Giancarlo Berardi e Ivo Milazzo: “Ken Parker (Lungo Fucile)” – di Dario Lopez

1977, anno di fermenti, novità, movimenti, eventi; non tutti pacifici, non tutti piacevoli. Un’aria nuova si respirava un po’ in tutti gli aspetti del mondo culturale, così come rivendicazioni, agitazioni e ribellioni segnavano in maniera forte la scena politica e sociale italiana e mondiale. Nel bel mezzo di questo fervore spesso esasperato all’eccesso, anche la scena del fumetto internazionale si muoveva, proponeva vie nuove da testare e all’occorrenza seguire, non sempre vincenti, non tutte elettrizzanti, spesso originali e coraggiose. In America, ad esempio, le due più grandi case editrici di comics lanciavano due serie che vedevano protagonisti supereroi di colore: la Marvel Comics dedicava un albo personale al suo primo supereroe nero, Black Panther, nato sulle pagine della serie Fantastic Four già nel 1966 grazie alle menti inesauribili di Stan Lee e Jack Kirby, mentre la concorrente DC Comics dava il via libera al suo Fulmine Nero, creato da Tony Isabella, autore che già aveva lavorato sul Luke Cage di casa Marvel, altro eroe di colore proveniente dal quartiere di Harlem. Entrambe le serie non ebbero grande fortuna e chiusero i battenti abbastanza in fretta, maggior successo arrise invece al western di Jonah Hex (DC Comics) che collezionò ben novantadue uscite… ma furono soprattutto diverse iniziative targate Marvel Comics a lasciare il segno, serie che gli appassionati del fumetto ricordano ancora oggi a distanza di quarant’anni. La prima è stata il fortunato adattamento del caso cinematografico dell’anno, la serie a fumetti dedicata a Star Wars: proseguì la sua corsa fino al settembre 1986 con centosette uscite all’attivo. Gli amanti del fantasy ricordano invece con indelebile affetto The Savage Sword of Conan e la versione del cimmero creato da Robert E. Howard disegnata dal grande John Buscema, una delle interpretazioni del personaggio più apprezzate di sempre insieme a quella del Conan di Barry Windsor Smith. In ambito supereroico fu ideata la serie What if?, una formula di successo che proponeva versioni alternative dell’universo e dei supereroi Marvel, andando a rispondere a quesiti ipotetici quali: Che cosa sarebbe successo se l’Uomo Ragno si fosse unito ai Fantastici Quattro? oppure, Che cosa sarebbe successo se Hulk avesse avuto il cervello di Bruce Banner?, o ancora, Cosa sarebbe successo se i Vendicatori non si fossero mai formati? e via di questo passo. In Inghilterra, figlio dei tempi, debuttava il violento e giustizialista Giudice Dredd insieme alla collana 2000AD, testata storica per il fumetto anglosassone che vide nascere sulle sue pagine alcuni dei maggiori talenti britannici poi emigrati nel mercato Statunitense. Nel dicembre del 1977 prendeva il via anche una delle più celebri e longeve produzioni indipendenti, quel Cerebus che il suo autore, Dave Sim, porterà avanti con successo e tutto da solo per ben trecento numeri, andando a creare un’opera intelligente, sferzante e critica verso diversi aspetti della società, mettendo al centro delle sue storie uno strambo oritteropo parlante che nasceva come caricatura di personaggi fantasy simili a Conan il barbaro per divenire nel corso degli anni qualcosa di unico e irripetibile. Sbarca in America la rivista francese Métal Hurlant, qui ribattezzata Heavy Metal, portando oltreoceano l’arte di geni creativi rivoluzionari come Moebius, Enki Bilal, Milo Manara e Tanino Liberatore solo per citarne alcuni. Impossibile qui menzionare cosa accadeva nel 1977 in tutti i mercati internazionali. Ricordiamo ancora che nemmeno il Giappone stava a guardare, proprio quell’anno esordivano due delle opere intramontabili del maestro nipponico Leiji Matsumoto, il celeberrimo Capitan Harlock e la sua serie gemella Galaxy Express 999. Insomma, nonostante la crisi e le chiusure di diverse testate, soprattutto