Gerda Taro: istantanee dalla Spagna – di Maurizio Fierro

Il 16 giugno 1936, nel palazzo delle Cortes, a Madrid, José María Gil-Robles, giovane dirigente della CEDA (Confederazione Spagnola delle Destre Autonome), denuncia la gravissima crisi di un paese devastato da continui atti di violenze fra il Fronte popolare, socialista e operaio, e il Fronte nazionale, monarchico e fascista. Dopo le elezioni del febbraio, che hanno visto prevalere il Fronte popolare, fra sedizioni, rivolte e insurrezioni, la Spagna è sull’orlo di una guerra civile. Il Fronte nazionale, con una cospirazione cui aderiscono gran parte delle Forze Armate, nei primi giorni dell’estate del 1936 occupa militarmente le principali città. Solo Madrid e Barcellona resistono. Le forze repubblicane, formate da cittadini, lavoratori e da alcune frange dell’esercito, cercano di opporsi all’avanzata dei golpisti, supportate da volontari giunti da tutto il mondo, accorsi per combattere la dittatura e riuniti nelle Brigate Internazionali. Il colpo di stato fallisce, trasformandosi nell’inizio di una sanguinosa guerra civile. Il comandante en jefe” di tutte le forze nazionaliste è un generale quarantenne, Francisco Franco Bahamonde, già crudele comandante della Legione Straniera Africana e delle truppe coloniali, di stanza nelle Isole Canarie. L’intervento delle potenze straniere a supporto delle forze golpiste (l’Italia fascista e la Germania di Hitler) e quelle in aiuto ai repubblicani (l’Unione Sovietica di Stalin e l’ondivaga Francia), completano i fronti in contesa. Dopo circa un anno dall’inizio degli scontri, l’esito appare ancora incerto e, nei primi giorni di luglio del 1937, la piccola cittadina di Brunete si appresta a essere teatro di una battaglia strategica per le sorti della guerra. Una giovane e coraggiosa fotografa tedsca, Gerda Pohorylle, si è unita alle Brigate Internazionali per cogliere sì l’orrore della guerra, ma anche l’essenza degli ideali di giustizia e libertà, per poi eternarli in indimenticabili istantanee. Per più di sessant’anni il suo nome rimarrà associato all’uomo con cui ha condiviso parte della sua vita, Robert Capa e, solo nel 1994, grazie a una ricercatrice tedesca, Irme Schaber, la sua esistenza emergerà dall’oblio, permettendo il recupero e l’identificazione di più di tremila fotografie. In quel luglio del 1937, da circa un anno ha cambiato il proprio nome in Gerda Taro, accoppiandolo a quello del suo compagno, il famoso fotografo e giornalista Endre Friedmann che, a sua volta, l’ha mutato in Robert Capa. Formano così uno dei sodalizi professionali e sentimentali più famosi nella storia della fotografia. Fanno uso soprattutto di due macchine fotografiche, una Rolleiflex e una Leica, che si scambiano di continuo. Si sono uniti al battaglione Lincoln, e la presenza di Gerda, donna bella e risoluta, suscita l’entusiasmo delle truppe. La “pequeña rubia” diventa ben presto un mito fra i volontari delle Brigate Internazionali, che la considerano un grande esempio di coraggio. Insieme all’ungherese Kati Horna e a Tina Modotti, (la celebre corrispondente dell’Arbeiter Illustrierte Zeitung… l’unica fotografa che, per il suo impegno militare totale, si possa definire “rivoluzionaria”), Gerda è l’unica donna a svolgere il pericoloso mestiere di fotoreporter nella Spagna martoriata dalla guerra civile. Nata nel 1910 a Stoccarda da una famiglia della borghesia ebraica, Gerda Pohorylle riceve un’educazione laica che, unita al messianismo della tradizione giudaica, le dona la predisposizione a credere nell’avvento di una società più giusta ed egualitaria. Cresciuta a Lipsia in pieno sviluppo del movimento Wandervogel, dove culto della natura ed emancipazione