Gasparazzo Bandabastarda: intervista con Generoso Pierascenzi – di Gabriele Peritore

“Forastico” è l’ultimo album pubblicato dalla band abruzzese emiliana dei Gasparazzo Bandabastarda. Un disco dal forte attaccamento alle radici folk abruzzesi con componenti musicali ormai caratteristiche della band come il Reggae, lo Ska, il Punk, il Rock. Un album che ancora una volta stupisce per la quantità di roba che ha da raccontare, sempre con estrema cura dei dettagli che lo rendono piacevole all’ascolto e trascinante. Abbiamo incontrato Generoso Pierascenzi per farci raccontare qualcosa in più della loro storia.
Io partirei proprio da questo ultimo album per farti la prima domanda… in “Forastico” c’è un brano che si chiama Gasparazzo 3d e che spiega per grandi linee il particolare nome della band… ce ne vuoi parlare in maniera più approfondita?
La canzone racconta le tre dimensioni del nome Gasparazzo, la prima ha valenza storica e vede protagonista Calogero Ciraldo Gasparazzo, carbonaio le cui gesta durante i fatti del 1860 in Sicilia sono citate, oltre che in letteratura, nel film “Bronte cronaca di un massacro” di Florestano Vancini del 1972, e Gasparazzo è interpretato dall’attore Stojan Arandjelović. La seconda dimensione si ambienta nel 1972 ed è opera del grafico ed attivista Roberto Zamarin, già autore del logo di “Lotta Continua”. Lui si appassiona all’azione del Ciraldo e lo fa rivivere nei panni di Siciliano che si sposta a Torino nelle catene di montaggio della FIAT, dove lavora come operaio massa senza mestiere e senza patria. Impara le armi della lotta di classe e manifesta la sua ribellione istintiva in svariati modi… dai più duri ai più colorati. 
Zamarin purtroppo muore a 32 anni il giorno prima della presentazione del volumetto “Gasparazzo” pubblicato dalla casa editrice Samonà e Savelli nel 1972La terza dimensione è quella musicale e racconta brevemente del nostro progetto, le dinamiche della solidarietà e dell’attivismo, la “abruzzesità” espressa in Emilia e dei nostri viaggi musicali.
Per riassumere le tre dimensioni si potrebbe dire: lotta, impegno e diletto in musica. Anche il termine “Forastico” ha una sua spiegazione? È un termine che nella parlata romana si usa spesso…
Il termine è molto usato anche in Abruzzo spesso parlando di animali e persone diffidenti. Il nostro “Forastico” ha una spiegazione derivante dalla tecnica di registrazione e dal recupero del dialetto in questo album. Volevamo un lavoro, anche in fase di preproduzione, istintivo e senza contaminazioni “da studio di registrazione” per far venire fuori l’anima selvatica di questo progetto. Ci siamo chiusi in sala prove e suonato tanto in formazione “orchestrina” con contrabbasso, chitarra semiacustica, batteria minimale e fisarmonica, poi in due giorni al Teatro Vittoria di Pennabilli (Rimini) abbiamo suonato dal vivo e registrato l’album. Non abbiamo lesinato nell’uso del dialetto della nostra terra d’origine e questo per alcuni versi rendo un po’ ostico l’ascolto. E’ un album “forte e gentile”.

È un termine forte e gentile appunto che rispecchia abbastanza bene la vostra ossatura di band indipendente. In questo periodo storico come la vivete o la vedete la scena indipendente italiana? 
Si, l’indipendenza è caratteristica del “Forastico” e noi siamo nel mondo delle band indipendenti da quasi 18 anni, si può dire che abbiamo attraversato un’epoca. A mio avviso la scena è interessantissima, sia in Italia che all’estero, semplicemente perché grazie al web i musicisti possono promuoversi in autonomia e questo rende molto caotica la proposta ma anche infinita e quindi chi ha voglia di cercare ha tantissimo materiale da ascoltare e c’è del buono in giro. A mio avviso in Italia si sta dando troppo risalto ai testi a sfavore della poetica musicale. Personalmente sono più trasportato dal suono che dalla parola. 

