incisioni sbiadite, anditi non più frequentati da secoli. Negli anni Settanta alcuni sentieri di tale labirinto erano illuminati: li si seguiva senza timore. Tutti noi dicevamo senza tema di smentita: “andiamo, qui c’è la verità”. Oppure: “non andate lì perché vi abita la menzogna”. Le vie erano già tracciate a nostro beneficio. Non dovevamo che incamminarci. Questo è di destra, questo di sinistra. Il padrone è di destra, l’operaio di sinistra, Agnelli è di destra, Di Giuseppe è di sinistra, il bagno è di destra la doccia di sinistra, Battisti e i pompini sono di destra, De André e il cunnilingus di sinistra… e così via, come nella filastrocca che lo spaesato reduce Flavio Bucci declama in “Maledetti vi amerò” di Marco Tullio Giordana. Poi qualcuno ha spento le luci… e così ci siamo perduti in un dedalo di cunicoli. Vaghiamo a casaccio e la Storia ha ripreso il suo aspetto terribile in cui tutto ama confondersi. Ogni tanto si accende una fiammella per capire dove andare a parare, ma dura poco e si ripiomba nell’indistinto. Dove andiamo, a destra o a sinistra? Scendiamo i gradini o li saliamo? Sono problemi. Secondo un’antica tradizione svoltando sempre a destra si trova sicuramente la via d’uscita. Non sono sicuro nemmeno di questo però. Una volta, in un labirinto da giardino, con le siepi come pareti incombenti, ho messo in atto proprio questa strategia e mi sono ritrovato in un vicolo cieco, davanti a una statua in gesso di Priapo, il dio che fa gesti sconci. Quello però era un gioco. Applicare questo trucco nella vita, invece, può costare caro: invece di trovare Priapo potreste imbattervi nel Minotauro: e quello non perdona. Sì, la bussola ideologica è impazzita, tutte le luci di segnalazione sono spente o sabotate. Dove diavolo stiamo andando? E, soprattutto, dove siamo andati nei decenni trascorsi? Avevamo torto o ragione? Quanta energia abbiamo sprecato contro i nostri presunti nemici? I nemici sono importanti. È dalla forza del nemico che si valuta la forza dell’azione politica. Ma noi, oggi, a luci spente, sappiamo davvero qual è il nemico? Sì, tutto era più facile. Questo mantra me lo ripetevo costantemente mentre guardavo “Ogro”, di Gillo Pontecorvo: un film del 1979, con Gian Maria Volontè. Il Nostro, con altri compagni fanno parte dell’ETA, l’ala militare dell’indipendentismo basco (E.T.A.: Euskadi Ta Askatasuna, tradotto nella nostra lingua “Patria Basca e Libertà”). Il loro obiettivo è un attentato mortale contro l’ammiraglio Luis Carrero Blanco, il successore designato del dittatore Francisco Franco. Attentato riuscito con clamoroso successo. Il 20 dicembre 1973, infatti, Blanco salta in aria con la sua auto. Salta per davvero: la macchina è sbalzata da terra circa venti metri e finisce nel cortile di un monastero attiguo. Un botto formidabile che, probabilmente, mise fine alla dittatura militare aprendo le porte alla democrazia in Spagna. Quando vidi per la prima volta il film negli anni Ottanta tutto era chiaro: marxisti baschi contro il fascista Franco, internazionalismo contro nazionalismo (anche se i baschi militanti erano ferventi nazionalisti), comunismo contro cattolicesimo reazionario, Athletic Bilbao contro Real Madrid, l’autodeterminazione dei popoli contro la repressione, libertà contro il controllo delle masse, il compagno Volontè contro i cattivi. Negli anni Ottanta molte luci erano ancora accese, il mondo era comprensibile. Ma oggi? Rivedere “Ogro” è come rincontrare la propria vecchia fiamma, un po’ imbolsita dagli anni, col viso intorbidato dalle delusioni, stretta in un abito fuori moda che trent’anni fa credevamo provocante e oggi ci sembra solo pretenzioso. Autodeterminazione dei popoli? Una volta, forse, questo era di sinistra: oggi i popoli e le nazioni sono viste con gran sospetto proprio dai partiti che si rifanno al