Gibellina: il sogno di “Duvicu u senaturi” – di Cinzia Farina

Gennaio 1968, Sicilia occidentale. L’intera Valle del Belìce in macerie. Circa 400 morti, 1.000 feriti, 100.000 sfollati. Completamente distrutti i paesi di Salaparuta, Montevago, Poggioreale e Gibellina. “Uno spettacolo da bomba atomica… un inferno”, ebbe a dire il pilota di uno degli aerei da ricognizione. Per molti anni la ricostruzione, affidata allo Stato, rimase un miraggio. Finché la rivolta di alcuni sindaci la ricondusse alle amministrazioni locali, col trasferimento dei contributi direttamente ai destinatari. Il che capovolse la logica del risarcimento e dell’assistenzialismo in un’opportunità di sviluppo autonomo centrato sui beni culturali. A Gibellina, sotto la spinta di Ludovico Corrao – giovane democristiano ribelle, protagonista tra il 1958 e il 1960 della stagione siciliana del milazzismo (esperienza di governo unitario ancor prima del compromesso storico), poi sindaco a più riprese e infine più volte senatore eletto da indipendente nelle file comuniste – avvenne qualcosa di straordinario. Mentre lo Stato offriva navi per il Venezuela o l’Australia, incoraggiando all’abbandono popolazioni già segnate da miseria, subalternità ed emigrazione, a Gibellina – rilocalizzata in pianura vicino ad autostrada e ferrovia “per passare – come scrive Corraodalla condizione di servo della gleba a quella di cittadino che può operare nel commercio e nella relazione con gli altri. (…) aprirsi alle prospettive del mondo moderno” prese vita l’utopia partecipata di un cantiere culturale e di un laboratorio politico permanente. Una temperie ideale condivisa, si pensi al Centro Studi e Iniziative Valle del Belìce di Danilo Dolci e Lorenzo  Barbera, raccontata anche da Carola Susani che ricorda, bambina al seguito dei genitori architetti scesi apposta dal Veneto per dare una mano alla ricostruzione, la vita e le infuocate riunioni in baracca tra Montevago e Partanna. Gibellina nuova si riempì dunque di opere d’arte. Arte, nel sogno di Corrao, finalmente al servizio dei popoli e non dei ceti dominanti. Opere pagate non dallo Stato ma dagli stessi abitanti, costruite da artigiani locali che si trovarono a collaborare in un entusiasmante impegno corale con artisti come Scialoja, Paladino, Burri, Consagra, Pomodoro, Cascella, Staccioli, Schifano, Beuys, Isgrò, Accardi, e tantissimi altri. Nell’introduzione al libro di Davide Camarrone, “I maestri di Gibellina”, uscito nel 2011, ricordando il coinvolgimento emotivo che univa pensiero cuore e  iniziative intorno al sogno di una nuova “casa” Corrao scrive: “Le opere d’arte sono il frutto della creatività degli artisti e della manualità degli uomini e delle donne di Gibellina. Furono riscoperte antiche abilità, come quelle del ricamo e della tessitura. S’innescò un processo di rinascita delle identità. Non una lira pubblica fu distolta dalla ricostruzione e destinata alle opere d’arte: a pagarle, furono i cittadini”. Nel 1981 cominciarono, sulle rovine e poi sul “Grande Cretto”, i cicli di rappresentazioni teatrali d’avanguardia delle “Orestiadi”, divenute Fondazione nel 1992, e fu acquistato un baglio nobiliare ottocentesco che ne divenne la sede e ospitò la collezione sempre più ricca e le importanti mostre del Museo delle Trame Mediterranee, nato nel segno di un irrinunciabile dialogo tra le diverse, intrecciate culture del Mediterraneo. In proposito Corrao dice: “Non dimentico mai che la sede della nostra Fondazione Orestiadi e del Museo delle Trame mediterranee si trova nel baglio dei Baroni Di Stefano. Quando lo restaurammo, i contadini ci dissero: ‘Noi qui non potevamo mettere piede, perché con il mulo portavamo il grano, l’olio, il vino, al padrone, ma solo dalla parte retrostante nel granaio. Ci era proibito l’accesso all’interno del palazzo”. Una nemesi della storia. Tutta la città divenne un vero e proprio laboratorio di sperimentazione, mentre altrove gli interventi calavano dall’alto col