Giaime Pintor: “Libro Bianco Sul Pop In Italia” (1976) – di Gianluca Chiovelli

C’è un libretto che conservo come un talismano contro la noia: “Libro bianco sul pop in Italia”. Sottotitolo: “Cronaca di una colonizzazione musicale in un paese mediterraneo”. L’editore è Arcana, L’anno di pubblicazione è il 1976. L’operina è considerata anonima. Probabilmente fu un saggio scritto a più mani. Tali mani potrebbero esser quelle del gruppo di fuoriusciti dalla rivista Muzak, capitanato da Giaime Pintor (figlio di Luigi e nipote dell’omonimo Giaime Pintor). Estrarre una linea filosofica unitaria da esso mi pare difficile; alcune parti mal si miscelano ad altre, alcune stroncature inappellabili cozzano con giudizî più concilianti. Ognuno potrà, quindi, leggervi altro da ciò che mi è sembrato scorgervi. Siete avvertiti. La tesi principale consiste nella considerazione che il pop italiano (quello a cavallo fra Sessanta e Settanta) sia un pop inautentico, alienato, dipendente da mode e sorgenti esterofile. I Nostri si scagliano contro tutti, dagli Osanna alla PFM, dai cantautori agli organizzatori di concerti alla classe dei critici. Nei musicisti rinvengono solo brandelli derivativi da strutture e modelli angloamericani: cavalli di Troia dell’industria discografica, in ultima analisi, privi di legami con la propria terra, proni all’acculturazione artistica (e quindi a quella economica), ossequiosi a un mélange di suoni a loro estraneo: “Il pop, così come è cresciuto in Italia, [è] una forma senza mezzi termini di colonialismo musicale e culturale: convinti come siamo che si dà colonialismo quando il paese economicamente più forte (e quindi come capacità di produzione di cultura come merce) riesce a imporre il suo patrimonio culturale come patrimonio universale e internazionale. Siamo dalle parti di Pier Paolo Pasolini e della sua visione del capitalismo-consumista come enorme macchina per svuotare di senso le tradizioni locali e imporre un anonimo sentire globalista. Gli autori del libretto si spingono sino ad analizzare un riflusso delle rivendicazioni del 68, annacquate e dileguate in un paio d’anni: “È proprio in quegli anni e, paradossalmente, da quella rivolta che nacquero tutte le condizioni della futura colonizzazione. Fu allora che si impose il mito della musica pop come musica popolare, come musica internazionale, che si cominciò a parlare di musica degli oppressi ricorrendo alla vecchia storia che nascendo il pop dal rock ‘n’ roll, questo dalla musica negra, essendo i negri oppressi, il pop era musica degli oppressi. Sillogismo tanto più falso se si pensa che [questo] evita accuratamente di considerare il pubblico di fruitori e l’industria culturale”. E poi: “In questa situazione ebbero buona sorte i primissimi collaborazionisti … [che] cominciarono a far balenare l’idea di un’America nuova e diversa … al di là delle antitesi ‘socialismo o barbarie’. Fu l’esplosione del sogno beat, l’inizio del movement. Fu un’inflazione di Kerouc e Ginsberg… di Jefferson e Dylan. Anzi un’indigestione. E come ogni indigestione che si rispetti a quel punto si cominciò a mangiare di tutto: dai Pink Floyd a Deep Purple, dall’hashish alla Coca Cola, dai jeans alle diete zen. Con una confusione delirante… tutto divenne commerciabile. Soprattutto fu la coscienza critica che si fece merce e prodotto di consumo”. Il pensiero è ardito, ma non peregrino. Le lotte degli anni Sessanta, tese a far risaltare le contraddizioni interne al capitalismo di stampo angloamericano, vengono disattivate dal flower power: Woodstock contro Gramsci, si potrebbe dire. Accettare Grace Slick o i Jethro Tull, o i loro epigoni italiani significava accettare, di fatto, la cultura capitalista. Significava, di fatto, sulla lunga distanza, perdere la battaglia e, infatti, così fu. La legge inderogabile è: se ti esprimi con la lingua dei conquistatori e rinunci alla tua, prima o poi condividerai le idee dei conquistatori. Come Garcilaso della Vega, l’Inca sconfitto che si mise a scrivere in spagnolo. Ecco un’altra stoccata: “I grandi cantori della rivolta giovanile, da Kerouac a Ginsberg da Dylan ai Jefferson, in realtà non ripropongono che fughe, talvolta fasulle e ludiche, talvolta megalomani e deliranti … oggi  … la carica eversiva dei Jefferson, di Zappa, di Dylan è andata a farsi benedire: perfettamente riassorbita come è naturale dovunque manchi un discorso politico a monte di quello controculturale”. A distanza di quarant’anni, dopo il crollo del comunismo, tali elucubrazioni hanno perso la loro virulenza. Oggi non esiste più l’Italia, figuriamoci la controcultura politica italiana quale momento d’aggregazione del proletariato giovanile contro la mercificazione. Invece di quarant’anni anni sembra passata un’era geologica: il 1976, rispetto ai nostri tempi catatonici, m’appare sempre più la sgargiante