George Brassens 1921-1981: la fama (seconda parte) – di Hermione Jardin

Dal mandolino dell’infanzia, attraverso il pianoforte della zia Antoinette sul quale compone, Brassens è già approdato allo strumento che d’ora in poi accompagnerà sempre le sue esibizioni… la chitarra. Dapprima, nella lunga gavetta dei cabaret parigini e dei locali di Montmartre, suscita perplessità la sua figura ritrosa, così distante dall’immagine alla moda del cantante-divo, e suscitano indignazione – scandalo! – i suoi testi che narrano storie di emarginati – ladri, furfanti e prostitute – come se fosse uno di loro: i primi concerti sono veri e propri fiaschi di pubblico bempensante. Poi la svolta: all’inizio del 1952, alcuni amici lo convincono a partecipare ad un provino nel celeberrimo cabaret di MontmartreChez Patachou; la proprietaria, la stessa Madame Patachou, rimane conquistata e decide di cantare i suoi brani nel locale, facendolo così conoscere al grande pubblico; è sempre lei a convincere Brassens, che inizialmente si vede soltanto nei panni del compositore, ad interpretare lui stesso le sue canzoni, tra l’entusiasmo di parte del pubblico e l’indignazione di altri per quei testi indecenti. Proprio questo scalpore, d’altra parte, avrà il ruolo di cassa di risonanza contribuendo ad accrescere la notorietà di un artista tanto timido e schivo da rifuggire i ritrovi salottieri, la propaganda e ogni forma di ostentazione di sé. La consacrazione del successo arriva quando Patachou presenta Brassens a Jacques Canetti, direttore artistico della casa discografica Polydor e proprietario del cabaret Les Trois Baudets. Brassens ha 31 anni, finora è vissuto soltanto di passione studio e sacrifici, forse a tratti è stato tentato di abbandonare tutto. Si presenta con un quaderno di trenta canzoni e succede il miracolo: grazie all’impegno di Canetti, si va dritti alla registrazione del suo primo album, “La mauvaise réputation” (1952). Per Lui l’ingresso nella leggenda. In pochi mesi passa dalla miseria e dall’isolamento alla celebrità e alla fortuna economica; da ora in poi sarà sempre uno degli artisti più pagati e i suoi dischi venderanno milioni di copie. Lui che a lungo ha tentennato tra una carriera di poeta e una di autore-compositore, si trova ora lanciato nel mondo della canzone, che tuttavia è ben lungi dal considerare una espressione poetica minore. Ritiene infatti che questa forma di arte richieda un equilibrio perfetto tra testo e musica, è estremamente esigente, mai soddisfatto, cambia una parola, perfeziona un’immagine finché non è convinto di avere raggiunto il suo scopo. Di alcune canzoni si dice che esistano fino a cinquanta versioni diverse. Colpisce anche la coerenza dell’uomo-Brassens: ricchezza e fama non gli fanno abbandonare gli amici né mutare stile di vita. Continua infatti a vivere nella modesta casa di Jeanne e Marcel, vi fa soltanto installare l’acqua corrente e frequenta personaggi molto famosi, come Jacques Brel o Lino Ventura, ma anche, e più spesso, persone semplici sconosciute ai media, amici d’infanzia o compagni dei tempi difficili. Il 16 ottobre 1953 Brassens debutta all’Olympia con un récital. Propone, oltre ai suoi testi, brani ripresi dai suoi poeti prediletti come François Villon (Ballade des dames du temps jadis), Victor Hugo (Gastibelza), Paul Fort (Le petit cheval); il 1953 fu anche l’anno di pubblicazione del romanzo “La tour des miracles”. Nel 1954, oltre a ricevere il Gran Premio del Disco dell’Accademia Charles Cros, pubblica il suo secondo album, “Les amoureux des bancs publics”, a cui fa seguito, l’anno seguente, “Chanson pour l’Auvergnat”Poi, negli anni seguenti, le tournée nei Paesi europei e in Africa del Nord, i recital all’Olympia, Alhambra e Bobino; anche il cinema – recita con un ruolo quasi autobiografico nel film “Porte des Lilas” di René Clair (1957) – e, naturalmente, la registrazione di nuovi dischi: “Je me suis fait tout petit” (1957); “Le Pornographe” (1958); “Le Mécréant” (1960); “Les trompettes de la renommée” (1961). Nel 1964 la sua canzone Les copains d’abord (pubblicata lo stesso anno nell’album omonimo) rientra nella colonna sonora del film “Les Copains” di Yves Robert. Nel 1966, oltre a lasciare definitivamente l’abitazione condivisa con Jeanne e Marcel per stabilirsi poco