sistema dei grandi appalti e delle archistar. Strutture esagerate e faraoniche, come i dieci inutili chilometri dell’Asse del Belìce (mentre la ferrovia Salaparuta-Castelvetrano, ben più importante per i centri dell’area terremotata, non venne ricostruita), il Centro sociale di Partanna o la piscina di Paolo Portoghesi a Poggioreale mai completati. Scrive infatti Corrao: “C’era un altro problema: il tentativo di gestire la ricostruzione con il metodo dei grandi appalti, affidando a grandi ditte il compito di ricostruire intere zone della città nuova. A questo disegno governativo opponemmo il diritto dei cittadini di Gibellina e della Valle del Belìce d’essere imprenditori di se stessi, costruttori delle loro case e dei loro destini”. Certamente la ricostruzione nel Belìce non fu esente da quel lato oscuro fatto di burocrazia e collusioni mafiose. Quel malaffare di tangenti, spartizioni e prezzi gonfiati che ci si trova sempre a fronteggiare. E se è vero che anche la figura di Ludovico Corrao, Duvicu u senaturi, simbolo amatissimo delle lotte agrarie contro il latifondo, a suo tempo legale di parte civile di Franca Viola, umanista colto e visionario, intellettuale scomodo appassionatamente legato alla terra di Sicilia, poté non essere esente da qualche errore – è altrettanto vero che nell’utopica cornice di quegli anni, fu il primo sindaco in una terra e in una situazione difficile, a scommettere sulla bellezza, l’arte, i beni culturali, come riscatto di intere popolazioni e risorsa vitale per una rinascita civile ed economica che non fosse legata a una colonizzazione industriale forzata. Nonostante malumori e feroci polemiche tra architetti, scultori, giornalisti, politici, e critici d’arte, è riuscito a tramandarci il profondo senso politico e umano del suo sogno. Un sogno che non muore, nonostante quel processo si sia interrotto col cambiamento dell’amministrazione prima e la tragica scomparsa di Corrao poi (ucciso da un suo dipendente per futili motivi nel 2011 a 84 anni) e lo slancio corale di quella popolazione, il senso fattivo di essere comunità sia venuto meno nel passaggio delle generazioni. Nonostante l’incapacità, infine, di governare e valorizzare un patrimonio così ricco, di conservarlo, di manutenerlo, a partire dalle cose più elementari. Nessuna meraviglia se il serpente bronzeo dello scultore napoletano Montano poté essere tranquillamente rubato qualche anno fa e poi fortunosamente ritrovato in un casolare, già diviso e pronto per essere fuso. O se il possente cubo reticolare in ferro, sospeso all’esterno di palazzo Di Lorenzo, dell’artista brasiliano Milton Machado, poté finire al ferrovecchio perché troppo arrugginito. Per non parlare del pezzo più importante del sogno di Corrao, nato dall’incontro con Burri, abbandonato per lunghissimo tempo al degrado. Il “Grande Cretto”, che come un sudario copre e cristallizza la Gibellina vecchia. Quel luogo antico di dolore e disperazione, dalla cui Chiesa, durante i Fasci Siciliani, l’esercito sparava sulle donne e sui bambini in rivolta contro i padroni feudali. Burri venne a titolo gratuito, come gli altri artisti. Venne e pianse davanti a quelle macerie. Dentro la colata bianca di cemento che le compatta c’è l’anima, incarnata e salvata per sempre (a differenza degli ultimi ruderi di Salaparuta e Poggioreale inghiottiti dalle erbacce), dell’intero paese. In un tracciato scarno, silenzioso, di corridoi, di vicoli e vie, in una purezza minerale, secca, quasi “salina”, resta fissata, senza ombra di retorica, la memoria della città e dell’immane tragedia. Il “Cretto”, la più grande opera di Land Art celebrativa, fu realizzato tra il 1984 ed il 1989 per un terzo del suo progetto. Abbandonato a se stesso, ultimato a trent’anni dall’inizio dell’opera e a cent’anni dalla nascita di Alberto Burri, oggi, emblematicamente, lo sovrasta con cieca nonchalance un impianto industriale di pale eoliche.

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