Genesis: “Foxtrot” (1972) – di Nicholas Patrono

Quando si parla dei Genesis, soprattutto di quelli del primo periodo, guidati dall’eccezionale vocalist e frontman Peter Gabriel, c’è l’imbarazzo della scelta. Un’era durata meno di un decennio, dal 1967 al 1975, che ci ha però regalato perle eccezionali come “Foxtrot”, quel fatidico 6 ottobre del 1972, ma non solo. Soltanto l’anno precedente aveva visto la luce “Nursery Crime” (1971), senza contare i successori di “Foxtrot”, due dischi enormi: “Selling England by the Pound” (1973) e “The Lamb Lies Down on Broadway” (1974), ultimo album realizzato con Peter Gabriel alla voce. Critici e appassionati si scontrano ancora oggi per eleggere il “disco tra i dischi” dei Genesis, cosa che a noi di Magazzini Inesistenti interessa relativamente. Noi siamo qui per vivere, o magari rivivere, insieme ai nostri lettori quella musica, quell’epoca… e questo perché, senza nulla togliere alle generazioni successive di musicisti, una enorme fetta della musica moderna passa da qui. Anzitutto, è importante sottolineare che i Genesis non sono mai stati “soltanto Peter Gabriel”. La formazione di quegli anni presentava un livello di qualità spaventoso, musicisti divenuti leggende dei propri strumenti. A Mike Rutherford, bassista, e Tony Banks, pianista e tastierista, si erano aggiunti il chitarrista Steve Hackett e il batterista Phil Collins nel 1971. Il primo album prodotto dalla formazione sopra citata è proprio “Nursery Crime” (1971), terzo capitolo di una discografia iniziata nel 1969 e, non a caso, primo dei grandi capolavori dei Genesis.
Il contesto in cui si sviluppa “Foxtrot” è dunque il seguente: la band inglese è chiamata ad una grande prova di maturità. Se il percorso dei primi tre dischi è stato in visibile crescendo, il quarto disco è chiamato a confermare la qualità delle premesse, anche perché i Genesis hanno acquistato popolarità con “Nursery Crime”, stanno suonando a raffica in giro per il mondo e hanno addosso l’attenzione della stampa per gli strampalati travestimenti di Peter Gabriel sul palco. In poche parole, non possono mollare proprio ora. “Foxtrot” è la testimonianza che i “Nostri” ce l’hanno fatta, una prova di maturità riuscita, nonché promossa a pieni voti. Prodotto da Dave Hitchcock e pubblicato dalla Charisma Records, l’album si presenta con una particolare personalità già a partire dalla copertina, che raffigura una volpe con un vestito umano. Peter Gabriel riprende in concerto questi elementi, indossa il vestito e la testa di volpe e attira ancora di più l’attenzione di stampa e pubblico.
Una tracklist di sei brani soltanto – uno dei quali della durata inferiore ai due minuti – che totalizza comunque ben cinquantuno minuti di durata grazie all’imponente brano conclusivo, Supper’s Ready. Il primo pezzo, Watcher of the Skies, si apre con un assolo di mellotron, strumento comprato dai King Crimson, stando a quanto riporta l’autobiografia “Genesis: Chapter and Verse” (2007). Un’introduzione atmosferica, che evoca immagini di una terra desertica e desolata, fino a che l’intero comparto strumentale non si aggiunge, intorno ai due minuti, per poi proseguire in sincronia. Il brano, mai lento o banale, scorre su una metrica spesso irregolare, immerso in un’atmosfera che rimane sempre straniante e che alleggerisce i suoi sette minuti e mezzo di durata. Segue la più corta Time Table, aperta e sorretta dal magnifico pianoforte di Tony Banks, protagonista di tutto il brano, su cui si impernia una melodia vocale malinconica e struggente, con gli altri strumenti a impreziosire l’atmosfera. Get ‘Em Out by Friday si presenta più grintosa e sperimentale, non solo strumentalmente -quasi nove minuti di durata per sviluppare tutte le idee di songwriting – ma anche a livello lirico: diviso tra tre personaggi, il brano è un piccolo episodio a sé stante, una storia autoconclusiva divisa tra diversi narratori, per ciascuno dei quali Peter Gabriel adotta uno stile vocale diverso. Straniante al primo ascolto, forse, una volta che il pezzo diventa familiare si distinguono con più semplicità anche gli scambi di battute. Una canzone da apprezzare a più livelli, non solo per la tecnica dei musicisti e per l’incastro musicale, ma anche per la storia, che si conclude con un viaggio nel futuro (per quei tempi ancora ignari), fino al 2012.
Can-Utility and the Coastliners, pezzo scritto per la maggior parte dal chitarrista Steve Hackett, più breve e per certi versi immediato del brano appena concluso, si apre sulle note delicate di una chitarra pulita che accompagna la voce virtuosa di Peter Gabriel, in un crescendo che porta gli altri membri della band ad aggiungere i propri strumenti. Anche qui si racconta una storia, non dai tratti futuristici come in Get ‘Em Out by Friday, ma medievale: il protagonista è Canuto II di Danimarca e Primo d’Inghilterra, detto Canuto il Grande, che fu re d’Inghilterra, Danimarca e Norvegia fino al 1035. Nel pezzo si narra la leggenda di come Canuto ordinasse alle onde di ritirarsi, perché i suoi seguaci lo adulavano al punto da sostenere che potesse comandare gli elementi. Quinto pezzo, la strumentale Horizons rilassa l’atmosfera, come un grande respiro prima del salto nella conclusiva Supper’s Ready, una corposa suite di ben ventitré minuti, la canzone più lunga mai scritta dai Genesis. Brano troppo imponente per essere reso a parole, Supper’s Ready richiede innumerevoli ascolti perché ogni sua parte sia memorizzata e apprezzata.
Il grande talento di artisti di questo calibro è quello di comporre canzoni che a prima vista possono scoraggiare un ascoltatore occasionale o un neofita ma, se si accetta la sfida, se si accoglie l’invito e ci si lascia trasportare dalle note, rivelano meraviglie nascoste. Lasciamo agli lettori il piacere di scoprire questi pezzi uno strato alla volta. Spesso non si finisce mai di conoscere canzoni come queste. In verità, noi sosteniamo anche che non si finisce mai di conoscere i Genesis. Soltanto un rimpianto resta, dopo tutto il tempo trascorso: che la loro “età dell’oro” musicale sia durata soltanto pochi anni. C’è chi li apprezza anche in quartetto o in terzetto, e vi sono buoni motivi per farlo ma, nonostante tutto, è difficile non provare un po’ di nostalgia per il periodo dei grandi capolavori. Chissà che cosa sarebbe successo, se la “formazione perfetta” non si fosse mai sciolta.

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