socialismo. L’E.T.A. nel mondo unipolare di oggi è un’anticaglia. Il capitalismo vuole tutti eguali, con lo stesso cellulare e gli stessi desideri: baschi, siciliani, portoricani, italioti e turchi non esistono; esiste il consumatore e basta. Le nazioni, le rivendicazioni nazionali, il sangue e la terra, sono un inciampo per il capitalismo attuale… Meglio quindi sopprimerli e non parlarne più. Nel 1979 “Ogro” era un film marxista, ma oggi che la sinistra è divenuta gaudente e globalizzatrice, i suoi riferimenti politici profondi sono condivisi solo da reazionari, nostalgici e reduci. Reduci d’ogni colore. D’altra parte se l’E.T.A. fu un movimento d’ispirazione marxista, è anche vero che il fondatore del Partito Nazionalista Vasco, Sabino de Arana, aspirava a uno Stato popolare, cattolico e di pura razza bianca. Anche oggi, infatti, l’Athletic Bilbao schiera solo giocatori di sangue basco. “Limpieza de sangre”. È un caso? È un caso che il nostro vecchio amico Francesco Cossiga, il fascistissimo Kossiga degli anni Settanta, filoatlantico e manganellatore, parteggiasse per la causa basca? Tanto da azzuffarsi con il governo madrileno ed esclamare con quella sua aria da sorniona mummia azteca: “Gli insulti dei fascisti sono sempre stati per me un onore”. Ci capite qualcosa? La stessa parola Patria, che, in bocca ai nazionalisti baschi, pareva l’epitome della libertà è oggi caduta in totale disprezzo da parte della sinistra di ogni ordine e grado. Laura Boldrini, ad esempio, ne ha consigliato la sostituzione col termine Matria. Immaginatevi Volonté che esclama: “Dobbiamo batterci per la Matria basca!”… fa un po’ senso, lo si ammetta, ma i tempi cambiano e i tempi attuali son questi. Io, che vengo dal Partito Comunista, quando mi infervoro e parlo di Patria, Heimat, vengo, seppur con bonomia, tacciato di fascismo. “Sei un residuato bellico!”. Ci capite qualcosa? Le luci sono spente, le lampade infrante, i fari abbandonati: la Storia è ridiventata una selva oscura. Se, come un basco del Ventunesimo Secolo, mi mettessi a urlare in piazza Più nazionalismo contro il capitale globale, più Italia contro la dominazione globale delle merci e degli uomini, il primo a denunciarmi sarebbe un ex compagno. Il mondo è sottosopra tanto che un film di sinistra come “Ogro” oggi lo apprezzano più i reduci missini che non i figli e i nipoti rosa confetto del PCI. Tutto questo lo dico senza acrimonia: è così e basta. Però, perdonatemi, voglio mettere il carico da undici. Mentre mi riguardavo il film, e ascoltavo quei dialoghi che parevano uscire dall’Ottocento, e mi immaginavo i baschi di de Arana reclamare la libertà in nome del sangue, della terra e della tradizione, non potevo fare a meno di sentir ronzare nella testa, come le mosche importune delle occasioni perdute, le parole immortali di Louis Ferdinad Céline, il fascista e collaborazionista Céline“Le nazioni non moriranno perché i loro uomini di stato sono nullità, i loro governi troppo cupidi, troppo ubriachi o troppo pederasti… i loro ambasciatori troppo chiacchieroni o perché esse stesse… son diventate troppo arroganti, soprassaturate di ricchezze, schiacciate dalla loro industria, troppo lussuose o troppo agricole, troppo sempliciotte o troppo complicate. Tutto questo è senza rilievo, bazzecole passeggere, semplice cronaca della storia… una nazione si rialza… solo a una condizione, questa condizione assolutamente essenziale, mistica, quella di essere rimasta fedele attraverso vittorie e rovesci agli stessi gruppi, alla stessa etnia, allo stesso sangue… Ma allora? Chi siamo diventati? La risposta è solo una. Il nemico ha cambiato posizione. Le vecchie categorie mentali non solo non funzionano più, ma funzionano al contrario. Dobbiamo forgiare nuove baionette, puntarle con più accuratezza.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.