Gentle Giant: “In a Glass House” (1973) – di Nicholas Patrono

Termine di paragone per molte, se non tutte le band Progressive che si sono susseguite negli anni, i Gentle Giant sono l’emblematica rappresentazione di una creatività mai doma, versatile e cangiante. Siamo nel 1970 e sei ragazzi londinesi formano un complesso musicale destinato a lasciare il segno nei decenni a venire, malgrado una carriera tutto sommato breve, durata solo fino al 1980. Derek, Philip e Raymond, i tre fratelli Shulman, tutti polistrumentisti, si uniscono ad altri due musicisti, Gary Green e Kerry Minnear, e al batterista Martin Smith, a formare l’embrione di ciò che poi diverranno i Gentle Giant. Saltiamo avanti di soli 3 anni: è il 1973, precisamente il 21 settembre, e nei negozi di dischi esce in vinile il quinto disco dei Gentle Giant, “In a Glass House”. Fedeli a partire dal disco d’esordio all’etichetta britannica Vertigo Records, la quale costruirà la propria fortuna anche sul successo raggiunto dalla band inglese, i Gentle Giant arrivano a pubblicare “In a Glass House” non senza, purtroppo, incidenti di percorso. La formazione è cambiata: Philip, il maggiore dei fratelli Shulman, non fa più parte della band, e il batterista Martin Smith è stato sostituito da John Weathers. L’abbandono di Philip, stressato e demotivato dalla drenante vita da tour, al punto da aver visto danneggiata la propria vita familiare, segue di poco l’uscita di “Octopus”, datato 1972, e considerato da molti critici l’inizio del periodo d’oro della band inglese. Paradossalmente, lo shock della separazione da Philip rende la band più coesa e motiva maggiormente i musicisti a non mollare. Questo percorso conduce a “In a Glass House”, primo disco registrato dai Gentle Giant come quintetto anziché sestetto. Una frattura, quella con Philip, richiamata in qualche modo dai rumori di vetro infranto che aprono il primo brano, The Runaway. La canzone apre le danze con i giusti ritmi, sempre alti, con intrecci tra linee di basso, tastiere e virtuosismi solisti. Non vi è un protagonista che prevarichi o penalizzi l’esecuzione altrui, e il tutto fluisce in un coeso continuum, dove anche strumenti meno convenzionali come marimba e glockenspiel trovano un giusto spazio, senza suonare fuori posto. Emblematico il testo: The Runaway, “la fuga”, se contestualizzata nel momento storico dell’abbandono di Philip, porta a chiedersi se non vi sia qualche riferimento. Più educata, in sordina quasi, l’introduzione della successiva An Inmate’s Lullaby. Delicata, soffusa, quasi un momento di distensione spirituale, che deve aver fatto sprofondare nel relax più totale parecchi hippies, negli anni 70. Una struttura che pare regolare, ma con battute leggermente fuori posto, per metrica, strane accelerazioni e decelerazioni. Un brano asettico, quasi scarno, che fa di una superficialità solo apparente la sua migliore arma. Inquietante il testo, nel suo parlare di “amici invisibili”, specie se associato con l’atmosfera melliflua. Si sfocia, tra confini appena sfumati, nella successiva Way of Life, di ben altro tenore, a partire dal grido stridulo che apre le danze. Dall’inizio ritmato e regolare, Way of Life abbandona subito i canoni classici e diventa a suo modo spigolosa, con dialoghi fatti di botta e risposta tra diversi strumenti e lunghi intermezzi, alternati a brevi parti cantate. Interessante l’interludio centrale, composto solo da voce e organo, seguito da alcuni momenti di digressioni musicali di lucida follia. Allegra, di una spensieratezza quasi propositiva, per i primi 6 minuti, e sorprendentemente disturbante nel minuto finale, guidato da dissonanze suonate all’organo. È il momento della successiva Experience e, soltanto nei primi 2 minuti, vi sono talmente tante idee diverse che altre band avrebbero potuto usarle per comporre un intero disco. Forse il brano più camaleontico ascoltato fino ad ora, strampalato, lunatico, terreno di trasformazioni continue e repentine, corredato da un gustoso intermezzo vocale dal sapore melodico quasi ecclesiastico, retto da una sapiente linea di basso. Con l’ingresso del pianoforte si torna su terreni più classici, anche se qui la parola “classico” andrebbe usata con una certa cautela, perché sotto molti punti di vista i Gentle Giant sono tutto fuorché musica convenzionale. Di una poliedricità impressionante, Experience è quasi un “album nell’album”, fatto di temi proposti e poi ripresi tre o quattro minuti più tardi, mostrando che la follia può anche avere, a modo suo, una certa circolarità. Il finale in 9/4, o se vogliamo di battute alternate tra 4/4 e 5/4, storto e zoppicante all’ascolto, eppure a modo suo fluido e quadrato, conduce alla successiva, breve e placida A Reunion. Kerry Minnear alla voce principale e un arrangiamento sorretto magistralmente dagli archi, cullano l’ascoltatore in un paesaggio musicale quasi da opera d’altri tempi. Meno folle degli altri brani: un episodio di riposo necessario, tanto per le orecchie quanto per la mente dell’ascoltatore, posizionato al momento giusto e dalla giusta durata, appena 2 minuti. Conclude il tutto la title-track, In a Glass House, che nei suoi 8 minuti di durata concentra le soluzioni più diversificate. Ritmo terzinato in apertura, inaspettati cambi di metrica e armonizzazioni vocali nei minuti successivi colorano il brano conclusivo, più che mai riassuntivo dello stile e delle capacità dei Gentle Giant. Progressioni di accordi non convenzionali, metriche controintuitive mascherate da tempi regolari… è forse la migliore prova vocale di tutto il disco; meritata e magistrale conclusione per l’Opera. Impressionante come i membri del quintetto, con l’esclusione forse del batterista John Weathers, siano tutti capaci di suonare più strumenti: suonare, e non strimpellare: la scelta del verbo non è casuale. I Gentle Giant sono polistrumentisti dalle eccelse doti, capaci di brillare di luce propria sia nei momenti di rock più puro, con chitarre distorte e ritmate linee di basso, sia sulle tastiere, sia in strumenti più particolari e se vogliamo esotici, come il glockenspiel. Siamo agli ultimi momenti di “In a Glass House”: un giro d’accordi ripetuto, la musica sfuma, fino alla traccia nascosta Index, brano di appena 30 secondi, che contiene piccoli estratti di ciascuna delle canzoni dell’album. Una sorta di episodio psicotico acuto, tanto breve quanto intenso, che conclude un disco  adatto ad essere ascoltato più e più volte. Perché se il Progressive è nato come corrente musicale, e se tutt’ora vi sono band che omaggiano i grandi del passato, una buona parte di merito è senz’altro da attribuire ai Gentle Giant.

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