lontano, nel XV arrondissement, Brassens pubblica l’album “Supplique pour être enterré à la plage de Sète”. La canzone che dà il titolo al disco diverrà il suo testamento. Nel 1967 riceve il Premio di poesia dell’Académie française. Insieme alle acclamazioni, non mancano le critiche: una parte dei francesi lo taccia di qualunquismo, disimpegno e addirittura “revisionismo storico”. Già era stato nel mirino per La tondue, in cui deprecava la consuetudine, nell’immediato dopoguerra, di rapare le donne che avevano avuto relazioni – amorose o semplicemente di letto – con soldati tedeschi; ora viene contestato per la canzone antimilitarista e dal tono anarco-individualista Les deux oncles – che parla di due immaginari zii del narratore, uno simpatizzante degli statunitensi, l’altro dei tedeschi, ed entrambi morti nella seconda guerra mondiale, mentre il protagonista che non si schiera è sopravvissuto: «On peut vous l’avouer, maintenant, chers tontons/ Vous l’ami les Tommies, vous l’ami des Teutons/ Que, de vos vérités, vos contrevérités/ Tout le monde s’en fiche à l’unanimité». Ai suoi detrattori risponde con l’ironica Mourir pour des ideés, in cui conferma il suo totale anarchismo nel rifiuto a priori di schierarsi, politicamente o ideologicamente, perché le idee vanno presto fuori moda e, morendo per esse, si potrebbe scoprire di avere scelto la strada sbagliata; allora moriamo per delle idee, d’accordo, ma di morte lenta,  di vecchiaia: «Jugeant qu’il n’y a pas péril en la demeure/ Allons vers l’autre monde en flânant en chemin/ Car, à forcer l’allure, il arrive qu’on meure/ Pour des idées n’ayant plus cours le lendemain/ Or, s’il est une chose amère, désolante/ En rendant l’âme à Dieu c’est bien de constater/ Qu’on a fait fausse route, qu’on s’est trompé d’idée/ Mourrons pour des idées, d’accord, mais de mort lente». Nel gennaio del 1969, su iniziativa della rivista Rock et Folk e della radio RTL, Brassens partecipa ad un’intervista che diviene un evento storico, in compagnia di Léo FerréJacques Brel, altri due pilastri della canzone d’autore francese; nello stesso anno, oltre a continuare le esibizioni a Bobino, pubblica “La Religieuse”, il suo decimo disco. Negli ultimi anni, i gravi problemi di salute l’hanno fatto invecchiare prematuramente: dopo aver acquistato una casa a Lézardrieux, in Bretagna (regione che ama al punto da studiare la lingua bretone), nel 1973 abbandona alle scene, con un’ultima tournée in Francia e in Belgio e pubblicando il suo penultimo disco, “Fernande”. Due anni dopo, nel 1975, riceve il Gran premio della città di Parigi; nel 1977, in seguito all’uscita del suo ultimo lavoro, “Don Juan”, sale un’ultima volta sul palco di Bobino… è il suo ultimo concerto. Ancora oggi sorprende la modernità del suo pensiero: una filosofia umanista che pone al centro l’individuo. Qualcuno l’ha definita una sorta di buddismo totalmente ateo. Il bene, la pace e un mondo migliore devono progredire dal travaglio interiore di ogni uomo; il male e la violenza nascono dall’ottusità, dall’egoismo, e si identificano col clericalismo, col militarismo, col giustizialismo… insomma, con tutti gli schieramenti – o gruppuscoli di idioti- che commettono atrocità nel timore di vedere minacciata la tranquillità delle loro meschine esistenze. I temi trattati nei suoi versi sono quelli universali: l’amore, il tempo che passa, la morte, l’amicizia e, soprattutto, la vita, più importante di ogni ideologia, potere, guadagno. L’amore per la vita traspare in ogni contesto e le armi preferite per combattere il male, ma anche per contrastare il dolore e la paura della morte sono la leggerezza irriverente, l’ironia scanzonata e l’umorismo. Così nella famosissima Supplique pour être enterré sur une plage de Sète, insieme all’amore per la città dove è nato e cresciuto, manifesta il desiderio di poter riposare sulla riva del mare, come se si trattasse di un’eterna vacanza. Brassens è stato accontentato e la sua tomba “en sandwich entre le ciel et l’eau” – più vicina al mare di quella del poeta Valéry – è oggi, senza soluzione di continuità, affollatissima meta di pellegrinaggio.

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George Brassens 1921-1981: la formazione (prima parte)
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