Gilgamesh: “Gilgamesh” (1975) – di Piero Ranalli

Gli Gilgamesh sono forse una delle band meno conosciute della scena di Canterbury, il nome è tratto da uno storico re sumero dell’antica città di Uruk (IV millennio a.C.), situata nella Mesopotamia meridionale. Frutto di un accoppiamento tra un essere celeste (la Dea Aruru) e un terrestre. E’ colui che sa tutto, colui che ha portato al popolo sapienza e conoscenza e che un giorno decide di mettersi in cammino per far visita ad un saggio che conosce il segreto dell’immortalità. Un avventura che gli costerà solo inutili fatiche e che lo costringerà a fare ritorno ad Uruk con l’amara consapevolezza di essere sicuro di morire. Formata nel 1972 da Alan Gowen, che entrò nel mondo della musica attraverso la band Assagai che suonava la fusion afrobeat nel 1971. “Gilgamesh” (Caroline Records), album di debutto, pubblicato nel 1975, è prevalentemente strumentale tranne in alcuni momenti dove emergono arrangiamenti vocali eseguiti dall’ospite Amanda Parsons (National Health), l’altro ospite d’eccezione, in veste di co-produttore ed arrangiatore vocale, è il mitico tastierista Dave Stewart (Egg, National Health, Khan, Hatfield and the north, Arzachel). Questo disco è prima di tutto un veicolo per le composizioni di Gowen, con la sua vasta gamma di tastiere che formano il fondamento della maggior parte delle tracce ed esce in un periodo in cui il suono di Canterbury aveva già espresso ampiamente le sue potenzialità, per cui il tentativo di fare colpo in quella scena sarebbe potuto apparire ridicolo… beh! Non è il caso dei Gilgamesh.
Musicalmente questo debutto contiene un ampio dosaggio di complessità armoniche: vi sono mini suite piuttosto eccitanti con colpi di scena inattesi e dinamici, scoppi improvvisi e frenetici di creatività che emergono tra momenti più lunghi di placidità, se vogliamo tratti tipici della scuola di cui parlavamo ma che contengono una personalità altrettanto interessante ed unica. L’ampia gamma di tastiere di Gowen (principalmente organo fuzz e piano Fender Rhodes, solo in alcuni passaggi dei brani sono utilizzati piano Clavinet e Mellotron) non sorprende che sia la caratteristica principale della band, dal momento che è il compositore principale (tutti tranne due brani, Worlds of zine e For absent friends siglati dal chitarrista), ma la chitarra di Phil Lee gli dà risposte molto potenti, Mike Travis (batteria) è in grado di realizzare groove fantastici, mentre lo stile di Jeff Clyne (ex Isotope e Nucleus) con il suo contrabbasso è davvero molto ispirato. Molto bella ed anche ironica la copertina, che raffigura un gioco da tavolo il cui scopo dei giocatori è quello di muovere le pedine verso un obiettivo nella parte superiore del tabellone, con spazi numerati e commenti dove su alcuni di essi c’è scritto di andare avanti o indietro e perché. Ovviamente contestualizzato in una loro vita “on the road“, vi sono messaggi come: “Pagamento dopo il concerto in contanti! Vai avanti di 2 spazi“, “Batterista in ritardo per il concerto. Torna indietro di 1 spazio“, “Il chitarrista beve 10 Carlsberg. Squalificato dal gioco“.
Gilgamesh” è composto da otto brani, l’apertura è affidata a One End More/Phil’s Little Dance – For Phil Millers Trousers/Worlds Of Zin, una delle tre mini suite di cui l’album si compone, raccoglie diversi suoni e stili utilizzati nell’allora mondo del jazz tra cui suoni intricati e intrecciati insieme che sono una delizia, una grande interazione tra i musicisti. Una chitarra che conquista terreno gradualmente, in modo rilassante apre la strada con gusto, un lavoro straordinario, quasi trattenuto, ma alla fine ci si lascia andare con alcune impennate. Arrivano diverse melodie vocali femminili da Amanda ed il pianoforte che ricama il tutto in maniera incredibile. Lady and Friend si apre con una chitarra acustica e Fender Rhodes che suonano in maniera gentile come per decidere una melodia. All’improvviso una sezione piuttosto dinamica stravolge l’atmosfera per alcuni secondi prima di tornare ad un’interazione di tastiera e basso molto bella e delicata, che viene poi unita da un attraente chitarra elettrica jazz. Notwithstanding, come approccio, ricorda un po’ Herbie Hancock nei suoi suoni di tastiera, una sezione ritmica incisiva non tarda ad arrivare così che tutti gli strumenti si rincorrano ed interagiscano piacevolmente. Il finale è caratterizzato da un ostinato di organo distorto di Gowen, con gli altri componenti che cercano di improvvisare ed inserirsi. Arriving Twice fa rivivere il tema melodico della canzone di apertura dell’album, solo in un arrangiamento leggermente diverso e con una variazione negli strumenti utilizzati.
In Island Of Rhodes/Paper Boat – For Doris/As If Your Eyes Were Open l’apertura è consegnata ad una linea di basso ripetuta come base piuttosto semplice e gli altri strumenti che cercano di inserirsi timidamente, ma poi una seconda sezione molto variegata si arricchisce di una batteria miscelata un po’ dietro (ma non per questo meno presente) le tastiere dominanti. La sezione finale, permette al chitarrista di sviluppare il suo solo su un clavinet impetuoso e ostinato ed un ritmo veloce di batteria: davvero uno sviluppo interessante. For Absent Friends è un piacevole assolo di chitarra acustica di stampo classico. We Are All/Someone Else’s Food/Jamo And Other Boating Disasters – From The Holiday Of The Same Name si apre con un ricamo di piano Rhodes e la chitarra elettrica che stabilisce la melodia ed il ritmo. Molto bello l’assolo di pianoforte elettrico Fender e il basso nella sua semplicità fa un ottimo lavoro nel tenere insieme la canzone in termini di ritmo. Meravigliosi il suono di batteria e chitarra che torna ad essere schietta e appassionata riprendendo per alcuni attimi la melodia iniziale. Una breve seconda sezione country ed una terza sezione un po’ strana in cui la tastiera passa dal clavinet al pianoforte e poi al synth, mentre viene accompagnata nel finale da strati di voce di Amanda Parsons. Nel complesso, questo è probabilmente il pezzo in cui la band brilla di più dal punto di vista strumentale e compositivo. Just C è un breve assolo di pianoforte a chiudere l’album.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Questo slideshow richiede JavaScript.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: