Genesis: “The Lamb Lies Down on Broadway” (1974) – di Nicholas Patrono

Un disco importante per tanti motivi, “The Lamb Lies Down on Broadway”, pubblicato il 14 novembre 1974 dalla Charisma Records e la ATCO Records. Sesta opera dei Genesis, un doppio album di oltre 90 minuti di durata, il disco in studio più lungo mai registrato dalla band inglese. Capolavoro tra i capolavori, preceduto da dischi non proprio indifferenti come “Nursery Crime” (1971), “Foxtrot” (1972), nonché diretto sequel del maestoso “Selling England by the Pound” (1974), eppure capace di brillare di luce propria e distinguersi dagli altri. Un disco chiamato a non tradire aspettative che ora, adesso che il mondo sa che cosa i Genesis sono in grado di fare, sono inevitabilmente altissime. Ma “The Lamb Lies Down of Broadway” è anche, purtroppo, l’ultimo disco a cui partecipa l’indimenticabile cantante e frontman Peter Gabriel. Una presenza importante, quella di Gabriel, con i suoi travestimenti dal vivo di proposito eccessivi, divenuti ormai marchio di fabbrica di un personaggio.
C’è da chiedersi se essere diventato un “personaggio” abbia contribuito all’abbandono di Gabriel. L’ormai ex vocalist dei Genesis, in una lettera aperta scritta ai media musicali inglesi poco dopo essersene andato dal gruppo, spiega le sue ragioni: sostiene di essere deluso dall’industria musicale e di voler trascorrere più tempo con la sua famiglia. Comprensibile, visto anche il tour di ben centodue date trascorso a supporto di “The Lamb Lies Down on Broadway”, tra la fine del 1974 e i primi mesi del 1975. È l’ultimo tour per il cantante, il quale, stando alla biografia “Genesis: Chapter and Verse” (2007), rivela ai compagni di band nel novembre del 1974, a Cleveland (Ohio, Stati Uniti) che se ne andrà al termine del tour. Una presenza, quella di Peter Gabriel, di cui si sente inevitabilmente la mancanza nei dischi successivi a livello artistico, anche se il lento declino dei Genesis, culminato nello sconclusionato “Calling All Stations” (1996), quindicesimo ed ultimo disco in studio pubblicato da ciò che restava band (cioè Mike Rutherford e Tony Banks, più Ray Wilson alla voce), sarebbe probabilmente stato inevitabile.
Del resto, sono ben pochi gli artisti capaci di mantenersi per tanti decenni sempre su livelli eccellenti. Allo stesso tempo, la presenza di Peter Gabriel era cresciuta fino a divenire ingombrante per gli altri musicisti, al punto che (come abbiamo già detto nel nostro articolo su “Selling England by the Pound”) il tastierista Tony Banks, sempre nella biografia “Genesis: Chapter and Verse”, dichiara che “Peter stava diventando troppo grande per il gruppo. Veniva sempre raffigurato come il capo, quando in realtà non è mai stato così. Era una cosa molto difficile da gestire, quindi (il suo abbandono) è stato un sollievo, in realtà”. Perciò “The Lamb Lies Down on Broadway” è un disco che chiude un’era, un’opera che, pur restando un grande lavoro, lascia sempre un sapore amaro alla fine, come una bella storia a cui manchi il lieto fine. Rimarrà sempre il dubbio di cosa i Genesis avrebbero potuto fare se fossero rimasti tutti assieme, ma questi sono i sogni degli appassionati di musica: il mondo dell’industria musicale, e qui si dà ragione a Gabriel, è molto diverso da come ce lo si immagina. Spesso, oltre ai più evidenti screzi tra artisti ed etichette, vi sono contrasti più sottili, invisibili, tra gli artisti stessi.
Nonostante questo, in “The Lamb Lies Down on Broadway” non si percepisce nemmeno l’ombra di contrasti tra i musicisti: oltre un’ora e mezza di musica tanto coesa da impressionare, con una direzione ben chiara in mente. Ascoltando la title-track, brano di apertura, sembra di non aver mai tolto dal giradischi il vinile di “Selling England by the Pound”. Tanti gli elementi di familiarità, dall’atmosfera che si respira nelle note al timbro di ogni strumento, non solo la voce di Gabriel, ma anche le tastiere di Tony Banks, la chitarra di Steve Hackett, il basso di Mike Rutherford e la batteria di Phil Collins. Non solo la musica, anche la storia inizia col primo pezzo: un ragazzo di nome Rael che vive a New York, mentre si trova a Broadway vede morire un agnello lungo la strada, cosa che lo sconvolge profondamente. Da questo momento in poi, Rael vive una serie di avventure surreali, viene avvolto da nuvole nere (Fly on a Windshield), finisce in una caverna sotterranea (Cuckoo Cocoon e il capolavoro In the Cage), incontra la Morte (Here Comes the Supernatural Anaesthetist), creature fantastiche (The Lamia, The Colony of Slippermen).
Rael scopre lati di sé che non conosceva, fino al finale della storia, lasciato di proposito ambiguo, aperto all’interpretazione. Sarebbe superfluo ripetere che le radici di buona parte del Progressive Rock e del Progressive Metal moderno si trovano in questo disco. Le evoluzioni di In the Cage, per citare un brano soltanto, ne sono un perfetto esempio. Per approfondire ogni dettaglio di un’opera così complessa, sia per il contesto in cui è stato scritta, sia per l’eredità che ha lasciato, sia per il livello di liriche e musiche, sarebbe necessario un libro intero. Noi ci limitiamo a consigliarne profondamente l’ascolto ai neofiti del genere, e invitiamo gli appassionati a riascoltarlo insieme a noi. Il sapore agrodolce resta, quella sensazione di “che cosa sarebbe successo se…” difficilmente se ne andrà, quindi non ci resta che seppellire il passato e lasciarlo andare, trasportati da questi 90 minuti indimenticabili.

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