Gentle Giant: “The Power and the Glory” (1974) – di Nicholas Patrono

Inghilterra (tanto per cambiare), anni 70 (anche qui nessuna novità). Non ci è dato sapere cosa sia successo nell’isola britannica in quel periodo musicale, sta di fatto che buona parte di quella che è tuttora considerata la miglior musica mai scritta proviene da band inglesi nate e fiorite a cavallo tra i 60 e i 70 (se poi sia davvero la miglior musica mai scritta lo lasciamo aperto al dibattito, così ci diamo anche noi da fare per scatenare un po’ di risse virtuali). Diciamo solo che con “The Power and the Glory” (Vertigo/WWA, Capitol 1974) i Gentle Giant hanno azzeccato un altro eccellente colpo, il sesto di fila per essere precisi, dopo la lunga sequenza di capolavori prodotti in un periodo molto breve: l’esordio omonimo Gentle Giant (1970), poi “Acquiring the Taste” (1971), “Three Friends” (1972), Octopus (1972) e, subito prima del disco di oggi, In a Glass House (1973), tutti per la Vertigo Records, storica etichetta nata e fiorita proprio in quegli anni. Con “The Power and the Glory” ci collochiamo temporalmente “post-cataclisma”, il cataclisma in questione è la scissione tra i fratelli Shulman, con Phil Shulman, il maggiore dei tre, che ha abbandonato la band dopo “Octopus” per via di dissapori con i fratelli. Un cambio di formazione importante e che ai tempi fece abbastanza rumore, ma non solo.
Con “The Power and the Glory” ci troviamo quasi alla fine di un’epoca, o almeno al termine del suo primo atto, perché sarà l’ultimo disco della band per la Vertigo: i Gentle Giant passeranno infatti alla Chrysalis dal successivo “Free Hand” (1975) e ci resteranno fino a fine carriera, azzeccando un buon disco con “Free Hand” ma poi perdendo sé stessi, floppando alle vendite, smarrendo l’ispirazione e la voglia di fare musica. “The Power and the Glory” resta perciò un felice ricordo di quello che i Gentle Giant sono stati capaci di fare, al punto che il bassista Gary Green lo indica come il suo album preferito della band. Il disco condivide il titolo con una novella di Graham Greene ma, come confermato anche dagli stessi musicisti, non ha niente a che fare con l’opera letteraria. L’album segue invece le vicende di un personaggio che aspira al potere per poi usarlo per fare del bene, solo per trasformarsi in tutto ciò che non avrebbe mai voluto essere. Si apre in grande stile con Proclamation, un motivetto impossibile da dimenticare che apre le danze, raggiunto poi da voce e basso. La struttura irregolare del brano si evolve come di consueto: conosciamo i Gentle Giant e possiamo dire che “sorprenderci non ci sorprende”, sembra un paradosso ma non per chi è abituato al genere, a rapidi cambi, evoluzioni e variazioni continue.
Gli archi aprono So Sincere costruendo un’atmosfera in perfetto tema con la copertina del disco, questo brano in particolare è costruito come la perfetta colonna sonora per ciò che narra. Nella positiva Aspirations si ascolta il punto di vista di quello che sembra un immaginario pubblico che incoraggia il nostro protagonista, donandogli la fiducia di cui ha bisogno per fare ciò che ha promesso, usare il potere per fare del bene. “Believing the promises / please make your claims / really so sincere”, recita il testo, citando il titolo del brano precedente (abitudine simpatica ereditata da molti gruppi moderni questa, nel progressive spesso si inseriscono riferimenti lirici e / o musicali ad altri pezzi, magari come piccole easter egg). Il pezzo è un pacifico respiro prima di lanciarsi in Playing the Game, brano in cui inizia la caduta del protagonista nelle trappole del potere, inizia a farsi strada il senso di invincibilità, “I’ll play the game and never ever lose”.
Apre il lato B del vinile la più breve Cogs in Cogs, con un’intro che ricorda per certi versi alcune sonorità degli Haken, a dimostrazione di quanto le band progressive di oggi peschino dal passato. No God’s a Man rallenta e tocca alla conclusiva Valedictory chiudere il disco con le sue due voci leggermente sfasate. La caduta del protagonista è definitiva: “Hail to power and glorys’ way” recita la voce (“Viva la strada del potere e della gloria”), e poi un finale da Banco del Mutuo Soccorso, periodo Darwin! (Ricordi 1972). Niente lieto fine dunque, neanche nella traccia bonus The Power and the Glory, aggiunta con l’edizione rimasterizzata in CD. Niente lieto fine, così come la storia dei Gentle Giant, a sua volta, non ne ha avuto uno: soli dieci anni di carriera, sette ottimi dischi e poi il vuoto, con una conclusione non degna. La buona notizia è che si può ripercorrere i fasti del passato riascoltando dischi come questo.

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