Gasparazzo: “Mo’ Mo’” (2014) – di Marco Valerio Sciarra

Se i posacenere potessero parlare, se ne sentirebbero di storie… Perché quando si è attorno a un posacenere, ognuno a suo agio, ognuno con i propri tempi, infischiandosene di quanto possa essere dannoso fumare, o di quanto possa fare arricchire una multinazionale del tabacco, ognuno è libero di raccontare la propria verità e lasciarla librare verso l’alto con il fumo della sigaretta. Con un sound Reggae, ruvido di Rock con taglio folk cantautoriale, la band abruzzese emiliana dei Gasparazzo, capitanata da Alessandro Caporossi e Generoso Pierascenzi, nel 2014 pubblica il disco “Mo’ Mo’” con undici brani originali, molto eterogenei, come tante storie raccontate attorno ad un posacenere. Se i posacenere potessero parlare (scritto in collaborazione con Mezzafemmina) è uno dei brani del disco, appunto, perché una sigaretta può contenere tutto lo scibile, e quando si è in pace, con gli amici, a godersi la rilassatezza… non serve nient’altro. Si può avere voglia di cogliere il momento che preannuncia l’atto creativo, come nel brano che dà il titolo all’album; musicalmente sonnecchiante come un pigro pomeriggio estivo, in cui ci si lascia solleticare da quell’attimo che sai che è lì che volteggia leggiadro e poi non fai niente per afferrarlo, qualche volta te lo godi, tante altre te lo perdi. Si può avere voglia di giocare e abbandonarsi al piacere ludico della filastrocca come in Michelazzo o La tromba di Eustachio. Fondaco, invece, fa vivere la gioia di una band che esce dalla cantina dove suona, per invadere le strade e sprigionare energia in ogni angolo. Ci si può far affascinare dal mito collodiano di Centopelle,  ragazzo, eterno anticonformista che attraversa le epoche con la sua sola ricchezza interiore. Non c’è soltanto la gioia però in queste storie, perché inevitabilmente c’è un momento in cui si può sentire la necessità di affrontare dei discorsi più impegnati e dedicare un brano a Federico Aldrovandi, scritto con le parole del padre Lino, che non può metabolizzare il lutto  del figlio ucciso e lo urla in Cristo è là. Dopo la tristezza, si può sentire l’esigenza di invertire la tendenza e innalzare un canto di protesta come Rovesciala, brano pieno zeppo di metafore calcistiche… la leggenda vuole, infatti, che sia nato come inno dei mondiali antirazzisti di calcetto ma si può leggere come un deciso invito a rovesciare le cose che non vanno o, quanto meno, a sognarlo. In ogni caso, se tutto dovesse andare in fumo, non è un problema, anzi meglio, perché “Evoluzione is backing to the roots”(cit.).

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