per quel che riguarda il mercato americano, parecchio si muoveva e carne al fuoco ve n’era in abbondanza. Ma cosa succedeva in Italia in quel fatidico 1977? Impossibile non citare l’arrivo della Compagnia della Forca, serie ideata da Roberto Raviola in arte Magnus, ma soprattutto quello di uno dei personaggi più importanti e maturi del western nostrano: il Ken Parker di Giancarlo Berardi e Ivo MilazzoMontana, 29 dicembre 1868… è qui che inizia l’epopea di Lungo Fucile, al secolo Kenneth “Ken” Parker, una vicenda che se spesso risulterà moderna nella visione e nei contenuti, principia invece come una classicissima storia western. Ken Parker è un trapper che si guadagna da vivere cacciando sulle montagne del Montana, in seguito a una vendita portata a termine insieme al giovane fratello Bill, Ken viene attaccato e derubato da tre ignoti assalitori i quali, oltre a portarsi via il compenso del suo lavoro, uccidono e scalpano il giovane ragazzo. Se la vendetta è il più abusato dei motori per dare il via a una storia western, i due autori, Giancarlo Berardi e Ivo Milazzo, che per la loro creazione si sono ispirati al Robert Redford di “Corvo rosso non avrai il mio scalpo”, ci fanno da subito sapere che il loro non sarà un personaggio giustizialista, accecato dalla sete di sangue, e che il loro west sarà molto più strutturato e stratificato sia rispetto a quello del cinema classico americano, che vedeva il cowboy o il militare buono da una parte e l’indiano crudele dall’altra, sia rispetto a quello violento, cinico e bastardo dello spaghetti western. Se vogliamo questo è il western dell’integrazione, che vede il diverso attraverso gli occhi del protagonista esattamente come in uno specchio; un uomo che guarda un altro uomo, a volte può vederci del buono, a volte ci vede il peggiore dei mali. Fin da subito infatti Ken Parker apprende, leggendo le tracce nella neve, come il lavoretto compiuto sul giovane fratello sia opera di tre uomini bianchi che cercano di spacciarsi per indiani. Inizia così una caccia che porterà il trapper nei territori dei Cheyenne, in un avamposto dell’esercito dove anche i tre assassini si sono rifugiati. Per scovarli, a Ken non resterà che arruolarsi e trasformarsi da trapper a scout dell’esercito degli Stati Uniti, mostrando da subito empatia e rispetto per il dignitoso popolo Cheyenne, odio per le prepotenze perpetrate dai suoi stessi commilitoni, e la predisposizione universale a incarnare un ideale di giustizia a spese di uomini bianchi, rossi, neri o gialli indistintamente, sempre con una malcelata avversione per gli inutili spargimenti di sangue. I temi presenti nelle pagine del fumetto sono un modo per narrare la società contemporanea: può sembrare scontato sottolineare come molte delle violenze subite dagli uomini bianchi siano state all’epoca, proprio come accade ancora oggi, provocate dal comportamento espansionista, scellerato e incurante degli stessi nei confronti delle popolazioni indigene, con la creazione delle riserve, l’approvvigionamento alle tribù indiane di carni marce e, nel passato più remoto, con la consapevole diffusione di malattie ed epidemie mortali (le famose coperte al vaiolo per esempio). Ken Parker, il personaggio, incarna una scelta morale, etica e politica, che pur luminosa ai nostri occhi, all’apparenza di una giustezza insindacabile, non manca di rovinare più e più volte nella polvere della sconfitta. Proprio per questo il protagonista e la sua scelta ci sembrano così vivi, così veri e sono stati capaci di calamitare su di loro le attenzioni di un pubblico fedele nonostante le avversità narrative ed editoriali che hanno strapazzato nel corso degli anni l’esistenza del nostro eroe. Ken Parker è a tutti gli effetti un ponte tra le culture, tra le razze, tra i generi, tra le minoranze, è l’esempio da seguire nelle situazioni difficili, anche quando sarebbe necessario mettere