del corpo diventano i nuovi paradigmi della ventata di libertà portata dalla Repubblica di Weimar, Gerda vive intensamente gli anni che precedono la presa del potere da parte di Hitler. Iscritta al Partito Comunista e arrestata per attività antinazista, grazie a un passaporto polacco fornitole dal partito riesce a riottenere la libertà e a espatriare. Si stabilisce a Parigi, frequentando l’Alleanza degli Intellettuali antifascisti e, nell’estate del 1935, conosce il talentuoso fotografo ungherese Endre Friedmann, fuggito dalla dittatura di Miklós Horthy. Fra i due giovani scocca la scintilla dell’amore, e da quel momento inizia un legame avventuroso ed elettrizzante. Gerda, che ha appreso i rudimenti della fotografia da un giurista tedesco proficuamente riciclatosi fotografo, Fred Stein, ottiene un impiego all’agenzia Alliance, e segue Friedmann nel suo girovagare per la Francia. Decidono di cambiare nome attribuendosi quelli di Gerda Taro e Robert Capa. In breve tempo, insieme a Henri Cartier-Bresson, Capa diventa il fotografo più apprezzato in Francia e, quando nel luglio del 1936 deflagra l’insurrezione franchista, la rivista VU gli commissiona servizi fotografici per immortalare l’avvenimento. Da quel momento non si contano i viaggi di andata e ritorno della coppia, giornalisti embedded ante litteram. Nonostante le continue richieste di matrimonio da parte di Robert, Gerda non vuole legarsi, preferendo assecondare il suo spirito libero. Anche lei riceve un incarico di prestigio: il quotidiano parigino Ce soir le chiede di occuparsi del Congresso dell’Associazione internazionale degli scrittori per la difesa della cultura, che è di scena a Madrid. Gerda Taro, che pochi mesi prima ha incontrato nel centrale Hotel Florida, Ernest Hemingway (che alcuni mesi dopo scriverà “La quinta colonna”) e John Dos Passos, convenuti della capitale spagnola insieme all’intellighenzia di tutto il mondo (da Andrè Malraux a Wystan Hugh Auden, da Pablo Neruda a Tristan Tzara) per offrire sostegno alla causa repubblicana, alterna i servizi sull’avvenimento con frenetici spostamenti giornalieri al fronte, condividendo i rischi al fianco dei più grandi corrispondenti di guerra dell’epoca, da Herbert Matthews, del New York Times, a Claud Cockburn, del Daily Worker… fino a Michail Kolstov, della Pravda. Gerda e Robert sono prima in Andalusia, dove fotografano la marcia della morte della popolazione di Malaga in fuga dai franchisti, poi a Jarama… e poi ancora a Madrid. È quello il momento in cui appare per la prima volta la dicitura ufficiale “Foto Capa e Taro”. Quindi la coppia è a Parigi, per la festa del primo maggio, poi ancora a Valencia. A fine giugno Capa torna nella capitale francese per vendere le loro foto, e per preparare il viaggio in Cina che hanno programmato da tempo. Intanto il caldo dell’estate castigliana sta cominciando a diventare insopportabile. Il maggiore George Nathan, alla guida della XV Brigata Internazionale, dopo aver espugnato il villaggio di Quijorna è arrivato nell’arida pianura collinare che circonda Brunete, a quindici miglia da Madrid. L’offensiva dell’esercito della Repubblica, riunito nel V corpo d’armata e posto agli ordini del comandante Juan Modesto, sta piegando la resistenza delle truppe nazionaliste del generale José Enrique Varela. I franchisti, che hanno il loro quartier generale a Boadilla, da mesi cercano, senza successo, di rompere i collegamenti repubblicani tra Valencia e la Capitale. Nathan, con i suoi tre battaglioni, quello inglese e i due americani, il Lincoln e il Washington, si appresta a dare lo scossone definitivo alle resistenze nazionaliste, colte di sorpresa dall’improvvisa offensiva repubblicana