Georges Franju: “Occhi senza volto” (1960) – di Maurizio Fierro

Nel 1959 la casa editrice Fleuve Noir, fondata da Armand de Caro, pubblica “Les Yeux sans Visage”, un noir con venature horror dello scrittore e sceneggiatore Jean Redon e inserito nella collana “Anguish”, composta da romanzi e raccolte di racconti Polar (termine che indica una commistione di policier e noir). Insieme alla Lux Film, la Champs-Èlysees produzioni ne acquista i diritti e decide di tentarne la trasposizione su grande schermo. Per la cinematografia francese si tratta di una inedita incursione di genere, in quanto, per tradizione, l’horror non è mai stato nelle corde dei cineasti transalpini. La regia viene affidata a un eccentrico documentarista di denuncia, Georges Franju (suoi i vagamente surreali “La testa contro il muro”, sulla condizione infame in cui versano i manicomi, e “Il sangue delle bestie”, focus disincantato sul mattatoio di Parigi e sulle feroci pratiche di squartamento degli animali), co-fondatore, insieme a Henry Langlois, della Cinemathèque, la Cineteca di Francia. Sono gli anni dello “stream of consciousness” della Nouvelle Vague di François Truffaut, Jean-Luc Godard, Éric Rohmer e Claude Chabrol, con il culto dell’improvvisazione e il rifiuto dei teatri di posa, e proprio la Cineteca francese, dove si proiettano i cosiddetti films maudits (termine mutuato dall’omonimo festival del 1949 curato da Jean Cocteau, in cui si celebrarono pellicole ingiustamente osteggiate e diffamate) dei cineasti incompresi e dei nuovi astri nascenti affascinati da Alfred Hitchcock, rappresenta il luogo d’elezione del nuovo movimento. Fin dagli anni Quaranta, sulla scia dei romanzi di George Simenon e dei film di Henry-George Clouzot e Gilles Grangier, il Polar è diventato un genere di gran moda in Francia. Georges Franju, che è passato dai documentari ai lungometraggi ormai cinquantenne, e che rifiuterà sempre l’appartenenza dogmatica alla Nouvelle Vague, riesce a personalizzare la “nuova onda” con suggestioni a sfondo horror, a cui aggiunge note di protesta sociale dal sapore vagamente anarchico. Tenendosi accuratamente alla larga dalle facili suggestioni ed evitando concessioni al fantastico, la sua dimensione dell’orrore privilegia una sorta di realismo chirurgico, al tempo stesso disturbante e destabilizzante. In Franju, l’irruzione della follia, della perversione, della violenza, non proviene da altri mondi abitati da improbabili mostri ma, come una perturbazione meteorologica che squarcia il sereno, dalla grigia e monotona quotidianità e, in assenza di abominevoli creature su cui proiettarlo, il male, normalizzandosi, è più vicino di quanto si possa immaginare, svelandosi così, crudo, senza distorsioni buoniste da favola noir edulcorata, potendo assumere le sembianze di un qualsiasi rispettabile cittadino, di tutti noi, in definitiva. Proprio quello che accade in “Occhi senza Volto”, che narra di un famoso e rispettabile chirurgo plastico, il professor Génessier (Pierre Brasseur), e di sua figlia Christiane (interpretata dalla giovane Edith Scob), rimasta sfigurata a seguito di un incidente provocato dal padre. Schiacciato dal senso di colpa, il chirurgo, dopo aver protetto il viso della ragazza con una maschera, progetta di ridonarle un volto. Aiutato dall’assistente Louise (una enigmatica Alida Valli), per attuare il suo lucido delirio Génessier sequestra giovani studentesse che, nei tratti, possano ricordare Christiane (devono essere bionde e con gli occhi azzurri), sottoponendole ad atroci interventi per strappare loro la pelle del viso, con l’intento di trapiantarla su quello deturpato della figlia, sbarazzandosi poi dei loro corpi. Tutto si rivela inutile e, alla fine, con un atto di ribellione, Christiane si libera della maschera allontanandosi nella notte e mostrando il suo volto deturpato e, più che la carne viva, quello che colpisce sono gli occhi, occhi attraversati da un baluginio nello sguardo in cui si coglie un’angoscia profonda, occhi che osservando smarriti la cinepresa osservano noi, i veri mostri, portatori più o meno inconsapevoli di quella follia che spinge Génessier a compiere i suoi crimini. Miscelando poesia e orrore, il regista costruisce un continuum narrativo (anche grazie alle opprimenti note della colonna sonora di Maurice Jarre) pervaso da un climax di rara inquietudine, dove, all’interno del classico bianco e nero, i giochi di ombre del direttore della fotografia Eugen Schüfftan (due anni dopo Oscar per la migliore fotografia con il film “Lo Spaccone”) esaltano alcune indimenticabili sequenze, come quelle realizzate nel laboratorio dove Génessier opera le ignari ragazze. In qualche modo anticipatore di certo cinema pulp per alcune sequenze grandguignolesche (come quella in cui Génessier viene sbranato dai suoi cani), il film dovrà attendere molti anni prima di ottenere i meritati riconoscimenti, anche per un pregiudizio che accompagna Georges Franju fin dai suoi esordi documentaristici, quando certa critica lo bolla come un regista della crudeltà, una sorta di emulo su grande schermo del commediografo Antonin Artaud, ideatore del “Teatro della Crudeltà”. Più che personaggi, gli interpreti di “Occhi senza volto” possono essere visti come vettori di forze contrapposte e, nel gesto di ribellione finale di Christiane, si scorge in controluce la sfida all’autorità costituita, con conseguente fuga dalle rigide convenzioni sociali di quegli anni. Deponendo la maschera, e dileguandosi nella notte col suo impermeabile bianco, Christiane si riappropria della libertà ma anche della sua identità di persona, fosse pure quella espressa da yeux sans visage. Circa trent’anni dopo, un giovane regista americano, John Carpenter, renderà un dichiarato omaggio a Georges Franju facendo indossare al protagonista del suo “Halloween” una maschera del tutto simile a quella di Christiane.

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