Genesis: “Trespass” (1970) – di Fabrizio Medori

Anthony Phillips, chitarrista di grandissima sensibilità artistica e personale; Michael Rutherford, che si alternava brillantemente tra chitarra e basso; Tony Banks, virtuoso delle tastiere e Peter Gabriel, che ancora non era riuscito a liberare il suo talento vocale, avevano inciso un disco per la prestigiosa Decca records, ma senza nessunissimo successo, anche a causa dell’inadeguata produzione di Jonathan King. “From Genesis To Revelation” non aveva nessuna caratteristica del suono e della poetica tipiche del primo periodo dei Genesis e la proposta della neonata etichetta discografica Charisma dette loro la possibilità di pubblicare in piena libertà le invenzioni musicali che li avrebbero resi unici. Alla batteria, solamente per questo album, troviamo John Mayhew, che abbandonò il gruppo subito dopo “Trespass”, e il produttore è, in questo caso, John Anthony, capace di dare al gruppo quella spinta verso l’autonomia artistica che era mancata nel disco dell’anno precedente. La Band si inserisce facilmente in quel movimento artistico chiamato successivamente “Progressive”, a fianco di gruppi che avevano esordito l’anno precedente – King Crimson e Yes – o addirittura nel 1968 – i Jethro Tull – sviluppando un suono che risente delle influenze classiche, jazzistiche e folk, con testi che sono vere e proprie storie fantastiche e, facendo soprattutto leva su una spiccata teatralità durante i concerti che, per tutto il periodo con Gabriel, sarà sempre più importante nel corso delle esibizioni. Una delle caratteristiche musicali più interessanti dei Genesis sarà anche la ricerca della fedeltà assoluta durante i concerti, nei quali ci sarà sempre un livello tecnico molto elevato e poco spazio per le improvvisazioni. Il disco si apre con Looking For Someone, nella quale si avverte fin dall’inizio che il gruppo non cerca la sua ispirazione in nessun progetto simile, ma è assolutamente capace di creare un suono nuovo, totalmente inedito, frutto della capacità di rielaborare influenze eterogenee utilizzando i tipici strumenti musicali di un gruppo rock. Si assiste così ad un trionfo di organo Hammond e chitarre elettriche, acustiche e a 12 corde, talvolta impreziosito ulteriormente dal flauto traverso suonato da Peter Gabriel, la cui voce è finalmente libera di esprimere un’infinità di sfumature rendendosi, fin dall’inizio, il riconoscibile marchio di fabbrica della Band. Dopo questa maestosa entrata i Genesis ricorrono, in White Mountain, ad una delle loro specialità, il “crescendo” musicale, partendo da un delicato arpeggio la struttura musicale si arricchisce fino ad arrivare ad un bel “pieno” drammatico, per poi tornare alle atmosfere delicate dell’inizio… e ripartire con potenza e concludersi, infine, in una chiusura drammaticamente evocativa. Visions Of Angels inizia con una breve introduzione strumentale per poi aprirsi gradualmente verso un trascinante inciso corale e, in seguito, in una cavalcata strumentale con l’organo protagonista. Torna la voce e ci trasporta in una atmosfera che nulla ha a che fare con il periodo storico in cui “Trespass” viene realizzato, contribuendo a far crescere la tendenza artistica che porta molti degli autori degli anni 70 ad ambientare le proprie storie in un mondo lontano nel tempo, in un’atmosfera avvolta nel mistero e nella fiaba. Il secondo lato dell’Lp si apre con Stagnation, sicuramente il brano più evoluto del disco, quello nel quale le intenzioni artistiche di tutto il movimento musicale del “Rock Romantico” si concretizzano in un continuo alternarsi di tensione e distensione, pieno di repentini e spettacolari cambi di scena, con improvvise esplosioni sonore ad altrettanto immediati stop, con precisi e progressivi crescendo, basati sulla notevole padronanza strumentale dei musicisti, capaci di tirare fuori da una strumentazione piuttosto scarna tutta una serie di combinazioni timbriche sorprendenti. L’unico brano che registra una durata inferiore ai sei minuti è Dusk, che lentamente si sviluppa su un soave arpeggio di chitarre acustiche mentre, in sottofondo, si sente crescere l’organo; alla fine della prima strofa entra con decisione il flauto ma il clima musicale rimane sognante e rarefatto, in un brano che è strategicamente piazzato prima dell’esplosione conclusiva, The Knife, che per diversi anni è stato il gran finale dei concerti del gruppo. L’idea musicale dei Genesis si basava principalmente sul concetto di coinvolgimento sempre crescente per l’ascoltatore, partendo da un brano di forte impatto, frenando bruscamente e poi, lentamente aumentando la tensione emotiva fino ad arrivare all’esplosione finale. Ovviamente per aumentare l’effetto e mantenere sempre viva l’attenzione del pubblico, tutti i brani erano fortemente strutturati su questo tipo di effetto, creando un continuo e progressivo (se questo termine è così ricorrente, probabilmente diventa più chiaro il nome dato a tutto un genere musicale) cortocircuito emotivo. Come spesso accadeva all’epoca, la copertina (prima collaborazione con Paul Withehead, capace di tradurre in immagini tutta la potenza espressiva della musica) è indispensabile per entrare nel mondo dei Genesis.

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