Gianfranco Manfredi: “Ma non è una malattia” (1976) – di Ignazio Gulotta

Ci sono dischi che, oltre a essere bellissimi, hanno in più la capacità di catturare il senso profondo di un particolare momento della vita, sia essa quella individuale che quella collettiva, politica e sociale. “Ma non è una malattia” di Ganfranco Manfredi è uno di quei dischi, uscito nel 1976, anno quanto mai turbolento, drammatico, ma anche ricco di speranze, uno degli ultimi durante il quale sembrava ancora possibile realizzare quella rivoluzione vagheggiata nel decennio precedente, prima che i sorgenti anni Ottanta consegnassero quelle speranze nei meandri vischiosi della nostalgia e delle occasioni perdute che non tornano mai. Il disco di Manfredi, nato a Senigallia, ma dall’età di otto anni milanese, racconta tutto questo e nel suo tono disincantato e disilluso venato di malinconia prefigura anche gli anni della sconfitta e del rinchiudersi nel proprio particolare.
Le sue canzoni affrontano temi scottanti con ironia e una certa leggerezza, in esse troviamo sia la tradizione del cabaret e della canzone milanese di Gaber, Jannacci, Gianco, col quale Manfredi ha collaborato a lungo, sia la graffiante arte dello sberleffo e della satira che fu di riviste come Re Nudo e soprattutto del movimento del 77 nelle sue frange più anarcoidi e ribelli e non militariste, artisti creativi, indiani metropolitani, primi punk. Sono canzoni in cui non manca la critica dura al sistema capitalistico, all’autoritarismo, all’ipocrita perbenismo borghese, alla politica moderata della sinistra parlamentare, ma Manfredi canta dall’interno del movimento politico antagonista di quegli anni, ne fa parte, e proprio per questo ne denuncia e mette alla berlina vezzi e vizi che lo percorrono, e molte di quelle critiche potrebbero essere valide ancora oggi. Prima di affrontare le canzoni del disco due parole sui collaboratori: Manfredi è autore di tutti i testi e delle musiche, a volte in collaborazione con Giuliano Illani, conosciuto col nome d’arte di Donatello, e Ricky Gianco, ma folto e di alto livello è il numero degli musicisti che vi partecipano, si va da Lucio Fabbri della PFM al violino, a Roberto Colombo al moog e tastiere, al chitarrista Roberto Dentes. Particolarmente interessanti e riusciti sono gli arrangiamenti ai quali collabora Illani che fa valere la sua esperienza sia nell’ambito della musica pop sia nella scena prog: ne risulta un album vario e intelligente con un connubio perfetto fra musica e testi anzi, sono proprio gli arrangiamenti che danno il giusto tono alle parole alternando malinconia, rabbia, ironia, dolcezza.
“Ma non è una malattia”, registrato a inizio 1976, uscirà quello stesso anno per l’etichetta indipendente Ultima Spiaggia ed avrà una riedizione in cd, da tempo esaurita, nel 2004. La facciata A, quella più ironica e irriverente, si apre con la fanfara caciarona e volutamente bislacca in stile dixieland con tanto di fiati festosi della title track ci consegna la figura, ribelle e testarda, di un giovane che rifiuta le convenzioni sociali che passa le notti insonni, mal vestito, che si arrangia con lavoretti, ma rifiuta di considerarsi per questo malato, vuol solo non essere triste e, come molti nel periodo, ha il suo «abito di dentro da cambiare», una volta cadute le speranze nella rivoluzione. Arrangiamento country con tanto di banjo e violino, Agenda ‘68 è una canzone che non può che stringere il cuore di chi quell’anno ha vissuto, il ritrovamento di una vecchia agenda dove scorrono sigle e nomi («Telefonare a Paola… ma chi sarà costei?») diventati sconosciuti, mentre Mao è finito sulle magliette, ci racconta il passaggio dagli anni dell’impegno a quelli della ricerca di una libertà individuale («viaggiare senza orari e senza taccuini»), Manfredi è bravissimo nel trattare il tema scivoloso del passato e della nostalgia senza cadere nella retorica e nell’autocompiacimento, e questo grazie a una geniale vena ironica che pervade tutto il disco e ne fa opera magistrale.