Hai detto che sei più trasportato dal suono che dalle parole, come lo traduci sul vostro lavoro questo concetto… con la ricerca continua, con la sperimentazione o altro?
Per rispondere a questo mi vengono in mente due parole: l’”abbandono” ed intendo il lasciarsi trasportare nel suonare, provare soluzioni timbriche ritmiche armoniche e melodiche e “la sfida” cioè la ricerca di soluzioni accattivanti in primis per noi musicisti e poi, a volte, anche per gli ascoltatori. Bisogna avventurarsi, perdersi e perderci tempo, come per tutto ciò che interessa una relazione… la frequentazione, la curiosità ed una sana dose di pazzia generano cose emozionanti.

Avventura, disorientamento, innamoramento, pazzia, emozione è così che funziona il processo creativo per la produzione del vostro materiale?
Non c’è una regola ma si seguono i flussi e le relazioni personali tra noi musicisti della band. Spesso però scriviamo separatamente, io ed Ale (Alessandro Caporossi) ognuno nel suo mondo e, successivamente, in sala prove o nel mio studio casalingo a Bologna, produciamo il brano. Dopo le prime bozze, con la band si porta a termine la canzone. Le idee di tutti i componenti sono fondamentali.

Per questo riuscite ad unire l’anima autoriale a elementi musicali eterogenei… da influenze vicendevoli… così nasce anche l’attenzione verso il Reggae o gli altri generi?
Dai nostri ascolti e frequentazioni personali. La formula ritmica del reggae è salutare ma certamente noi non siamo una band Reggae. Siamo cresciuti ascoltando Peter Tosh, Lou Reed, Jimi Hendrix, Talking Heads, Clash, Depeche Mode e Led Zeppelin ma anche Alberto Camerini o Paolo Conte ed i primissimi Litfiba prima, 99posse e Almamegretta poi. L’ascolto in realtà è una scuola ed una esperienza unica che insegna e racconta tantissimo.

La vostra ispirazione è varia, quindi, e la produzione corposa… Io ho amato in particolare il disco “Mo’ Mo’”… per voi c’è un disco che rappresenta un punto di riferimento? 
Nei dischi dei Gasparazzo si avvertono molto le differenti formule di registrazione. “Mo’ Mo'” è un disco suonato molto ma fatto in studio e quindi ricco di sonorità. Variegato e che tocca vari stili. In altri album (“Forastico”, “Obiettivo sensibile”) c’è un approccio più live in studio senza (o quasi) editing che lasciano trasparire l’aspetto più rock reggae. Credo che il primo album “Tiro di classe” sia rappresentativo ma acerbo e graffiante mentre “Mo’ Mo’” è forse anche per noi il punto di riferimento con le sue contaminazioni e colori date dai campionamenti e le programmazioni che tanto amiamo e ci divertono. Anche la parte testuale di “Mo’ Mo’” è rappresentativa del nostro progetto.

A proposito di approccio “live”… Avete suonato in tantissimi posti, anche molto diversi tra loro, sparsi per il mondo, ce n’è qualcuno che vi è rimasto più nel cuore? Un concerto particolarmente significativo? 
Più che di concerti si può parlare di momenti intensi che rimangono dentro e formano il carattere di una persona. Le performance in Albania nelle città semidistrutte e quelle nei campi profughi Saharawi nel deserto del Sahara algerino hanno qualcosa di unico. Anche le grandi manifestazioni antimilitariste e antinaziste in Germania restano indelebili. Un concerto particolarmente significativo è quello per Federico Aldrovandi nella 10a edizione di quel maledetto anniversario a Ferrara davanti a migliaia di persone ma soprattutto davanti a Lino e Patrizia, genitori di Federico.

Un brano eccezionale Cristo È Là, dedicato a Federico Aldrovandi, contenuto proprio nell’album “Mo’ Mo’”… che torna sempre… State lavorando a un nuovo progetto, invece? 
Stiamo lavorando al nuovo materiale con la nuova formazione… ancora presto per parlare di uscite discografiche ma forse si potrà parlare di un nuovo album di quelli “contaminati” nel giro di pochi mesi. Una curiosità la possiamo anticipare e dire che c’è in cantiere un brano dedicato ad Ettore Scola. In questa fase ci stiamo godendo le nuove sonorità che porteremo live a partire da aprile.

Non vedo l’ora di sentirvi anche dal vivo… in ogni caso noi saremo qui per accogliere ogni vostro nuovo lavoro. 

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