Genesis: “A Trick of the Tail” (1976) – di Nicholas Patrono

Inizia una nuova era per i Genesis, privi dello storico cantante e frontman di altissimo livello Peter Gabriel, che lascia la band dopo il tour di supporto di The Lamb Lies Down on Broadway (Charisma 1974), sia per desiderio di trascorrere più tempo con la sua famiglia, sia perché disilluso dal mondo dell’industria musicale (così si legge in “Out, Angels Out”, una sorta di sua lettera d’addio), nient’altro che una macchina da soldi che non guarda in faccia a nessuno e in tutta franchezza se ne frega di ciò che vende, basta che venda. L’importanza e il calibro di un frontman come Peter Gabriel sono tutt’altro che comuni e la prova sta nel fatto che ancor prima di esaminare il disco di cui oggi vogliamo parlarvi, il settimo album in studio dei GenesisA Trick of the Tail” (Charisma 1976), si è affrontato il tema dell’addio di Gabriel. Sì, i Genesis hanno ottenuto grande successo anche senza il loro (ormai ex) leader ma, forse escludendo appunto “A Trick of the Tail”, i dischi post-Gabriel sono mai stati all’altezza di quelli dei primi anni 70? La risposta che oggi ci sentiamo di dare è no, nonostante l’impegno degli altri quattro componenti, dal batterista Phil Collins promosso a vocalist principale a Mike Rutherford, Tony Banks e Steve Hackett, rispettivamente basso, tastiere e chitarre, tutti musicisti e compositori di eccellente livello.
Ma quando qualcosa si spezza si percepisce e, malgrado “A Trick of the Tail” sia un album di buon livello, permane il senso di rimpianto, si resta a chiedersi “cosa sarebbe successo se questo disco fosse stato composto e registrato con Peter Gabriel?” Non lo sapremo mai. Ciò che sappiamo è invece che l’album parte in quarta con Dance on a Volcano, con un’intro classica per gli standard dei Genesis, tanto che fino all’ingresso della voce non si percepisce nemmeno che vi siano stati cambi. Poi Phil Collins attacca e c’è da fargli i complimenti, perché in paragone con Gabriel non sfigura. Entangled si prende più tempo, la vocalità di Phil Collins qui ricorda More Fool Me di Selling England by the Pound, delicata e discreta. Segue la ritmata Squonk, brano che si arma di groove per rendersi accattivante centrando appieno l’obiettivo, il pezzo è ispirato a una leggenda nordamericana che parla di una creatura, lo Squonk appunto, un mostruoso abitante delle foreste della Pennsylvania che, se messo alle strette, è in grado di dissolversi in una chiazza di lacrime per fuggire. Mad Man Moon rallenta, evolvendosi su atmosfere soft molto evocative e ricche di spunti melodici molto interessanti, c’è seriamente da rimpiangere che Collins & co. non abbiano mantenuto queste sonorità negli anni anziché rivolgersi al mainstream.
La digressione centrale è da applausi. Una bella sferzata ai toni poi con Robbery, Assault and Battery, lontana dal triste brano precedente, ben concatenata al crescendo iniziale di Ripples, brano più lungo del disco – anche se di poco, perché tutte le durate si aggirano intorno agli stessi numeri – costruito con pazienza su una base delicata, capace di evolversi a poco a poco, senza strafare. Arriviamo alla title-track, A Trick of the Tail, trascinata dalle terzine e intervallata da momenti più riflessivi, e chiudiamo con Los Endos, brano strumentale in cui finalmente i Genesis, che hanno guidato con il freno a mano tirato per tutto il disco, si lasciano andare a qualche esplosione di tecnica come si deve e si sfogano sui rispettivi strumenti. Questo disco è un ultimo colpo di coda, anzi, “trucco di coda”, dato che di qui in poi il futuro non è affatto roseo. La qualità è già calata rispetto al periodo dei capolavori e la situazione non farà che peggiorare. Un vero peccato per una band che sì, ha scritto la Storia della Musica, ma forse non quanto avrebbe potuto. Nonostante l’impegno in “A Trick of the Tail” prima e “Wind & Wuthering” poi – tra l’altro usciti lo stesso anno, il 1976, a dimostrazione che non era certo il solo Gabriel la mente compositiva dell’ex quintetto la storia va a concludersi tragicamente. Arriva infatti l’abbandono di Steve Hackett, curioso di “scoprire se da solo sono altrettanto bravo” (dalle interviste della band sul DVD di “…And Then There Were Three…”).
A questo punto segue proprio “…And Then There Were Three…” (Charisma 1978), il cui triste titolo racconta la separazione, primo disco con i soli Collins, Banks e Rutherford, in cui il declino qualitativo è ormai sotto gli occhi (o le orecchie) di tutti. E poi ancora oltre, per tutti gli anni 80 fino al 1991 con lo scialbo “We Can’t Dance” e ancora l’ultimo disco “Calling All Stations” (1997), i Genesis ridotti ormai a trio dimenticano completamente lo splendore del progressive rock degli esordi e le tentano tutte per raggiungere il grande pubblico. Chissà, forse Peter Gabriel ci aveva visto lungo, anche se probabilmente il declino sarebbe stato inevitabile, pure in caso fosse rimasto. Non lo sapremo mai.

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