George Miller: “Mad Max – Fury Road” – di Dario Lopez

Lo sappiamo tutti, non sempre l’Academy nell’assegnazione dei suoi Oscar ci vede lungo; eppure ben sei statuette nelle categorie tecniche sono più di un segnale, così come sei indizi fanno ben più di una prova. “Mad Max – Fury Road” è un film impressionante per l’udito e per la vista, una delle cose migliori a livello di impatto sensoriale passate in sala negli ultimi anni. Visionando la pellicola risulta chiaro come la volontà del regista non fosse tanto quella di proporre un sequel della celebre saga nata in Australia nell’ormai lontano 1979, né tanto meno quella di affidarsi a un pedissequo remake per riportare in scena le imprese di Max Rockatansky (qui interpretato da Tom Hardy). “Fury Road” è una riproposizione di un concetto già noto aggiornato all’epoca moderna e che va a sfruttare le nuove possibilità tecniche che il mezzo Cinema offre, amalgamandole in maniera fluida e competente ad un impianto di stampo artigianale da far venire i brividi per la perizia d’utilizzo e per la qualità dei risultati ottenuti. Quindici minuti di applausi ininterrotti per tutte le maestranze che sono state in grado di realizzare uno spettacolo di questa portata. Mi preme soffermarmi su questo aspetto del film, anche perché sulla trama poi non ci sarà tantissimo da dire. Tralasciando la voce esageratamente cavernosa del protagonista, che comunque userà ben poco nell’arco di tutto il film, già la prima inquadratura offre un’istantanea sulla quale vale la pena soffermarsi: panoramica su un deserto arancio/rosso che da subito dà l’idea dello scenario arido e post-apocalittico che la saga di Miller rievoca alla mente, la resa cromatica superba rimarca i toni dell’arancione, digradando dalla sezione bassa del cielo per fondersi a un deserto di forte impatto, per poi finire tra le striature della ruggine di un veicolo che ci sembra di conoscere da sempre. Max (Tom Hardy), di spalle, ricorda un astronauta su di un pianeta alieno. Le visioni di Max, traumi da un passato indefinito, sono incredibilmente più vivide delle immagini già accese della storia principale. Il montaggio nelle sequenze dinamiche è frenetico, i passaggi da un fotogramma all’altro accelerati… il tutto crea un effetto volutamente schizofrenico nella fase d’avvio del film. Il trucco dei Figli della guerra e del loro leader, Immortal Joe (Hugh Keays-Byrne), così come quello delle varie “tribù” che Max incontrerà nel corso del suo viaggio, sono il motivo che ha valso al film una delle sei statuette; i costumi di quegli sciroccati che aspettano solo di finire nel Valhalla dei matti, tutti i loro veicoli ricreati artigianalmente e perfettamente funzionanti, sono una meraviglia per gli occhi (così come lo sono le mogli di Immortal Joe); e se l’occhio vuole la sua parte, qui anche l’orecchio non si lamenta: tra un sonoro nitido ed efficace, un accompagnamento musicale indovinato, a spiccare è la chitarra del Doof Warrior (iOTA), un folle cieco dalla veste rosso sgargiante che produce riff metal alla bisogna e che ciondola per il film imbrigliato sul davanti di un veicolo mastodontico composto da un muro di amplificatori, giusto per dare un valore alla definizione “wall of sound”. Limitato l’uso del digitale, chapeau per la scelta e, onore anche per le sequenze di stunt, alcune impressionanti e realizzate da artisti circensi dall’impatto coreografico davvero notevole. Insomma… un “lavorone” di enorme portata. Concettualmente il film è semplice, rimanda per alcuni versi ai vecchi episodi della saga. In un mondo devastato si combatte per l’acqua e per la benzina. Nei pressi della Cittadella, uno dei pochi agglomerati abitati, Immortal Joe controlla l’acqua e la produzione del latte a opera di abnormi donne dalle mammelle abbondanti; intrattiene rapporti commerciali con altre comunità (come Gas Town e Bullet Farm) che affida a Furiosa (Charlize Theron), uno dei suoi luogotenenti più fidati. A bordo di una corazzata blindocisterna Furiosa parte lungo la Fury Road per una delle sue spedizioni ma, all’interno del veicolo, sono nascoste le splendide mogli di Immortal Joe che Furiosa libera e protegge in un’impeto di solidarietà femminile. La spedizione diverrà una fuga a rotta di collo nella quale verranno coinvolti anche Max e Nux (Nicholas Hoult), uno dei Figli della Guerra. La trama è lineare, dritta, proprio come la Fury Road che attraversa il deserto: si può andare avanti, tornare indietro, ma non sono concesse troppe deviazioni. Sopravvivere, cercare un fine, una destinazione, un cambiamento, un miglioramento. Nel mezzo un Tom Hardy granitico, essenziale, di poche parole; gli occhi di una Theron magnifica anche se amputata, sanguinante, sporca, sconfitta… e un film che corre veloce lungo la Fury Road, arriva alla fine della strada e tu, spettatore, nemmeno te ne sei accorto. George Miller ci regala un’esperienza sensoriale unica, dirige con classe sopraffina e ci lascia qui a domandarci perché, dalla metà degli anni 90 a oggi, il regista abbia perso tempo con le avventure del maialino Babe e con i cartoni animati di Happy feet invece di dedicarsi a cose come questa. Misteri.

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