in quella zona nevralgica del tragitto che porta diritto a Madrid. Una Madrid, che, da circa un anno, sta cercando disperatamente di resistere ai bombardamenti franchisti. Gerda Taro, lasciata la XV Brigata Internazionale, si unisce alla Tchapiev, comandata da Alfred Kantorowicz e, per diversi giorni, si divide fra le varie divisioni presenti al fronte, obbedendo al generoso impulso di raggiungere i volontari e condividere con loro speranze e preoccupazioni. Sbaragliare i nazionalisti a Brunete significherebbe infatti tagliar fuori le truppe di Franco che assediano la Capitale sul lato ovest. In quei giorni di luglio del 1937, la guerra civile, che conta già migliaia di morti, paga un duro dazio di vite umane agli opposti ideali che animano le parti in contesa. Combattuta nell’arida pianura castigliana, la battaglia di Brunete si protrae a lungo, rivelandosi quanto mai cruenta. Inizialmente colti di sorpresa, i nazionalisti devono abbandonare molte posizioni, cedendo diversi chilometri di territorio ai reparti repubblicani ma, dopo una pausa di alcuni giorni, aiutati dagli Stuka e dagli Heinkel tedeschi della legione Condor che bombardano senza posa, sferrano una violenta controffensiva riconquistando due colline all’estremità del fronte. I generali di Franco, Sáenz de Buruaga e Barron, riescono infine a sfondare le linee repubblicane, riconquistando la cittadina, anche grazie a un utilizzo più disciplinato dei carri armati che, al contrario, le forze repubblicane usano in ordine sparso in appoggio alla fanteria. La sera del 25 luglio 1937, Gerda Taro sta viaggiando sistemata sul predellino di un camion che trasporta feriti. Un improvviso attacco aereo delle forze franchiste crea scompiglio e, nel panico generale, un carro armato repubblicano in manovra urta il camion sbilanciando Gerda, intenta a scattare foto. Gerda Taro perde l’equilibrio finendo sotto i cingoli del tank. Trasportata d’urgenza all’ospedale El Goloso, le sue condizioni appaiono subito disperate. Viene deciso di intervenire all’istante anche se, per mancanza di medicinali, non può essere fatta l’anestesia. La “Pequeña rubia, ancora cosciente, chiede di poter fumare una sigaretta. Muore nel corso dell’operazione. A Parigi, duecentomila persone accompagneranno le sue spoglie, che verranno tumulate al cimitero Père-Lachaise. Robert Capa non si riprenderà mai del tutto dallo shock. Apprezzato testimone di vari conflitti, dopo quello di Spagna sarà fotoreporter nella seconda guerra mondiale e durante il conflitto arabo-israeliano del 1948. Incontrerà il suo destino durante la prima guerra d’Indocina, il 25 maggio del 1954, quando, intento a scattare foto a un convoglio francese diretto al delta del Fiume Rosso, calpesterà una mina antiuomo rimanendo ucciso all’istante. La Overseas Press Club, prestigiosa organizzazione fotografica con sede a New York, istituirà il premio “Robert Capa Gold Medal”, sorta di Nobel per reportages fotografici svolti all’estero con eccezionali doti di coraggio e intraprendenza. Nel Novecento, la fotografia si assume il compito di far sfilare davanti agli occhi del mondo il mondo, diventando lo specchio fedele della barbarie e del male che l’accompagnano. Spiriti liberi come Gerda Taro diventano allora “l’occhio-obiettivo” capace di catturare in una istantanea l’orrore della guerra, per cristallizzarlo in un orizzonte degli eventi in formato fotografico. Perché cos’è una fotografia se non un’immagine che mostra la realtà nel breve spazio di una piccola superficie? E cosa c’è di più reale di una testimonianza capace di eternare il sacrificio di una vita per gli ideali di giustizia e libertà?

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