George Strait: “Honky Tonk Time Machine” (2019) – di Claudio Trezzani

In Texas il country, quello vero, è una sorta di religione pagana, e fra i suoi profeti più adorati e seguiti trova senza dubbio posto George Strait. Arrivato alla 29esima fatica da studio che, tra le altre cose, è la 27esima a raggiungere il primo posto delle classifiche di settore, ha ormai un tale seguito in tutti gli Stati Uniti che è diventato una vera e propria icona anche per chi non è avvezzo a questo genere. Arrivato al successo in un periodo, gli anni 80, purtroppo dominato dal country ispirato soprattutto al celeberrimo film di James Bridges con John Travolta, “Urban Cowboy” che purtroppo portò il country verso una Nashville fatta di lustrini e carta patinata, Strait ha invece continuato dritto per la sua strada, tenendo saldo fra le mani il testimone di Hank Williams. Già dalla splendida copertina di “Honky Tonk Time Machine” (MCA Nashville Records 2019), che ritrae uno dei locali più tipici della sua terra, il Broken Spoke di Austin, appare evidente che il disco sarà pura “Strait-music”, un ritorno (se mai fosse andato lontano) alle sue radici più amate e celebrate. L’inizio è subito pane e honky-tonk. Every Little Honky Tonk Bar un brano che, grazie alle dita e all’ugola di George Strait, risulta credibile al 100%: non è moda è solo tipico sapore texano, e il titolo è quantomai esplicativo. Questo la gente vuole da lui, la celebrazione di spensierate serate legate a una vita semplice e concreta. Le canzoni sono sempre intense, mai sopra le righe: Some Nights è una ballad country emozionante e di classe mentre il pianoforte introduce God And Country Music, una delle canzoni più belle del lotto… e Strait ci spiega la vita della gente di questa terra. La canzone che però più emoziona è la splendida dedica al complicato lavoro dei “tutori dell’ordine”: The Weight Of The Badge ha un testo ispirato che rende omaggio ad un lavoro difficile soprattutto di questi tempi. Un pezzo di pura poesia come oggi pochi se ne scrivono. La title-track arriva come un fulmine in una giornata placida di sole e ci proietta direttamente sulla pista da ballo del Broken Spoke, polvere e stivali che sbattono sulle tavole di legno del pavimento: l’assolo è stupendo e la canzone divertente: non originale certo… ma perché dovrebbe esserlo, visto che questo è il suo tipico sound. “Honky Tonk Time Machine” è l’album che i suoi fans aspettavano da tempo immemore e che possiamo certamente consigliare a chi ama la musica del Texas… ma anche a tutti coloro che apprezzano gli artisti con quella classe innata, propria solo dei grandi. Ben tornato George! E Lunga vita alla musica del Texas.

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