George Brassens 1921-1981: la formazione (prima parte) – di Hermione Jardin

Tra le figure più originali e rappresentative del vasto panorama della chanson française, svetta George Brassens, scrittore estremamente prolifico, rigoroso e perfezionista, oltre che di testi musicali, anche di raccolte di poesie e romanzi. La sua notorietà in Francia è paragonabile, pur nella diversità di generi musicali, a quella dei Beatles in Gran Bretagna e non c’è francese che non sappia intonare almeno una decina delle sue canzoni. I suoi testi vengono inclusi nelle antologie scolastiche, i suoi brani figurano nel repertorio di moltissimi interpreti e tutta una generazione di cantautori trae ispirazione dalla sua produzione artistica; a lui sono intitolati monumenti, vie, scuole, parchi, eventi e premi musicali. È stato definito maître des mots, ossia maestro delle parole, per la sua attitudine a creare canzoni talmente perfette nell’equilibrio tra testi e musica che nella loro apparente semplicità denunciano l’intransigente lavoro di lima che sta a monte della loro ideazione. Sempre con le parole dà voce a una visione dissacrante e provocatoria del mondo e della vita, trattando tematiche di enorme pregnanza emotiva e sociale con una sorta di ironica nonchalance che rappresenta la sua caratteristica più originale e di forte impatto. In Italia è conosciuto relativamente poco e per lo più in maniera indiretta: Fabrizio de André – che lo qualificava come “il mio Maestro” – ha tradotto e fatto proprie con rara sensibilità molte delle sue canzoni più belle; a livello cabarettistico, poi, hanno attinto dalla sua immensa produzione artisti come Beppe Chierici e Nanni Svampa, quest’ultimo trasponendo alcuni dei testi anche in dialetto milanese. Nato nel 1921 in un quartiere popolare di Sète, Brassens cresce in un clima modesto ma sereno, ereditando dal padre Jean-Louis, muratore, il libero pensiero, l’agnosticismo e l’anticlericalismo; la madre Elvira (di origine italiana, della Basilicata) gli trasmette invece la passione per la musica – tutta, ma soprattutto quella popolare della sua terra d’origine – che il ragazzo coltiva fino dalla più tenera età imparando a suonare il mandolino. Alunno mediocre e in generale poco motivato allo studio, negli anni dell’adolescenza maturerà un amore viscerale e incondizionato per la poesia grazie al suo professore di francese, Alphonse Bonnafé estroso e anticonformista, che lo incoraggia nelle sue prime composizioni in versi, educandolo all’ossequio delle regole del ritmo e della metrica. A completare la sua educazione musicale, si aggiungono la passione per il Jazz, che in quegli anni inizia a diffondersi dall’America, nonché l’ammirazione per Charles Trenet, grande autore e interprete del momento e, nell’ottica del giovane Brassens, compendio delle più apprezzabili tendenze musicali attuali. A sedici anni viene sospeso da scuola a causa del coinvolgimento con alcuni compagni in una serie di piccoli furti, una bravata che gli vale l’arresto e la decisione di abbandonare gli studi, anche a causa dello scandalo suscitato dall’episodio. La reazione del padre, che inaspettatamente gli risparmia ogni rimprovero, viene recepita dal giovane come una incomparabile lezione di vita e sarà immortalata nella canzone Les quatre bacheliers: «Mais je sais qu’un enfant perdu, sans vergogne, a de la corde de pendu, a de la chance quand il a, sans vergogne, un père de ce tonneau-là »
Per qualche tempo lavora nella piccola impresa di costruzioni paterna, limitando al minimo le sortite in città dove la sua reputazione è macchiata e i pettegolezzi si sprecano; si lascia anche crescere quei baffi che saranno per sempre il suo tratto distintivo e a diciotto anni ottiene di trasferirsi a Parigi, presso una zia, dove conta di allargare i propri orizzonti culturali. Qui infatti trova l’occasione per dedicarsi all’approfondimento dei suoi studi della poesia francese: Verlaine, Apollinaire, Hugo, Villon e tanti altri. L’ampliamento delle conoscenze letterarie lo spinge a comporre la prime raccolte di poesia, che già rivelano il suo orientamento anarchico e vengono pubblicate con l’aiuto economico degli amici. Il soggiorno nella capitale è interrotto a causa della guerra: prima il rientro a Sète a seguito del bombardamento dello stabilimento Renault in cui lavora come operaio; poi nel 1943, quando è costretto dal servizio di Lavoro Obbligatorio S.T.O., istituito nella Francia occupata dai nazisti in sostituzione del servizio militare – al trasferimento nel campo di lavoro di Basdorf, nei dintorni di Berlino. In Germania continua a studiare e comporre instancabilmente, sottraendo ore al sonno, e stringe amicizie che coltiverà per tutta la vita. Nel 1944, beneficiando dopo un anno di lavoro di un permesso di 15 giorni, torna a Parigi già deciso a non rientrare in Germania e si nasconde presso i coniugi Planche, amici della zia, nell’attesa del termine delle ostilità. Nella modestissima casa di Jeanne e del marito Marcel, ai quali sono dedicate le canzoni Jeanne, La cane de Jeanne e Chanson pour l’Auvergnat, resterà ben oltre la fine della guerra: al numero 9 dell’Impasse Florimond, nel XIV arrondissement, tra gatti, cani e animali di ogni specie finirà infatti per fermarsi ventidue anni e comporrà gran parte delle sue canzoni. La casa è senza elettricità e priva di ogni comfort, per cui al mattino si alza prestissimo, trascorre le giornate a leggere, studiare e scrivere senza sosta, per poi coricarsi altrettanto presto la sera: e questo sarà sempre il suo stile di vita, anche una volta raggiunta la fama. Al contrario della maggioranza dei cantautori, compone cominciando dalla scrittura dei testi e adattando poi la melodia al pianoforte, senza avere nessuna conoscenza in materia di solfeggio e di armonia. La sua musica ha la stessa perfezione dei suoi versi, ma la vuole discreta, tutta al servizio delle parole: Je fais danser les mots, faccio danzare le parole, dice di se stesso. Sarebbe complicato ripercorrere, se non nei passaggi essenziali, le innumerevoli fasi della sua attività di scrittore e giornalista o enumerare le molteplici iniziative delle quali è stato promotore e collaboratore insieme agli amici di Basdorf, nel frattempo tornati a Parigi alla fine della guerra (maggio 1945). Basti dire che già da ora la sua personalità risulta fissata nei tratti distintivi definitivi: l’aspetto schivo e un po’ trasandato, la pipa e i baffi; il linguaggio originale, colorito e irridente eppure ingabbiato in un classicismo metrico scrupoloso; il culto dell’amicizia e il desiderio di solitudine; un background libertario fuori da ogni dottrina consolidata e sostenuto da un acuto individualismo; il totale disprezzo per il lusso, il denaro, le belle maniere. Antimilitarista e anticlericale, si unisce con alcuni militanti libertari, tra i quali il pittore Marcel Renot e il poeta Armand Robin; legge Mikhail BakuninPierre-Joseph Proudhon e Pëtr Kropotkin. Queste letture e queste frequentazioni – insieme al bisogno di  raggranellare qualche compenso al fine di sostentarsi mentre si dedica all’attività di compositore – lo portano a scrivere sotto pseudonimo alcuni articoli per la rivista anarchica Libertaire. I suoi scritti sono virulenti e pervasi di humour nero contro tutto ciò che attenta alle libertà individuali, tanto che la violenza della sua prosa risulta sgradita perfino a una parte dei suoi colleghi. Animato da questi ideali, per tutta la vita Brassens esprimerà con l’irriverenza delle sue canzoni la volontà di lottare contro l’ipocrisia della società e le convenzioni sociali. La sua solidarietà va agli emarginati, ai reietti, contro ogni tipo d’autorità costituita; in particolare, si accanisce contro le figure del giudice e del poliziotto, come nel celebre brano Hécatombe, dove si immagina a parteggiare dalla sua finestra per le “mégères gendarmicides”, che si stanno battendo al mercato contro degli agenti venuti a sedare una rissa: «Ces furies, à peine si j’ose / Le dire, tellement c’est bas,/ Leur auraient même coupé les choses: / Par bonheur ils n’en avaient pas!» (Quelle furie, e ho appena il coraggio / di dirlo, talmente è volgare,/ gli avrebbero anche tagliato i coglioni, / meno male che non ce li avevano!)

