Gaetano Spartà: “Accent”… e il teorema del rumeno – di Valeria La Rocca

27 aprile 2019. Ogni paesino alle pendici del Vulcano è un dedalo di viuzze in salita. Ripide stradine lastricate di basole, mattoni antichi e spessi di basalto. Misterbianco non fa eccezione. Concludo fiera la mia scalata e mi dirigo verso il piccolo Teatro comunale. Arrivo come sempre all’ultimo minuto, saluto Marco Santonocito, il curatore della rassegna, e mi accomodo sull’unica poltrona rossa di velluto miracolosamente libera. Pochi minuti e la sala è gremita. Il “Capitano” inizia la presentazione del primo appuntamento della International Jazz Day, la manifestazione nata nel 2011 per iniziativa del pianista Herbie Hancock, ambasciatore di buona volontà dell’Unesco “per evidenziare il Jazz e il suo ruolo diplomatico di unire le persone in tutti gli angoli del globo” e che ogni anno ha il suo culmine il 30 aprile. Parole sincere e ringraziamenti dovuti agli amministratori e la scena si sposta sui musicisti del quartetto (1)Pucci Nicosia (batteria), Fabrizio Scalzo (contrabbasso), Marco Caruso (sax contralto) e Gaetano Spartà (piano elettrico). “Accent” (Alfa Music 2018), disco d’esordio del giovane pianista randazzese, è una raccolta di dieci racconti in musica con ambientazioni differenti, in cui è possibile ritrovare tutto l’amore per la Melodia e la Musica del Mediterraneo. Il riferimento alla cultura musicale Europea ed Extraeuropea che ha forgiato lo stile del talentuoso pianista siciliano è chiaro e definito fin dalle prime battute del primo brano, Little Waltz. Per l’occasione Gaetano viaggia insieme a compagni che rappresentano ormai “pietre miliari” del Jazz catanese, mentre nella raffinata versione discografica la formazione è composta da Daniele Sorrentino al contrabasso e Valerio Vantaggio alla batteria, al flicorno l’amabile sound di Franco Piana, racchiuso nell’elegante cornice del quartetto d’archi della B.i.M. Orchestra. Bastano poche battute e la connessione è fatta. La postura contratta per via dello spazio limitato fra le poltrone, si trasforma nell’occasione di orientarmi interamente verso la scena. Si, perché gradualmente mi sento come attratta, quasi calamitata all’interno del semicerchio su cui si innestano i musicisti. Dalla mia destra il sax, la batteria, il contrabasso, il piano e il pubblico. Io chiudo il cerchio. Osservo il rimpallo di sguardi pacati e attenti fra i musicisti e ne seguo la traiettoria sonora. Ogni accordo si compone in strati successivi, con modulazioni che riesco a seguire e a tratti anche ad anticipare. Ogni cambio di tonalità racconta un aneddoto, dispiega un discorso. Parlano. Fra di loro. Senza parole. Solo sguardi carichi di cura, attenzione, ascolto, attesa. Ogni assolo, soprattutto il sax, sembra sostenuto sul tappeto armonico degli altri strumenti. Senza invadenza l’uno nel discorso dell’altro. Ognuno degli strumenti parla una lingua timbrica diversa, eppure si capiscono. Concordano nelle sequenze all’unisono e divergono senza stridere nelle dissonanze. Occhi che si cercano e si lasciano il posto. Cenni del capo e spalle ferme negli assoli del piano, che guida, realizza il genio ma non governa. Il cerchio delle vibrazioni si chiude sulla mia poltrona che rimanda i bassi alla postura attenta e contratta delle gambe sempre troppo lunghe ed io rimando la palla a loro sul palco perché me la restituiscano ancora più carica, in un gioco che non finisce neanche sul sedile della mia auto, sulla strada di ritorno per casa. Perché nel Jazz il musicista aggiunto è sempre il pubblico. Mi alzo dalla poltrona con le mani spellate per gli applausi e mi dirigo verso Gaetano. Scambio di numeri, complimenti, poi gli dico che le sue composizioni sono generose perché, pur essendo lui pianista sembrano scritte attorno al sax. Lui mi risponde con un sorriso morbido da ragazzo di provincia che quando compone pensa innanzitutto alla formazione e in base a quella struttura il brano. Perché mi dice, a lui interessa la musica e non l’esibizione. Poi mi racconta un aneddoto. Nel 2008 a Soriano nel Cimino (VT) in occasione delle masterclass di piano con Kenny Barron per Tuscia in Jazz. All’ultimo incontro, il fior fiore di pianisti italiani e stranieri sfoderava assoli da pavone con mirabolanti imprese armoniche e velocità da capogiro. L’ultimo ad esibirsi era un ragazzino rumeno di dodici anni, che indossava un pantalone scipido di fustagno scuro, le bretelle e una coppola da uomo d’altri tempi. In cinque minuti di esecuzione aveva dato a tutti la più grande lezione di umiltà e genio pianistico di tutto il seminario. In quell’occasione, racconta Gaetano, aveva formulato il teorema del rumeno”: “puoi suonare cose incredibili e stupire tutti con la tecnica, ma prima o poi troverai un ragazzino rumeno di dodici anni che ti spaccherà le ossa. Perché il Jazz non è esibizione, ma condivisione e se è Jazz, ti emoziona.

(1) gli scatti a corredo dell’articolo sono relativi all’esibizione di Gaetano Spartà – in quintetto – al Blue Brass Jazz Club di Palermo del 22 marzo 2019 (Gaetano Spartà, Pucci NicosiaFabrizio Scalzo, Marco Caruso e Claudio Giambruno).

Foto Barbara Milici © tutti i diritti riservati
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