Nonsipà, inno a non pagare bollette, metro, bar, non ha nulla delle canzoni militanti che circolavano allora, ma l’arrangiamento che sembra uscito dalla colonna sonora di “American Graffiti” con tanto di coretti in falsetto, ne sottolinea il carattere paradossale di un ribellismo gioioso, ma inconcludente. Segue la deliziosa e sarcastica Quarto Oggiaro Story, bizzarro spoken words con ritornello da tarantella napoletana, il testo oltre a riecheggiare discorsi sentiti nella sinistra antagonista, ci dà un ritratto graffiante di certa intellighenzia di sinistra un po’ snob e del suo difficile rapporto con la cultura popolare: in quella figura di intellettuale presuntuoso Manfredi sembra aver intuito come di lì a poco molti fra i leader politici si affretteranno a cambiare casacca. No More Masoch chiude la prima facciata, forse il brano più complesso, arrangiamento di stampo prog con moog, tastiere, riferimenti jazzistici e tempi dispari in primo piano, ma anche il testo è ricco di suggestioni sul tema del dolore. La seconda facciata, più riflessiva e pensosa, si apre con le suggestioni prog malinconiche di Puoi Sentirmi?, riflessioni intime in un momento di crisi e smarrimento, ma la chiusa non è affatto solipsistica: «sono carne / sono sangue / sono gli altri / insieme a me».
Anche nella successiva ballata acustica per chitarra e banjo, Io Clandestino, il tema dell’io, della responsabilità personale e delle scelte private e politiche è riletto con delicatezza e senza moralismi, ma entrando nelle contraddizioni che si manifestavano fra tendenze al riflusso e ribellione. Si arriva poi al momento culminante dell’album. Ma chi ha detto che non c’è non è solo la canzone che meglio di ogni altra raffigura la seconda metà degli anni Settanta, ma è anche una delle canzoni più belle e commoventi della musica italiana, è una meravigliosa e incantevole canzone d’amore e l’inizio è da brividi: la felicità, la possibilità di un mondo migliore «sta nel fondo dei tuoi occhi / sulla punta delle labbra», ma anche «sta nel prendersi la merce / sta nel prendersi per mano / nel tirare i sampietrini / nell’incendio di Milano», qui Manfredi ha colto perfettamente e con lucidità lo spirito di anni contraddittori e violenti, l’autonomia, il terrorismo, la violenza dello Stato, ma anche la voglia di comunità, di battersi per un mondo diverso, il tentativo di far coincidere il personale con il politico. Sono gli anni di esperienze travolgenti, si pensi alla bolognese Radio Alice e alle altre radio libere, quelle cantate da Finardi, che si diffondono in tutta Italia, ma sono anche gli anni che precedono la grande sconfitta del movimento e durante i quali alla gioia della rivolta si contrapponeva la ferocia disperata della violenza.
Chiude l’album Il mostro è uscito dal mare, su un arrangiamento che ricorda certe ballate di Claudio Rocchi, si dipana un testo dalle forti immagini evocative di certi comportamenti cinici e contraddittori che albergano fra certi rivoluzionari, ma anche a disegnare un periodo scosso fra violenze di Stato, inverni che incombono, uomini che vivono nell’apparenza e nella finzione, («fa finta di litigare con quell’altro / solo quando la telecamera è sul rosso»). L’album è da ascoltare insieme all’altro capolavoro di Manfredi uscito l’anno dopo, “Zombie di tutto il mondo unitevi”, e magari anche al libro che Manfredi ha pubblicato nel 2017 che nel titolo riprende la sua canzone più celebre, “Ma chi ha detto che non c’è. 1977 l’anno del Big Bang”, nel quale l’autore ha messo insieme ricordi, riflessioni, storie su quell’anno fondamentale della storia del nostro paese. Con gli anni Ottanta la carriera musicale di Gianfranco Manfredi nei fatti si interrompe, infatti ha preferito dedicarsi all’attività di romanziere e, soprattutto, di sceneggiatore di fumetti: per la Sergio Bonelli ha scritto storie per Tex e Dylan Dog e ha creato i personaggi di Magico Vento e Gordon Link.

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