Gesualdo Bufalino: Il grottesco prende vita – di Gabriele Peritore

Può capitare, sì può capitare di girovagare tra i paesi che sorgono assecondando il dolce digradare dei Monti Iblei, di perdersi tra architetture barocche, a naso all’aria, ad ammirare le curiosità strutturali di balconi e finestre, dove putti e mascheroni si agitano per attirare attenzione; decori, manierismi, forme urlanti che sbracciano e si dimenano per ricordare la pochezza della vita nel pieno del loro clamore. Di inerpicarsi tra i dislivelli dei vari piani stradali collegati da infinite scalinate, gradini e gradoni, di farsi accogliere dalle facciate delle chiese che tremolano al calore dell’afa. Di trovare ristoro, soltanto all’interno, dove la frescura fa rifiatare. Per raggiungere i vari paesi e comuni confinanti bisogna attraversare le sconfinate campagne di olivi e carrubbi perimetrate da muri a secco che cuociono al sole, dove soltanto le lucertole si azzardano al movimento, alla ricerca del coccio più caldo, mentre tutto il resto della vita cerca improbabili fili d’ombra che diradano. Passando da Ragusa, poi Modica, fino ad arrivare a Comiso. Come può capitare di perdersi tra le trame ordite dal talento narrativo di Gesualdo Bufalino, scrittore di Comiso appunto, il cui modo di scrivere ricorda incredibilmente i volteggi dell’architettura barocca. Uno stile costituito da eleganti arabeschi, tremolare festante di parole intrecciate e improvvisi silenzi ecclesiali. La sua biografia parla di una scarsa attitudine al movimento, agli spostamenti, al viaggio. Comiso è la sua tana, ama trascinarsi da casa al bar e viceversa; è normale che la sua scrittura rifletta il movimento strutturale dei luoghi in cui vive. Anche perché il luogo in cui vive offre tutto, tutto quello che è necessario per la fantasia di uno scrittore. Nel magnifico spettacolo del vivere quotidiano, il bandire dei venditori, il contrattare delle casalinghe… le persone diventano personaggi, la struttura urbanistica si presta a farsi palco di teatro, pista di decollo per il volo della mente aperta all’immaginazione che dà vita al grottesco. Perché la vita è una farsa, l’ispirazione una burla, che cerca di ingannare la morte; è soltanto il lasso di tempo che intercorre dal momento dell’unirsi delle palpebre alle tenebre in un solo battito. Così come la storia messa su carta è il lasso di tempo che intercorre nel momento dello sbattere delle palpebre dell’ispirazione dello scrittore. Per questo motivo lo scrittore Bufalino instaura un rapporto speciale con i suoi personaggi e le sue storie. Vive a lungo con loro, assiste in infinite esibizioni private al loro spogliarello e al vestimento, ne vuole subire l’affabulazione per un periodo indeterminato. Così la stesura del suo primo romanzo, “Diceria dell’untore”, dura più di vent’anni e, quando viene pubblicato nel 1981, lui ne ha sessantuno, anche se la scrittura e la lettura sono presenti nella sua vita fin dalla tenera infanzia, grazie al padre accanito lettore, e i riconoscimenti arrivavano ad ogni sua produzione artistica ma, per indole caratteriale, ha preferito la condizione intima della solitudine nella sua isola, in una forma d’isolitudine. Non ha importanza che il tempo sia passato, lui ne ha goduto per quanto ha voluto, considerando il suo rapporto con il tempo… appunto: non esiste, o se esiste è soltanto un sogno. Proprio con la descrizione di un sogno inizia il romanzo “Diceria dell’untore”, ambientato in un sanatorio palermitano, forse unico elemento autobiografico, che riporta al periodo della fine della seconda guerra mondiale, quando, dopo essere scampato alla prigionia nazista, si ammala di tisi e vive un lungo calvario tra strutture ospedaliere, che lo porta alla guarigione. Il sanatorio è più che altro un luogo di incantesimo dove tutti i personaggi sono soggetti a affatturazione ed eroicamente costretti a districarsi tra gli incanti della morte e del sublime. La guarigione non è una vittoria ma il materiale delatorio che prepara il terreno, tra retorica e pietà, all’untore per la sua diceria. Forse il romanzo in cui il linguaggio barocco di Bufalino, che alterna flussi torrenziali a frasi affilate e sintetiche come rasoiate, trova il suo apice, è “Le menzogne della notte” del 1988. La trama narra di quattro condannati a morte, che dividono la stessa cella, e che per passare la loro ultima notte di vita, si raccontano a vicenda il loro ricordo più bello. Una prosa esemplare per come realtà e finzione si sovrappongano impedendo di capire dove finisca l’una e inizi l’altra. Fondamentale è la comprensione del concetto che memoria e menzogna (da mentire) sono attività della mente, che possono innalzarsi per raggiungere la perfezione, concorrendo nel tentativo, glorioso e vanaglorioso, di ingannare la morte, senza riuscirci ovviamente, mostrando tutta la loro fallacia, perché il dolore non si può curare ma si può recitare. Dopo la prima estirpata e corteggiata pubblicazione ne seguiranno altre con cadenza costante, in modo da rifarsi degli anni trascorsi senza. La produzione letteraria dal 1981 in poi prende un ritmo forsennato fino a metà degli anni novanta. Mi piace ricordare tra le tante opere edite il romanzo “Argo il cieco”, le riflessioni di “Museo d’ombre” e “La luce e il lutto”, e le poesie “I languori e le furie”. Stava lavorando al romanzo “Shah Mat”, sullo scacchista cubano José Raúl Capablanca, quando uno strano e predestinato incidente d’auto gli toglie la vita nel 1996. Le tematiche affrontate, che lo avvicinano alla letteratura di immensi pensatori come Jorge Louis Borges e Samuel Beckett, ne fanno uno dei maggiori scrittori siciliani e italiani del ventesimo secolo e, in questo caso, anche se può capitare di perdersi, come dicevo all’inizio, coinvolti nei labirintici ghirigori narrativi o architettonici della Sua scrittura, è una piacevole e formativa sensazione perché può capitare anche di ritrovarsi dentro alle pagine.

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