Gentle Giant: “Octopus” (1972) – di Nicholas Patrono

Fine 1972, nel pieno del periodo d’oro della musica rock inglese, band storiche per ogni genere musicale al punto da scatenare l’imbarazzo della scelta. È il primo dicembre quando esce “Octopus” per le storiche etichette discografiche Vertigo (ed. UK) e Columbia (ed. USA), quarto album in studio per i britannici Gentle Giant. Band che non ha bisogno di presentazioni, soltanto dieci anni di carriera tra il 1970 e il 1980 ma tanti capolavori, almeno dall’omonimo disco d’esordio proprio nel 1970 fino al settimo lavoro, “Free Hand” (1975), a cui sono seguiti quattro dischi di qualità inferiore. Non sorprendono quindi le dichiarazioni del vocalist e polistrumentista Derek Shulman, intervistato nel 2005 per il sito musicale Sea of Tranquillity: “I flussi creativi non scorrevano più. Vivevo a Los Angeles quando ci siamo sciolti. Non sapevamo proprio che direzione prendere (musicalmente). Non rimpiango la decisione che abbiamo preso (…)”.
Ray Shulman, intervistato da 20th Century Guitar, aggiunge: “Avevamo deciso che l’ultimo tour sarebbe stato l’ultimo. Una volta chiarito questo, ci siamo divertiti. Abbiamo deciso di smettere piuttosto che andare avanti troppo”. Anche secondo Kerry Minnear i Gentle Giant “avevano perso la strada musicalmente parlando” (da un’intervista per il mensile musicale inglese Mojo, 2000). Leggermente diversa la versione del chitarrista Gary Green, intervistato nel 2003 da Expose Magazine: “Credo che Derek e Ray volessero un album di successo e si fossero stufati. (…) Io credo che avremmo potuto proseguire come la Premiata Forneria Marconi o gli Yes”. Archiviato il buio capitolo dello scioglimento dei Gentle Giant, oggi riprendiamo in mano – anzi, in orecchio – “Octopus” per ricordare i loro grandi fasti e dimenticare la tristezza di una separazione avvenuta sfortunatamente molto presto, anche se a volte è meglio chiudere all’apice, o comunque mantenendo una dignità, piuttosto che ridursi come altre band come i Genesis che, ormai lontanissimi dal periodo d’oro dei primi 70, negli ultimi dischi avevano letteralmente perso la bussola.
Octopus” vede un cambio di formazione forzato nei Gentle Giant: nel marzo del 1972 il batterista Malcom Mortimore, già sostituto di Martin Smith, si ferisce in un incidente motociclistico. La lunga convalescenza costringe la band ad ingaggiare un sostituto ed ecco John Patrick Weathers, detto Pugwash, che poi diventerà il batterista stabile dei Gentle Giant fino allo scioglimento. Lo stile di “Pugwash”, più aggressivo dei precedenti batteristi, va a contribuire alle parti più spinte di “Octopus”. Disco caratterizzato da enorme versatilità come tutti i lavori dei Gentle Giant, la cui formazione ai tempi vanta i tre fratelli Shulman, il tastierista Kerry Minnear, il bassista Gary Green e il già citato John Weathers, tutti polistrumentisti di livello. Le possibilità da esplorare sono pressoché infinite e negli otto brani non mancano certo le sperimentazioni sonore. Otto pezzi – come un octo-pus appunto – che pur lontani dalle composizioni mastodontiche di tante altre band per la loro durata tutto sommato breve, poco più di mezz’ora in totale, catturano l’ascoltatore e lo stringono come i tentacoli di una piovra. 
Pianoforte e fiati dirigono l’atmosfera del pezzo d’apertura The Advent of the Panurge su un ritmo deciso di batteria per poi virare su Raconteur Troubadour, meno ritmata ma incalzante su pianoforte, fiati e violini. Impossibile trovare un brano uguale agli altri: A Cry For Everyone alza il tiro con un’introduzione sorretta da chitarre più robuste. L’hard rock più classico lascia il posto a eccezionali derive strumentali costruendo un altro brano mai scontato, sfociando nella straordinaria Knots, fra intrecci vocali calibrati, studiati in una struttura ad incastro. Azzeccato il nome quindi, Knots, “nodi” appunto. Segue uno spettacolare intermezzo suonato allo xilofono da Weathers e una conclusione che potrebbe essere la colonna sonora di una piovra che sorge dal mare. Una breve risata introduce la strumentale The Boys in the Band, lente d’ingrandimento sul notevole potenziale tecnico e creativo di cui disponevano i Gentle Giant. Più pacata Dog’s Life, sferzata da interessanti interventi di archi e organo regal e chiusa da una magnifica conclusione sinfonica.
Dolce l’apertura di Think of Me with Kindness, pezzo gentile appunto come da titolo, breve momento di raccoglimento pilotato per la maggior parte dal pianoforte. Un breve respiro di tranquillità prima della conclusiva River. Pezzo più corposo e lungo del lotto, quasi sei minuti di durata durante i quali i Gentle Giant ci trascinano a fondo con loro negli abissi dove vive il mostro marino… “Octopus”. Spazio abbondante per tutti i musicisti, idee presentate e sviluppate con pazienza per tutto il brano, senza fretta di gettare troppa carne al fuoco. Il risultato, pur camaleontico e difficilmente inquadrabile, è un brano cangiante come spesso sono quelli dei Gentle Giant. Così River conclude con un acuto di qualità un disco lodevole pressoché sotto ogni aspetto, il cui unico difetto è che dura davvero troppo poco. Non resta che immergersi un’altra volta da capo negli abissi dell’oceano e nuotare con “Octopus” scoprendo i brani uno per uno, un po’ per volta, come fossero tanti tesori sommersi, ricordando i bei tempi in cui i fratelli Shulman erano tutti assieme e sfoderavano un capolavoro dopo l’altro.

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