Genesis: “Selling England by the Pound” (1973) – Nicholas Patrono

Ogni grande artista, ad un certo punto della propria carriera, raggiunge un magnum opus, un punto di massima espressione di sé, oltre il quale non è possibile andare. Più difficile che mai, nel caso dei Genesis, sfornare un disco che sia superiore ad ogni altro, anche se “Selling England by the Pound” (1973) ha tutte le qualità per esserlo. Una discografia divisa in due macro-periodi, quella dei Genesis, ed una formazione mai stabile, i cui continui mutamenti sono ben noti, specie il clamoroso addio del talentuoso vocalist Peter Gabriel, che avvenne nel 1975. Nell’autobiografia della band, “Genesis: Chapter and Verse”, Tony Banks afferma che “Peter stava diventando troppo grande per il gruppo. Veniva raffigurato come il capo, anche se non era davvero così. Era una cosa molto difficile da gestire. Quindi, in realtà (il suo abbandono) è stato un sollievo”. La band britannica ha prodotto dischi di buona qualità anche dopo l’addio di Gabriel. Niente di sorprendente, data la qualità dei musicisti, i cui lavori si sono più o meno mantenuti su livelli accettabili fino all’abbandono di Phil Collins, avvenuto nel 1996. Vi è stato però un periodo indimenticabile, l’età dell’oro dei Genesis, durato – purtroppo – a malapena un lustro. Il periodo in questione si colloca a nostro avviso tra il 1971 e il 1975, durante il quale la band produsse quattro dischi, quattro icone di quel progressive rock che porta il marchio di fabbrica inglese: “Nursery Crime” (1971), “Foxtrot” (1972), “Selling Englad by the Pound” (1973), “The Lamb Lies Down on Broadway” (1974). A quei tempi, i Genesis erano un dream team di musicisti: Peter Gabriel a voce e flauto, Tony Banks alle tastiere, Steve Hackett alle chitarre, Michael Rutherford al basso e Phil Collins alla batteria. Quattro anni e quattro dischi senza i quali la Musica non sarebbe stata la stessa, specie il progressive rock e tutto ciò che ne è derivato. Superfluo dilungarsi sulle capacità musicali del “quintetto dei sogni”, perché non si aggiungerebbe nulla che non sia già stato detto. In “Selling England by the Pound” La tecnica è indiscutibile, così come la capacità di creare atmosfere tanto diverse tra loro… dalla struggente sezione centrale di Firth of Fifth alla caotica The Battle of Epping Forest, alla delicatezza di More Fool Me… atmosfere accomunate da un senso di maestosità permeante. Note che si intersecano a creare visioni, emozioni le più varie raccontate in musica da brani variegati e poliedrici, accompagnate da testi pregni di riferimenti alla cultura britannica. La memorabile apertura a cappella del primo pezzo, Dancing with the Moonlit Knight, ha reso la canzone un’icona della band stessa, ma c’è ben altro da scoprire… Il brano si articola lungo una struttura fatta di costruzioni intricate e richiami alle sezioni precedenti, fino a giungere ad un ipnotico finale, che culla e trasporta l’ascoltare nella successiva I Know What I Like (In Your Wardrobe). Questo secondo brano, come poi More Fool Me, rappresenta quell’anima più pop e meno prog-rock dei Genesis, fatta di tempi meno complessi, tecnicismi meno evidenti, durate più brevi e melodie più immediate. A separare questi due intermezzi pop vi è uno dei pilastri del disco… Firth of Fifth. Qui Tony Banks sfoga tutto il suo estro su un “malcapitato” pianoforte, ma non solo: la sezione centrale del brano è fatta di melodie struggenti e di una intelligente ripresa di pattern melodici presentati in apertura. More Fool Me è un delicato intermezzo che presenta Phil Collins alla voce principale e, nel suo essere così delicata, quasi timida rispetto alla grandiosità delle altre composizioni, riesce ad emozionare e a dimostrare come anche le sfumature più pop della musica possano essere sorrette da ricercatezza compositiva, senza limitarsi ad essere tante pallide imitazioni dello stesso modello. More Fool Me è anche, come For Absent Friends di “Nursery Crime”, un’anticipazione di ciò che i Genesis sarebbero diventati negli anni 80, con Phil Collins come vocalist principale. La successiva The Battle of Epping Forest, brano più lungo del disco, risulta meno scorrevole, forse per il suo arrangiamento ridondante, ma anche qui non mancano spunti interessanti e particolari. La canzone descrive con ironia lo scontro tra due bande di gangster rivali nel quartiere di East End… aspetto apprezzato dalla critica di allora, anche se la band lo giudicò “complicato per il gusto di esserlo”. La strumentale After the Ordeal mette in mostra le capacità chitarristiche di Steve Hackett e concede un po’ di respiro all’ascoltatore, prima di trascinarlo nella monumentale The Cinema Show, ispirata dal poema “The Waste Land” di Thomas Elliot. Magnifica coda per un magnifico disco, un cerchio che alla fine si chiude com’era iniziato. Negli ultimi secondi di The Cinema Show, e poi nella breve e conclusiva Aisle of Plenty, viene ripreso il tema iniziale di Dancing with the Moonlit Knight, per la gioia di ogni appassionato di musica progressive. Finezze simili sono la ciliegina su una torta fatta di complessità d’esecuzione e originali soluzioni armoniche e melodiche. Monumentale, storico, uno dei cardini attorno ai quali si sono imperniati quasi cinque decenni di musica progressive, “Selling England by the Pound” è uno di quei dischi dei quali tutto si può dire, tranne che non sia un prodotto di grande qualità, dove l’espressione artistica degli autori raggiunge livelli altissimi e difficilmente replicabili. 

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