George Russell: La musica è fatta a scale – di Gabriele Peritore

Durante il primo ricovero, a causa della tubercolosi, George Russell assiste dal letto dell’ospedale all’evolversi del secondo conflitto mondiale e ha la fortuna di incontrare un musicista che gli impartisce i fondamentali elementi per la geniale idea a cui lavorerà in futuro, contribuendo notevolmente allo sviluppo teorico del Jazz. George è nato da un padre bianco e una madre nera, ben presto adottato dalla coppia di coniugi Bessie e Joseph Russell. Il padre adottivo oltre ad essere uno chef era anche un educatore musicale e consente a George di frequentare ambienti artistici fin da bambino. Da subito mostra una predilezione per la voce e la batteria che lo porta a vincere una borsa di studio. All’uscita dall’ospedale frequenta il circolo culturale che gravita attorno all’appartamento di Gil Evans, insieme ad altri grandi jazzisti degli anni quaranta, ma i sintomi della malattia non sono scomparsi del tutto. Durante il secondo ricovero che dura ben sedici mesi, sempre a causa della tubercolosi, deve rassegnarsi alla sfortuna di dover rinunciare a far parte della band di Charly Parker, ma ha la possibilità di mettere su carta la sua rivoluzionaria teoria. Il lavoro si chiama “The lydian chromatic concept of tonal organization” e propone l’utilizzo del modo lidio di suonare. Il Jazz è costituito essenzialmente da improvvisazione e i musicisti si affidano a delle scale tonali limitate. Il metodo di George Russell importa metriche dalla tradizione gregoriana e quella più antica dei compositori greci, per inserire modi musicali su scale cromatiche che prevedono lo spostamento dei semitoni allargando le possibilità improvvisative. Durante gli anni quaranta elabora le sue teorie mettendole in pratica per altri artisti come Dizzie Gillespie e Buddy Di Franco. Abbandonata la batteria, decide di dedicarsi al pianoforte e il debutto discografico avviene nel 1956 con “The Jazz Workshop”, un disco dalle armonie originalissime e dense come se a suonare fossero più dei sei musicisti del sestetto. Lui compare come arrangiatore e come autore, al suo fianco, responsabile del pianoforte, c’è Bill Evans. Un altro importante passaggio discografico lo scrive con “New York, N.Y.” in cui al sax tenore troviamo John Coltrane, e con quello che forse è il suo capolavoro, “Jazz In The Space Age” del 1960; progetti che riscuotono entusiasti consensi da parte della critica. Bill Evans e John Coltrane che collaborano con Georg Russell in questi due dischi, fanno anche parte dello storico quintetto di Miles Davis che, nel 1959, registra “Kind Of Blue”, riconosciuto come il primo album di Jazz modale della storia. I brani sono registrati e incisi senza fare le prove, e seguono alla lettera le teorie di George Russell. Le trame d’improvvisazione sono lasciate al talento e alla creatività del musicista, che non segue scale tonali ossessive e veloci come nel be bop, ma si arrampica su linee melodiche anche senza relazione apparente tra di loro. Ogni musicista interpreta a suo modo la partitura. Miles Davis alla tromba ha il suo mood lento che detta il tempo, il suo tempo, sospeso in volo come in continua tensione fra acuti e silenzi, Bill Evans risponde con il suo stile ricco di citazioni intellettuali e John Coltrane travolge tutto con la sua tecnica torrenziale che precipita e risale a valanga dalle scale modali. Coltrane, divoratore di teorie musicali, qualche anno più tardi firmerà un altro fondamentale album che arricchisce il genere: “Impressions”, in cui esprime tutta la sua evoluzione emotiva, ispirata da sonorità provenienti dai posti più diversi del mondo, traducendola in frasi melodiche da capogiro; per sfociare nell’apoteosi di “A Love Supreme” del 1964, un’immensa preghiera modale, che raccoglie tutte le religioni del mondo. George Russell nel corso dei decenni ha applicato le sue teorie in molteplici settori musicali, anche in quello classico, collaborando con i più grandi artisti dei nostri tempi. Muore nel 2009 all’età di ottantasei anni ma senza la giusta risonanza mediatica. Forse non ha raggiunto il grande pubblico né come batterista, né come pianista, ma come teorico e arrangiatore ha davvero contribuito allo sviluppo del Jazz con una frase che lui amava: evoluzione, non rivoluzione. La sua teoria rappresenta davvero una forma di evoluzione e merita riconoscimenti planetari.

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