Gemini 4: “Gemini 4” (2019) – di Ignazio Gulotta

Disco strano e inaspettato questo del progetto “Gemini 4” (Gustaff Records 2019), che mette insieme quattro musicisti di grande personalità come Hugo Race, vagabondo del suono, instancabile sperimentatore delle più diverse forme musicali con band come True Spirits, Fatalists, Sepiatone, Dirtmusic e collaboratore di artisti come Cesare Basile e Catherine Graindorge, per citare solo i primi che vengono in mente; ci sono poi Michelangelo Russo, da tempo collaboratore dello stesso Race e col quale ha realizzato uno strepitoso omaggio al blues di John Lee Hooker, la pianista, violoncellista e cantante Julitha Ryan e, infine, l’ingegnere del suono Andrew ‘Idge’ Hehir, produttore con Race dello studio Soundpark di Melbourne. Ora i quattro australiani si sono messi insieme per produrre un disco di musica elettronica, qualcosa poi di non così totalmente inaspettato se si considera che in forme diverse l’elettronica è stata presente in diversi lavori di Hugo Race, fino ad assumere un ruolo fondamentale nella riuscita del già citato “John Lee Hooker’s World Today” (2017), ma anche Julitha Ryan l’ha utilizzata nel recente “The Winter Journey” (2009). Con queste premesse è inevitabile che ci si accosti al disco con grande interesse e curiosità verso questa nuova, affascinante sfida che Hugo Race e soci hanno imbastito. Come lo stesso musicista australiano ha scritto in un post su fb “Tutti dicevano che siamo dei pazzi, che non possiamo far uscire un album di elettronica strumentale, ma perché no?”. Ebbene la pazzia è ora qui davanti a noi e, subito, la prima impressione è quella di ritrovarsi davanti a un album di elettronica vintage. I Nostri sembrano giocare con suoni e atmosfere che ci rimandano ora ai primi corrieri cosmici teutonici, ora alle prime sperimentazioni elettroniche di band come Tonto’s Expanding Head Band. L’elemento del gioco, del divertimento è presente, probabilmente il quartetto si sarà divertito moltissimo nelle jam di registrazione, in diversi brani e, particolarmente, in Blueboy che in alcuni passaggi sembra richiamare le colonne sonore dei videogiochi del passato o nell’utilizzo della stereofonia e nel continuo rimescolamento ritmico ed emotivo di Twins. Ephemera è seducente nei suoi suoni eterei e liquidi, ma nasconde un sostrato di torbida inquietudine: uno dei rimandi al già citato album su John Lee Hooker. E se Mercury Rising è un lungo viaggio interstellare da abbandonati nello spazio profondo e l’ipnotica Dream Machine ci lancia in territorio Kraftwerk, alla fine, dopo l’ascolto di queste undici tracce si potrebbe scoprire che il viaggio organizzato dall’equipaggio “Gemini 4” ci ha forse ingannato, solo apparentemente ci ha condotto negli sperduti orizzonti cosmici aldilà del tempo e dello spazio… il viaggio invece tocca quelli oscuri e misteriosi che albergano dentro di noi, nei tortuosi meandri della mente e fra le aggrovigliate spire del nostro animo. Non è forse un caso che il brano finale, lisergico, ma anche turbolento, dai suoni palpitanti come battiti dl cuore, evocativi di scenari non troppo rassicuranti, si chiami Rosebud, come il vecchio slittino dal quale Kane non poteva separarsi, ricordo e simbolo di lontane inquietudini infantili.

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