George Dunning: “Yellow Submarine” (1968) – di Flavia Giunta

La droga dà, la droga toglie. Quello di cui ci accingiamo a parlare si può considerare uno dei casi in cui la droga dà: l’effetto finale del lungometraggio di animazione “Yellow Submarine” (1968), diretto da George Dunning, è sicuramente gaio e festoso, una volta che ci si abitua alla psichedelia. Effetto al quale concorrono senza ombra di dubbio le musiche scelte per il film: quindici canzoni dei Fab Four (di cui quattro inedite, mentre le restanti provenienti da album come “Sergeant Pepper’s Lonely Heart Club Band” e “Revolver”), più altre sette canzoni strumentali eseguite dalla George Martin Orchestra ad accompagnare alcuni momenti della vicenda. Quest’ultima si svolge in un Paese di fantasia, Pepperland (nella versione italiana, Pepelandia), situato sotto il mare, dove regnano allegria, musica, colore e amore. Ma questa felicità viene turbata dai Biechi Blu, dei maligni esseri rotondeggianti che non tollerano la situazione, e decidono di sottomettere Pepelandia con la forza delle armi – tra le quali delle enormi mele che, lanciate sugli abitanti inermi, li pietrificano – e di vietare qualsiasi tipo di musica. Il sindaco di Pepelandia, poco prima di essere “melato”, raccomanda al capitano Fred, unico superstite, di andare a cercare aiuto: così questi salirà sull’ormai arcinoto sottomarino giallo e approderà a Liverpool, dove chiederà nientemeno che ai Beatles di salvare il suo regno con l’aiuto della musica. E’ qui che inizia l’avventura strampalata di “Yellow Submarine”, in cui canzoni, colori e disegni di Heinz Edelmann si mescolano e creano un’atmosfera tra il fiabesco e l’inquietante, sotto molti aspetti debitrice alla pop art, al surrealismo e al dadaismo e lontana anni luce dal tipo di animazione in voga nel periodo (si vedano Walt Disney o Hannah-Barbera). Una particolarità della pellicola è rappresentata dalla scelta, del regista e dell’art director, di adottare uno stile grafico differente per ogni brano musicale: il risultato è un intreccio variopinto e dinamico di illustrazioni, musica e parole che rendono il tutto qualcosa in più di un “cartone hippie”. La parte centrale della vicenda è costituita proprio dal viaggio dei quattro scarafaggi a bordo del sottomarino: insieme a Fred, si troveranno ad attraversare ben sei mari: il Mare del Tempo (divertente la sequenza in cui i protagonisti entrano in una sorta di paradosso temporale e si ritrovano prima a ringiovanire e poi a invecchiare repentinamente, sulle note di When I’m Sixty-Four), il Mare della Scienza, il Mare dei Mostri pieno di bizzarre e coloratissime creature, il Mare del Niente, in cui faranno amicizia con il buffo Geremia (the Nowhere man, dotto e forbito ma del tutto inconsapevole di ciò che dice), il Mare delle Teste e, infine, il Mare dei Buchi, da cui riusciranno finalmente ad accedere a Pepelandia, resa triste e grigia dalla presa di potere dei Biechi Blu. Qui, i nostri eroi libereranno gli abitanti pietrificati grazie alla loro musica, suonando nei panni della Sergeant Pepper’s Lonely Heart Club Band – il complesso locale, intrappolato in una bolla di vetro e composto da quattro musicisti curiosamente somiglianti ai quattro Beatles. Non solo: sconfiggeranno anche i cattivi Biechi Blu, che infine capiranno quanto fosse bello il modo di vivere degli abitanti di Pepelandia e si uniranno a loro, in una grande e colorata festa. Insomma, tutto è bene quel che finisce bene. Nonostante i protagonisti del cartoon siano proprio i Beatles, disegnati in modo simpaticamente somigliante e caratterizzati in modo simile alla realtà (un Ringo emotivo e triste, un John saputello, un Paul che si pavoneggia e un George col vocione), i “veri” musicisti videro una partecipazione piuttosto marginale all’opera: non doppiarono nemmeno i loro stessi personaggi. Compaiono però in una clip conclusiva e, qualche mese dopo l’uscita del lungometraggio, pubblicheranno l’omonimo album, comprendente nel lato A sei dei loro brani comparsi nella colonna sonora, e nel lato B gli strumentali di George Martin. Il ritardo nell’uscita del disco rispetto al film fu dovuto alla scelta, da parte di Martin, di registrare da capo i propri brani. Il disco però non fu accolto molto positivamente dal pubblico, poiché i pezzi “nuovi” erano soltanto quattro; rimase nelle classifiche per appena undici settimane. Fra gli inediti abbiamo: l’allegra e sciocca All Together Now di McCartney; Only A Northern Song di Harrison, originariamente registrata per “Sergeant Pepper” ma messa in seguito da parte; It’s All Too Much, cantilena ipnotica di uno strafatto Harrison; per concludere con Hey Bulldog, divertente e quasi rabbiosa, cantata da un John Lennon risvegliatosi dal suo periodo LSD. Questo stranissimo cartone ha rappresentato un cult nel suo genere (ma si può ascrivere ad un preciso genere?). Sarà senza dubbio molto diverso da ciò che siamo abituati a guardare ai giorni nostri, ma una sua visione risulterà godibile anche a chi non è un fan del quartetto di Liverpool.  p.p. Piccolo consiglio… magari evitate di guardarlo se siete sotto effetto di sostanze psicotrope.

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