Gerry Mulligan: un “gigante” al baritono – di Pasquale Magenta

Gerry Mulligan è uno dei giganti della Musica, uno di quelli che hanno contribuito a scrivere la storia del Jazz. Anzi, nel suo caso, un vero e proprio snodo cruciale verso l’evoluzione. Mulligan fu un vero rivoluzionario, riuscì a dare una luce nuova al baritono – utilizzato prima di lui come “colore” nella sezione dei sassofoni – elevandolo magistralmente a vero e proprio strumento solista. Ogni musicista che collaborò con questo autentico genio ha avuto qualcosa di speciale da raccontare su di lui. Un gran bel racconto, emozionante e corposo come un romanzo, visto che Gerry Mulligan deterrebbe il primato di collaborazioni con i più svariati musicisti. Noi questo computo non l’abbiamo fatto ma di certo siamo in presenza di una carriera coraggiosa e gloriosa, costruita all’insegna della contaminazione totale, del donarsi alla Musica nel modo più nobile possibile. Ha suonato – il verbo è riduttivo – infatti, con quasi tutti i suoi colleghi più prestigiosi: Ben Webster, Paul Desmond, Johnny Hodges, Count Basie, Duke Ellington, Chet BakerBillie Holiday, Stan Getz, Thelonious Monk, Quincy Jones, Miles Davis, Astor Piazzolla, Dave Brubeck, Charles Minguse l’elenco potrebbe continuare. 
Fin da molto giovane Mulligan si accosta al pianoforte e al clarinetto, apprendendo tutto ciò che c’era da apprendere, per poi dedicarsi definitivamente al sax baritonoSempre proiettato verso l’evoluzione della sua musica e, di conseguenza, sempre alla ricerca della contaminazione umana e musicale con gli altri. Con i maggiori esponenti del jazz ma anche con musicisti considerati di secondo piano dalla critica e, di conseguenza, non troppo affermati nel panorama internazionale. Mulligan aveva rapporti di amicizia dove la componente umana risultava fondamentale e il “lavoro” non poteva prescindere da questa sua natura. Trattava i compagni di viaggio come membri della sua famiglia, del suo cerchio magico.
Li spingeva con questa sua natura a fare sempre meglio… che fossero noti o sconosciuti poco importava. Un vero Maestro insomma. Visse a lungo a Milano e in città c’è ancora chi ricorda le sue apparizioni nei jazz club, dove amava improvvisare con i musicisti che incontrava anche casualmente, per il semplice gusto della jam session. Era anche molto affascinato dal lavoro dell’arrangiatore perché, diceva… è colui che tesse le trame composte dai suoni unici di ogni strumento“. 
Inizia la carriera a 17 anni in radio e con le orchestre di Claude Thornhill, Gene Krupa, Elliot Lawrence. Non smetterà mai, fino alla fine dellasua vita, raggiungendo livelli altissimi di tecnica e gusto. Il suo lavoro di compositore e arrangiatore rimane più importante del suo solismo, come nella migliore tradizione di certe figure che solo all’apparenza sono secondarie e nella realtà costruiscono e guidano il gioco magico della composizione e dell’esecuzioneMulligan fu un protagonista della corrente cool jazz fin dai primi vagiti, componente ed elemento di spicco del nonetto di Miles Davis. Questa impronta stilistica rimarrà poi sempre presente nelle improvvisazioni e composizioni di Mulligan e lui non se ne allontanerà mai, malgrado l’avvicendarsi di nuove tendenze nel panorama jazzistico mondiale. Nel 1952, insieme a Chet Baker, fonda l’innovativo quartetto senza pianoforte. Il pianoforte fino ad allora veniva utilizzato nelle band per tenere l’armonia di fondo; batteria, contrabbasso e piano costituivano quindi la spina dorsale di una formazione.
Mulligan e Baker fanno a meno del pianoforte in un gioco sottilissimo di armonie e di frasi che si rincorrono parallele senza soluzione di continuità, per poi convergere in formidabili momenti comuni, tanto da non far sentire affatto la mancanza di uno strumento principe dell’armonia.
Fino alla fine – muore nel 1996 – la sua musica resta costantemente sulla breccia fino alle ultime collaborazioni – tra queste vale la pena ricordare quella con Grover Washington Jr. – che costituiscono, come il resto del suo intenso percorso artistico, un lascito fondamentale per la storia del jazz.

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3 thoughts on “Gerry Mulligan: un “gigante” al baritono – di Pasquale Magenta

  • Aprile 11, 2015 in 11:06 am
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    Ottima informazione. Ho avuto il piacere di ascoltarlo più volte un paio di vite fa e, se la memoria non m’inganna, credo di aver presenziato ad una delle sue jam con Chat Baker in un concerto all’aperto nei primi anni ottanta.
    Questa musica mi ha sempre suscitato intense sensazioni, tanto che oggi il sax per me è il miglior strumento per trasmettere emozioni.

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  • Aprile 11, 2015 in 1:15 pm
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    Hai ragione
    il sax è uno strumento che riesce a trasmettere emozioni e stati d’animo come pochi altri

    Rispondi

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