Ghost: “Second Time Around” (1992) – di Pietro Previti

Masaki Batoh è un agopuntore giapponese, ma anche un musicista di culto. Il suo nome è essenzialmente legato alla creatura Ghost, progetto che lo ha impegnato per circa un trentennio e fino al 2014, quando tramite un social comunicò che da quel momento avrebbe continuato da solo avendo deciso di sciogliere la band. Una sigla, quella dei Ghost, che comunque Masaki utilizzava soltanto quando aveva un’idea da sviluppare. Non a caso la discografia ufficiale conta soltanto otto lavori in studio. La stessa band, a parte il suo mentore, ha avuto un organico sempre variabile ed un linguaggio musicale in continuo aggiornamento, a cominciare dall’omonima opera prima pubblicata nel 1990, dopo almeno un lustro di attività preparatoria trascorsa a definire il sound del complesso. I circuiti alternativi in cui il gruppo si è esibito sin dagli esordi, passando dalle aule universitarie a  luoghi off e ricchi d’atmosfera come stazioni della metropolitana dismesse o templi in rovina nella periferia di Tokyo, hanno rappresentato una fonte d’ispirazione imprescindibile per Batoh e compagni, impegnati in un genere che cominciava a rifiorire proprio a metà degli anni Ottanta, pur restando sostanzialmente di nicchia.
Fautori di un percorso a metà strada tra psichedelia e folk, i Ghost rimarranno fedeli nel corso degli anni ad una fascinazione verso elementi riconducibili all’improvvisazione free-form ed al noise, in un’alternanza continua tra sperimentazione ed omaggi ai padri nobili del Classic Rock… e quindi echi provenienti dai Pink Floyd barrettiani e dai Velvet Underground, filtrati tramite Sonic Youth o i teutonici Can, ma anche rimandi a leggendari progenitori come i Taj Mahal Travellers e la Flower Travellin’ Band. Il secondo LP dei Ghost, “Second Time Around” (P.S.F. Records), arriva nel 1992 a distanza di poco più di anno dal già convincente debutto. Masaki nel frattempo era già intervenuto ad apportare variazioni alla line-up originaria, reclutando i virtuosi e raffinati Kazuo Ogino (arpa celtica, liuto, pianoforte) e Iwao Yamazaki (percussioni, gong, campane tibetane) che andranno ad affiancare gli altri due membri superstiti della prima formazione, il bassista Kohji Nishino ed il polistrumentista Taishi Takizawa (chitarra, mandolino, bouzoki, cello, flauto, vibrafono e pianoforte). Una congerie di strumenti apparentemente distante dalla tradizione nipponica quanto più prossima al recupero folclorico ed etnico occidentale, che si amalgama grazie all’incessante utilizzo di un numero imprecisato di strumenti a percussione (in copertina si parla di migliaia!) tra gong, campanelli, tabla e quant’altro per creare un tappeto sonoro misticheggiante ad alto tasso lisergico.
L’album si apre con l’ipnotica e misteriosa People Get Freedom. L’ascoltatore si ritrova immerso in un landa orientale, con percussioni, flauto ed animali esotici in sottofondo. Second Time Around è il brano manifesto del disco, sotto forma di song apparentemente convenzionale convergono influssi di acid-folk e leggeri fremiti noise. A seguire la mini suite di Forthcoming From the Inside, flusso ininterrotto di coscienza e punto d’incontro spirituale tra Oriente ed Occidente, sottintende ancora alle pratiche cosmiche del Kraut Rock. Sorprendente è la traccia successiva, Higher Orderun saltarello medievale particolarissimo. Folk acustico purissimo, distillato con l’oboe dell’ospite Masanori Shioya e tamburelli di accompagnamento. Awake in a Muddle è altra canzone sognante, appena più vicina a certe sonorità west-coastiane, malgrado la temperie di percussioni affidate allo straordinario Iwao Yamazaki. Nonostante l’attacco post-rock, A Day of the Stoned Sky in the Union Zoo sembra riaggiornare il sound dei Moody Blues di “In Search of the Lost Chord” (1968).
Segue la 
ballad luminosa First Drop of the Sea, contraddistinta da una dimensione spirituale che la rende probabile capolavoro dell’album. Under the Sun è pura suggestione freak tra reminescenze di Tyrannosaurus Rex Third Ear Band. Un’attitudine prog contraddistingue la lunga Orange Sunshine, mentre i versi “Colour of joy day to day. Oh someday, somewhere, someway. I’ll talk with you. I’m sure gonna talk about them. Orange sunshine” sembrano sottintendere ad un processo di crescita interiore dello stesso songwriter giapponese. La chiusura è affidata all’evocativa e delicata Mind Hill. Traccia di bellezza cristallina senza tempo, con il pianoforte di Kazuo Ogino in primo piano ad intessere una melodia sublime, a sua volta intarsiata da arpeggi di chitarra acustica e dalla limpida voce di Batoh. Edito inizialmente in sola versione CD dalla nazionale P.S.F. Records, l’album soffrì di una distribuzione non capillare almeno fino al passaggio alla label indipendente americana Drag City, che riuscirà a conferire alla band una visibilità internazionale e che provvederà a ripubblicare l’album nel 1997 anche in vinile. Esaurito da tempo, “Second Time Around” ha dovuto attendere ulteriori vent’anni per una nuova ristampa nel 2017, per iniziativa della lungimirante Ghost Future Archives. Privo di momenti deboli o dispersivi, il lavoro dei Ghost con il passare degli anni è diventato un must dell’acid-rock psichedelico. Disco assolutamente splendido, da (ri)scoprire.

1. People get freedom. 2. Second time around. 3. Forthcoming from the inside.
4. Higher order. 5. Awake in a muddle. 6. A day of the stoned sky in the union zoo.
7. First drop of the sea. 8. Under the sun. 9. Orange sunshine. 10. Mind hill.

Masaki Batoh: chitarra acustica 6 & 12 corde, voce. 
Kazuo Ogino: recorder, arpa celtica, liuto, piano.
Kohji Nishino: basso Elettrico, ‘Urla spirituali”.
Iwao Yamazaki: batteria, mantra e percussioni varie.
Taishi Takizawa: chitarra, mandolino, bouzoki, cello, flauto, vibrafono, pianoforte.
Ospiti: Daisuke Naganuma: Voce e ‘Simpatia”.

Masanori Shioya: Oboe e ‘Sorrisi’.
Tomo Kuwahala: Tabor Bebe and Tobor Dodo.

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