a repentaglio qualcosa di proprio per cercare di migliorare una situazione, per cercare una convivenza pacifica a vantaggio di tutti, esempio che proprio come accade nella realtà spesso è destinato a cadere nel vuoto. Ken Parker, forse più di tutto il resto, è anche la traslazione su carta delle personalità, delle inquietudini e dei dubbi dei suoi due autori, ancora giovani nel 1977, di conseguenza vivono sulla loro pelle tutte le tensioni che animavano un’Italia scossa da fortissime contrapposizioni. Se il protagonista è portatore di sogni e ideali che all’epoca si credeva ancora avrebbero potuto portare a un cambiamento positivo nell’immediato futuro, è anche un uomo che si scontra con problemi simili a quelli delle contemporaneità dei suoi autori. Dopo tante peripezie editoriali, la storia di Ken Parker andò a collidere con quella reale, nella famosa sequenza dello sciopero durante il quale Ken si troverà a togliere la vita a un poliziotto. Nella storia Berardi riversa la tensione e anche il dolore vissuti sulla pelle a causa di anni durissimi e violenti. In un secondo momento arriverà anche un epilogo, amaro e disilluso, e non potrebbe essere altrimenti… chiunque può capire il perché, hanno potuto capirlo i lettori di Ken Parker semplicemente alzando il naso dalle pagine di quell’ultima storia, ancora recente, e dando un occhiata al mondo, ai risultati prodotti dallo sbiadire degli ideali di più generazioni, dall’avanzare del progresso e dai nuovi asset di una società moderna dove ogni sogno e ogni valore sono svaniti… e tutto è indubbiamente molto triste. Ken Parker non è Tex Willer, un grande eroe ancorato all’idea del vecchio west. Ken Parker è un uomo di oggi, che è stato ferito da quel che il mondo è diventato, che non ha perso la speranza, che guarda avanti e cerca di fare la cosa giusta, un po’ come fanno tutti i giorni gli uomini integri, che non sono eroi… rimangono solo uomini onesti, coerenti con sé stessi. Sul versante grafico Ken Parker si fa forte delle matite del suo creatore Ivo Milazzo, aiutato nel corso degli anni da disegnatori oggi di indubbia fama come Alessandrini, Ambrosini, Maraffa e Trevisan tra gli altri. Nel dare un’impronta indelebile alla sua creazione, Milazzo realizza i disegni dei primi otto albi, andando solo in seguito ad alternarsi alle matite con i suoi colleghi. È un tratto efficace quello di Milazzo che si risolve in tavole pulite, dettagliate il giusto, con un uso calibrato dei neri, un segno capace con pochi tratti di rendere al meglio l’idea di un paesaggio innevato, del mare come del calore cocente del deserto. Uno stile destinato a evolvere nel corso del tempo, alla ricerca di una sintesi in un persorso assimilabile a quello fatto da altri grandi nomi del fumetto italiano… Hugo Pratt su tutti. Questa ricerca, questa voglia di nuovo, di libertà, ha portato il disegnatore, una volta terminata definitivamente l’avventura Ken Parker, a percorrere strade diverse dal suo amico e sodale Berardi che invece è rimasto affezionato a una concezione di fumetto più artigianale e popolare, creando per la stessa Bonelli (già editrice di Ken Parker quando ancora si chiamava Cepim) il personaggio della criminologa Julia dalle fattezze della splendida Audrey Hepburn. Le recenti ristampe della serie di Ken Parker, a opera di Panini Comics prima e di Mondadori poi (con ben due edizioni all’attivo, una più lussuosa e l’altra più economica), dimostrano quanto il personaggio sia ancora oggi moderno e appetibile ma, soprattutto, quanto gli appassionati siano ancora legati a un personaggio con pochi eguali nella storia del fumetto italiano. Probabilmente Lungo Fucile regalerà nel prossimo futuro ore piacevoli e momenti di riflessione ancora a qualche altra generazione.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Questo slideshow richiede JavaScript.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.