Gegè Cristofori e Gli Incompresi – di Irene Spagnuolo

“L’allegria fa stare meglio ma è la malinconia che ci migliora” Ho lungamente riflettuto, su Buena Onda, l’onda buona che rivendica il diritto alla malinconia e la sua bontà. Lo spettacolo di Rocco Papaleo, Giovanni Esposito, Valter Lupo e Valerio Vestoso, porta in scena la baldoria obbligatoria della crociera e del capodanno e le affianca l’ostinata malinconia di Gegè Cristofori (Rocco Papaleo) e della sua Band, Gli Incompresi (Arturo Valiante, Guerino Rondolone, Francesco Accardo e Jerry Accardo). Il capitano della nave (Giovanni Esposito) deve far divertire i vacanzieri, Gegè vuole cullarsi nello swing amarognolo delle sue canzoni. Riescono a fare un intrattenimento divertente, ironico e profondo. A fare poesia e realtà. Perché la vita è fatta di gioie e tristezze e non solo. Perché la vita si rinnova e si svela quando l’allegria e la malinconia possono farsi compagnia, narrare e narrarsi in ogni stato d’animo. Il teatro non affonda perché naviga sulle storie che racconta… e la vita trova finalmente un luogo dove potersi spogliare delle convenzioni, delle forzature, delle apparenze. Mi emoziona quasi a dismisura, Buena Onda; e non è per la bellezza di una trama che riesce a coinvolgere e sedurre. E’ per quello spaccato di verità che aveva bisogno di salire sul palcoscenico. Di questi tempi sdoganare la malinconia è rischioso. Tutti hanno voglia o necessità di nasconderla. Un po’ è questo stralunato tempo della superficialità, a burlarsi dei nostri stati d’animo, un po’ è pudore un po’ è smarrimento.
Lo smarrimento di una solitudine del terzo millennio che il pubblico in sala esorcizza comprando un biglietto per due ore di evasione, ad esempio. Comunque mi piace tantissimo, mettere insieme gli incompresi e gli inesistenti. Gli uni e gli altri finiscono per essere quelli che fingiamo di non vedere e conoscere, quelli dietro i quali si nascondono le nostre paure e le nostre inadeguatezze. Cerchiamo disperatamente di stare al passo dell’euforia, simulando fino all’inverosimile, come se questo ci mettesse al riparo dalla tristezza e dalla sofferenza, come se gli altri ci volessero sempre e solo con il buon umore pronto. Lo spazio della riflessione, dei pensieri mesti, dei fallimenti, dei tormenti,
è chiuso a chiave.
Non lo mostriamo per non guardarlo negli occhi, per timore che ci emargini, nel terrore che esploda e ci sovrasti. Tragicamente non è un errore assoluto. Non è affatto raro che ciò che impegna e incupisce allontani dal gradimento collettivo. D’altra parte però è felice, geniale e coraggiosa l’idea di portare in scena quel sottile piacere di rivendicare il diritto e la grandezza della malinconia. È un salto. Un’occasione che si offre alle mani e al cuore del pubblico. Una sorta di viatico per la libertà. La libertà di non essere sempre ballerini di un trenino di baldoria artificiale. La libertà di commuoversi, di leccarsi le ferite, di avere nostalgie, di ammettere qualche languore. Non è più un fardello solo mio. E già questo è un sollievo, un conforto. Ecco che la Buena Onda ha fatto più volte centro, con me e, chissà, forse con molti altri. A ogni visione ritrovo quella complicità. In fondo siamo forse in tanti ad avere dentro quella terribile voglia di lasciarla respirare, la malinconia. Di riconciliarci con la nostra autenticità, con gli affanni che fanno crescere e con quell’inquietudine che non trova definizione e soluzione. Non dobbiamo dare risposte a tutto, neanche potremmo. Non dobbiamo però mortificare le domande negando che siano le nostre perenni occasioni per crescere. 
Mi mette gioia, il riconoscimento della malinconia e della sua dignità. Siamo di nuovo ufficialmente essere umani.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.