Galliard: “Strange Pleasure” (1969) e lo strano sapore dell’avanguardia – di Maurizio Garatti

Sempre a pensare a cose di cinquanta anni fa… Già, nonostante il fatto che siamo ormai nel 2019 e gli inverni che mi sono lasciato alle spalle superino ormai i 60, ancora sono attratto da dischi che vennero pubblicati all’alba del mondo; il mio mondo musicale ovviamente, entro il quale iniziavo a muovere i primi incerti passi alla ricerca di conferme e di smentite. Trovai entrambe naturalmente e, ancora oggi, mi stupisco di come alcuni dischi siano finiti nella mia pur vasta collezione. Voglio dire, cosa mi spinse ad acquistare quel disco? Ricordo perfettamente la provenienza di quasi tutti gli album che tornarono a casa con me, per alcuni è semplice, per altri meno, ma spesso mi trovo a pensare a cosa si mosse entro il mio allor giovane cervello per convincermi all’acquisto. Per molti di loro la chiave fu sicuramente l’eccitazione: una splendida copertina, un disco che, nonostante la ricerca di informazioni, nessuno sembrava conoscere, magari il fatto di trovarsi a Londra in quel preciso negozio situato in Carnaby Street dove ormai da tempo abitano i miei ricordi più emozionanti. Tutto questo ha un senso logico, a parole. Poi i tuoi occhi scorrono le file di long playng che compongono uno dei ripiani: il tenue pallore di copertine leggermente consunte, i riflessi multicolori delle buste protettive, e un profumo di… di cosa? Difficile spiegarlo: nonostante ormai sia una materia plastica a racchiudere i frutti di una vita di ricerca (è inevitabile), quel caratteristico odore fatto di cartone invecchiato al quale sono rimasti attaccati i mille aromi raccolti in ogni dove è vivo e quasi palpabile. A volte lo sguardo scorre frettoloso, a volte rallenta cercando di portare alla luce flashback di singoli dischi: è un po’ come cercare l’ispirazione. Come fanno gli artisti che riescono a fermare scrivendo parole o note, una precisa sensazione, noi nostalgici e romantici amanti del vinile, cerchiamo il disco perfetto per dare forma alle nostre idee. C’e sempre un disco per ogni occasione: per questa ci sono i Galliard. Inglesi, di Birmingham, primo disco nel 1969, splendida copertina di un verde profondo dove un Gargoyle che sembra arrivare direttamente da Notre Dame sta appeso sopra una gabbia che contiene un groviglio di animali mostruosi con denti e artigli che spiccano bianchi e abbaglianti. Sembrano usciti da un racconto di H. P. Lovecraft, e non lasciano presagire nulla di quel che è il contenuto del disco.
Siamo in campo Progressive, se cosi possiamo dire, visto che a quel tempo questa definizione non significava nulla… e già questo è un fatto anomalo: Birmingham (la città dove la band nacque) non è certo famosa per aver contribuito all’espansione del genere… è più nota invece per aver dato i natali ai Black Sabbath e, più in là, ai Judas Priest: ma è anche vero che tra la fine dei 60 e l’inizio dei 70 tra le sue strade e nei suoi locali videro la luce lo Spencer Davis Group e i seguenti Traffic, Move e Moody Blues. Per non parlare poi del fatto che Robert Plant e John Bonham sono di quelle parti. Una buona location quindi, nella quale i Galliard entrano alla perfezione con il loro sound che riesce in qualche modo a coniugare Blood Sweat&Tears e King Crimson. Detta cosi sembra un’eresia: un modo come un altro per cercare di classificare sempre e comunque qualsiasi cosa mi capiti di ascoltare. C’è del vero in questa affermazione, è innegabile. Del resto non puoi pensare che cinquanta anni di ascolti non lascino qualche strascico dentro di te. Alla fine ti rendi conto che tutto ti lascia qualcosa, che va a formare quell’amalgama unico e irripetibile dal quale trovi poi spunto per comunicare con gli altri. E quindi parliamo di loro, del loro stupefacente primo disco, “Strange Pleasure”, uscito nel 1969 su Deram Nova (una sussiduaria della Decca), e del fatto che questo stupefacente sestetto, cosa assai rara in quel periodo, riesce nell’intento di colpire profondamente sin dal primo ascolto. Les Marshall (batteria e voce), Richard Pannell (chitarra e voce), Andy Abbott (basso e voce), Geoff Brown (chitarra ritmica e voce), Dave Caswell (tromba e filicorno) e John Smith (sax alto, tenore e soprano) si fanno carico di mettere in musica un fenomeno culturale che ancora appare intonso. Col senno di poi devo dire che tra i solchi di questo disco, si possono cogliere le trame dei futuri Gentle Giant, mentre i fiati accendono partiture che, pur pagando il tributo alle coralità dei Beatles, sono molto vicine al Re Cremisi. Un attento ascolto del disco dimostra quanto nulla sia stato lasciato al caso: non ci sono improvvisazioni, neppure nelle parti più free. Tutto è perfettamente studiato ed eseguito… ed è questo aspetto a stupire di più. Se l’iniziale Skillet è molto ritmata e suadente, A Modern Day Fairy Tale è quasi Beatlesiana, tenue e cantabile. Poi ci sono pezzi come Hear the Colours, dove il legame con i king Crimson appare logico e altri, come Wrapped Her in her Ribbons, che sono decisamente più pop. Quello che maggiormente colpisce è l’uso dei fiati, che richiama sicuramente il suono dei Chicago e dei sopracitati Blood Sweat&Tears. In definitiva un gran bel disco, che avrebbe meritato ben altra sorte ma, come accaduto in molti altri casi, i Galliard non riuscirono a far breccia nel mercato di allora, che iniziava a essere dominato dai grandi “mostri sacri”. A nulla valsero le esibizioni live a fianco di gruppi come Mott The Hoople e Led Zeppelin: la Band visse un paio di anni, giusto il tempo di bissare questo disco con il seguente “New Dawn”, album ancora più personale, nel quale i musicisti spaziano in modo davvero eclettico nel colorato mondo musicale dei settanta: tra accenni di folk inglese e robuste dosi di R&B e funky, il secondo lavoro (uscito sempre su Deram nel 1970), può tranquillamente essere annoverato tra le migliori uscite in ambito Jazz Rock del periodo. Tra improvvisazioni assolutamente inaspettate e partiture più classiche, i Galliard mostrarono al mondo di cosa erano capaci.
Non fu sufficiente purtroppo, e i loro dischi riposano quietamente nelle collezioni di coloro che hanno avuto la fortuna di incrociarli nel loro cammino. “Strange Pleasure” non è un disco che ascolto spesso, ma tutte le volte che finisce sul mio piatto, mi chiedo come mai passi così tanto tempo tra un ascolto e l’altro. Forse è questa l’unica controindicazione che posso citare riguardo al fatto di avere una vasta collezione a cui attingere… ma in fondo questo è solo un dettaglio. Quello che conta è la voglia di riscoprire gruppi altrimenti condannati all’oblio.

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