fioritura della Belle Époque, un periodo contraddittorio, ricchissimo, in cui, certo, allignavano già le larve della putrefazione, ma avercene… Ciò non toglie che il libriccino in alcune parti colga il segno, anche se esso vale soprattutto quale resoconto di un’epoca di transizione: dalla spontaneità del rock (che proprio in quell’anno vide fiorire l’ultimo movimento unificante a livello europeo: il punk) alla serializzazione dell’arte e della sua riproposizione come puro intrattenimento volgare; ma non è certo per tali analisi sociologiche che il “Libro Bianco” vanta, almeno a livello sotterraneo, una fama torbida e di culto. No, è solo per le sue ultime venti maledette pagine, un elenco di cantautori e gruppi più o meno famosi, più o meno in voga, accompagnati da giudizî di sprezzante alterigia: a volte ci si compiace in essi, altre ci si diverte, altre se ne sottolinea l’esagerato livore. Ecco alcuni passi famigerati: 
Fabrizio De Andrè. Dall’aria triste e meditabonda, FDA ha svolto negli anni passati il ruolo di cantautore impegnato, ma non troppo… borghese di nascita… rifiutava d’esibirsi in pubblico fino a quando le vendite dei suoi dischi hanno subìto un tracollo. Allora s’è esibito alla Bussola prima di confrontarsi con tutti coloro che avevano sprecato tempo ad ascoltar le sue lagne. Le migliori esecuzioni dei suoi pezzi si ascoltano sulle spiagge e sui monti, quando un chitarrista che conosce due accordi vuol consolare l’amico di una sbronza finita male .
Francesco De Gregori. Quest’ultimo compone pezzi che sono un concentrato di nullità, abbelliti da testi crociani… pseudointellettuali al ridicolo… e com’è di moda in questo periodo maschera le sue intenzioni, reazionarie senza mezzi termini, con ideologie che di rosso non serbano neppure il colore … le sue idee … sono false e mistificatorie…” .
Banco Del Mutuo Soccorso. Dal vivo eran precisi e ora sono insopportabili. Perché ogni appunto viene circondato da una barriera di note al limite della nevrosi e la perizia strumentale si confonde con la velocità e con la forma, estrapolando ogni senso dal contenuto sonoro…”.
Antonello Venditti. Ama la bella vita e le cenette a base di caviale, aragosta e champagne. Fa custodire attentamente i bilanci delle sue fruttifere serate e incisioni e guadagna da mezzo a un milione a serata. Non sa suonare il piano e lo suona, ha una voce abbastanza pulita e compone testi che fanno morir di pianti i romani più nostalgici (e forse pur reazionari)”.
Premiata Forneria Marconi. Come cinque innocui musicisti possano divenire cinque uomini d’affari ce lo ha dimostrato la PFM dopo la pedissequa imitazione dei modelli inglesi…”. 
Orme. Non esiste in Italia un gruppo più pretenzioso e inconcludente…”
Area. Difficile concentrare l’ottusità di questo gruppo in poche righe… Il loro pseudointellettualismo da scalatore sociale non pare altro che la smania di un proletario condizionato a divenir borghese…”. 
Claudio Rocchi. L’innata monotonia e vacuità delle sue espressioni musicali e non… Poi canta Viaggio in India e pochi sanno qual è stato il suo viaggio. Partenza in autostop, arrivo in treno, epatite virale nei due giorni seguenti, ritorno in aereo pagato dal noto Rocchi senior“. 
Si salvano in pochi dalla fucilazione: Dalla, Battiato, Guccini, Bennato, i Dedalus… Non che tali stroncature non abbiano un germe di verità: qualche radical chic meriterebbe ben più che tale flebile gogna. Ciò non toglie che Venditti, De Gregori e compagnia (a Battisti i Nostri non concedono neppure l’onore di una riga di scherno) abbiano scritto importanti pagine pop. Ma questo è il limite dell’opera: molte volte, infatti, anche i traditori dell’ideologia sono dei genî musicali. Anzi, a guardare indietro, quelli che non hanno retto alla prova del tempo sono proprio i chierici di stretta osservanza ideologica. Tranquillizziamoci, tuttavia. Come detto, tutto ciò non ha più importanza. Ormai abbiamo perso (tutti: da destra a sinistra) e il capitalismo, quello più duro e impalpabile, ha trionfato liquefacendo barriere e fortificazioni sin ai più fragili steccati (questo libro ne è un esempio). In tempi di Lady Gaga, MP3 e boy band programmate coll’algoritmo, tali invettive residuano esclusivamente quali graziosi reperti archeologici di una disfatta epocale.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

2 pensieri riguardo “Giaime Pintor: “Libro Bianco Sul Pop In Italia” (1976) – di Gianluca Chiovelli

  • agosto 30, 2017 in 2:15 pm
    Permalink

    Ciao, è possibile sapere se in libro in questione è stato ristampato? Grazie

    Risposta
    • agosto 30, 2017 in 9:56 pm
      Permalink

      crediamo di no… almeno non recentemente, conviene cercare sui canali web dell’usato o tentare di averlo tramite l’editrice Arcana

      Risposta

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *