Gentle Giant: “Gentle Giant” (1970) – di Nicholas Patrono

Tutto inizia così nel 1970, ben mezzo secolo fa, con la giovanissima band progressive rock inglese Gentle Giant che pubblica il disco d’esordio omonimo (“Gentle Giant” appunto) prodotto da Tony Visconti e distribuito dalla storica etichetta discografica Vertigo Records, nata in Inghilterra appena l’anno precedente pubblicando il primo disco della sua storia, Valentyne Suite, secondo album della band inglese Colosseum, la cui storia non ha bisogno di presentazioni. Non solo i Colosseum però, perché la Vertigo nel 1970 pubblica anche l’esordio dei Black Sabbath seguito poi da Paranoid, stesso anno, più “Daughter of Time”, sempre dei Colosseum, e ancora l’esordio degli Uriah Heep …Very ‘Eavy… Very ‘Umble più tanti altri artisti (impossibile nominarli tutti), tra cui spicca nell’agosto del 1970 questo “Gentle Giant”. Prima opera in studio per i britannici Gentle Giant, overture di una carriera breve, solo dieci anni tra il 1970 e il 1980, fra l’altro anno di uscita dell’ultimo disco, lo sfortunato “Civilian”, bistrattato dalla critica, non apprezzato dal pubblico e scarso nei successi di vendita. Dieci anni per undici album, a mostrarci ancora una volta quanto fossero diversi le esigenze e i ritmi dell’industria discografica di allora e quella di oggi. Dieci anni sufficienti a lasciare un segno nella Storia della Musica nonostante i travagliati cambi di formazione, dal batterista sostituito due volte al triste abbandono di Phil Shulman, uno dei tre fratelli Shulman, cuore e spina dorsale della band. Phil, Derek e Ray Shulman, tre polistrumentisti a cui si affiancano Kerry Minnear a tastiere e voce, Gary Green alla chitarra e, ai tempi del disco di cui oggi parliamo, Martin Smith alla batteria (ex Simon Dupree and the Big Sound). I sei costruiscono, compongono e assemblano fino a trovarsi tra le mani la prima di tante pietre miliari della musica progressive – sette su undici se chiedete a noi, fino a “Free Hand”.
Così si apre “Gentle Giant”, con il primo brano (neanche a farlo apposta) Giant, primo di sette pezzi distribuiti sui due lati del vinile, quattro sul primo e tre sul secondo. Silenzio interrotto da un organo, ingresso di basso, batteria e poco dopo voce, pezzo complesso e sperimentale che introduce molti temi stilistici destinati a essere ripresi, sviluppati e ampliati in futuro nei dischi successivi. Giant procede senza pause fino a una digressione intermedia e si chiude bruscamente, lasciando posto all’introduzione introspettiva di Funny Ways, colorata dagli archi di sfumature malinconiche. Le voci si intrecciano mostrando una delle migliori armi in possesso dei Gentle Giant, la capacità di intersecare linee melodiche di voce creando mosaici in apparenza indistricabili eppure coesi e perfettamente ragionati. Nei primi minuti di Funny Ways quindi si respira, prendendo fiato dopo la movimentata Giant, per poi accelerare nella seconda parte e rallentare ancora nel finale. Alucard alza il tiro e dopo la lunga introduzione incrocia le voci ricordando una sorta di circo spettrale, con interventi di fiati e organo che contribuiscono a creare un’atmosfera sinistra insolita per una band tutto sommato spesso solare. Alucard viaggia spedita e, ascoltando band odierne come i britannici Haken, è facile capire quanta influenza abbiano avuto i Gentle Giant sugli sviluppi futuri del genere progressive rock e progressive metal, nonostante appunto la carriera breve. Isn’t It Quiet and Cold si apre con un ritmo in terzine mentre la voce di Phil Shulman narra di un misterioso personaggio che passeggia in solitudine, l’atmosfera è un curioso ibrido tra l’allegro e l’inquietante, come se ci fosse qualcosa che non va, un piccolo particolare fuori posto.
Chiuso il lato A si apre il lato B con Nothing At All e si spara sempre più alto, nove minuti di pezzo in cui la maestria dei sei “giganti” è libera di esprimersi sia tecnicamente che a livello di composizione, qui è quasi inevitabile che scatti il paragone con mostri sacri come Genesis o i nostrani Banco del Mutuo Soccorso, a parere nostro questo brano si troverebbe a suo agio in mezzo alla tracklist di Darwin!” (1972). Segue la ritmata Why Not, influenzata per certi versi da venature di hard rock più classico (comprensibile, dopotutto erano anche gli anni di Deep Purple e Led Zeppelin) ma eseguito con una classe inarrivabile per le band citate. Chiude la breve The Queen, meno di due minuti di strumentale, insieme conclusione e commiato dal primo capolavoro di una lunga serie… Peccato, perché avrebbe potuto essere ben più lunga. Ma, come insegna la storia dei Genesis, a volte il declino è inevitabile. Quasi possiamo dire di preferire che la storia dei giganti gentili si sia chiusa dopo dieci anni in cui tutto sommato, malgrado le difficoltà, hanno sfornato sette dischi da incorniciare. Meglio così che vederli appassire un po’ per volta come tanti altri.

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