Nel 1947, Brassens pubblica il suo primo romanzo, “La lune écoute aux portes”; nello stesso anno, scrive alcune tra le sue più grandi canzoni, come Brave Margot, La mauvaise réputation e Le gorille; quest’ultimo brano, che si oppone violentemente alla pena di morte penalizzando con lo scherno più crudele il magistrato che l’ha comminata, non ha bisogno di spiegazioni, essendo arcinoto nella versione italiana che ne ha fatto Fabrizio de André circa vent’anni dopo; al tempo però fu boicottato per molti anni dalla radio di Stato e censurato in ogni modo. In questo periodo, Brassens conosce Joha Heiman (che lui chiamava Püpchen, in tedesco “bambola”), la donna d’origine estone che sarebbe diventata la compagna di una vita; i due non vissero mai assieme e non ebbero figli, ciononostante restarono uniti fino all’ultimo giorno di vita del cantautore. A lei dedica J’ai rendez-vous avec vousJe me suis fait tout petit (devant une poupée)SaturneRien à jeter e la famosissima La non-demande en mariage, nella quale il matrimonio viene definito un sacrilége ma dove è anche contenuta la più autentica dichiarazione d’amore: «Laissons le champs libre à l’oiseau / Nous serons tous les deux prisonniers sur parole / Au diable les maîtresses queux / Qui attachent les cœurs aux queues / Des casseroles»
[…] «De servante n’ai pas besoin / Et du ménage et de ses soins / Je te dispense / Qu’en éternelle fiancée / A la dame de mes pensées / Toujours je pense».

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